Opinioni

L'assurda crisi e il suo epilogo. Specchiatevi nel paese

Marco Iasevoli giovedì 21 luglio 2022

Alla crisi della «non fiducia» aperta da Giuseppe Conte giovedì scorso, si è aggiunto ieri al Senato il Papeete-bis di Matteo Salvini, che stavolta è riuscito a trascinare con i piedi nella sabbia anche Silvio Berlusconi. In una giornata in cui al Senato si sono alternate farsa e tragedia, destinata a scavare un nuovo solco tra politica e cittadini a causa di esasperanti e incomprensibili bizantinismi, è quindi venuto allo scoperto per intero il fronte di chi voleva il voto anticipato e di chi in realtà aveva già deciso di ignorare gli appelli alla «responsabilità» venuti da ogni angolo del Paese: dalle imprese e dai sindacati, dal terzo settore e dall’associazionismo, dal mondo delle professioni, persino da realtà della società civile che non hanno condiviso molte delle politiche e delle scelte di Mario Draghi. Un invito alla responsabilità che era stato rivolto al governo e ai partiti in egual misura anche dal presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Matteo Zuppi, e dal segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.

La parlamentarizzazione della crisi, timbro di Sergio Mattarella su questa legislatura, scelta che il Presidente della Repubblica ha confermato in ogni passaggio politico delicato, non ha sortito l’effetto di ri-stabilizzare il governo ma ha prodotto un frutto comunque utile: la chiarezza. Al Senato il 'gioco del cerino' è finito e il velo è caduto: all’M5s contiano strapazzato dalle scissioni e da un futuro incerto, che oggettivamente ambiva a uscire dalla maggioranza per provare a recuperare consensi, e alle forze di opposizione, Fdi in testa, che chiedono il voto anticipato sin dalla nascita del governo Draghi, sono venute in sostegno, in modo decisivo, Lega e Fi.

È la scelta del centrodestra di governo il «fatto nuovo» di Palazzo Madama. La «responsabilità» che Salvini e Berlusconi avevano annunciato di voler praticare è stata messa da parte, in modo anche imprevedibile, dalla prospettiva di una vittoria elettorale a una manciata di settimane dalla fine naturale della legislatura. Una scelta che non nasce in poche ore e che prescinde anche dalle possibili conseguenze interne (Forza Italia ha visto già l’abbandono della ministra Gelmini, e non tutti, tra i moderati della coalizione, seguiranno l’avventura a traino della destra-destra.

Più difficile pensare che l’ala antipopulista della Lega, l’ala di Giorgetti, dei governatori Fedriga, Zaia e Fontana, che tante volte ha avuto l’occasione di ribaltare la linea di Salvini, avrà la forza di sfidare il segretario a ridosso del voto).

Riavvolgendo il nastro della giornata, pare evidente che il premier, già scottato dalla partita del Quirinale, non nutrisse aspettative positive dalla verifica parlamentare. Ma una volta di fronte ai senatori, la sua priorità è stata quella di far vedere, come in una operazione verità, perché e per chi l’Italia si ritrova con un governo a fine corsa, con la prospettiva di votare nel pieno di una guerra vicina, tragica e pericolosa per il mondo intero, nel mezzo di una tempesta finanziaria ed economica, con il rischio concreto di frenare tanto, troppo su riforme e fondi del Pnrr.

Con una manovra che definire incognita è un eufemismo. E senza lo scudo della credibilità internazionale del premier. Su questa operazione-verità ora puntano a vario titolo Pd, Renzi, Di Maio e Calenda per costruire una campagna elettorale con la parola-chiave della serietà. Ma il voto incombe e non c’è un cantiere comune: sinora ciascuno ha guardato altrove assecondando impeti di autoreferenzialità. È ora che la politica si specchi nel Paese migliore, che è vasto, generoso e consapevole.