Opinioni

editoriale. Siamo tutti eredi di Abele

Luigino Bruni lunedì 17 marzo 2014
Se il primo omicidio della storia umana è stato un fratricidio, allora ogni omicidio è un fratricidio. Elohim non abbandona l’Adam, lo riveste con pelli (3,21). L’umano non parte solo: è una famiglia a lasciare l’Eden. Il primo viaggio umano nei dolori della storia non è un viaggio solitario, ma un cammino fatto insieme. Oltre alle pelli donate, è la compagnia reciproca nel viaggio il grande dono per affrontare la notte del tempo e i tempi della notte. Anche quando si attraversa l’ora della sventura o dell’errore, il poterla attraversare insieme a qualcuno, “occhi negli occhi”, è il tozzo di pane e il sorso d’acqua che non fanno morire nel deserto – anche nei deserti delle crisi del lavoro, dell’azienda, e quindi della vita. 
La benedizione sulla creazione e sull’Adam non viene cancellata dalla disobbedienza. Alla coppia umana viene donato un figlio, Caino. Anche Caino è dono, anche un futuro omicida resta un figlio. Il secondogenito è Abele. Entrambi sono lavoratori: pastore Abele, coltivatore Caino, e forse nella narrazione c’è anche un’eco del conflitto tra gli ultimi nomadi e i primi agricoltori, conflitto che fu vinto dagli stanziali. Entrambi fanno offerte a Dio, ma, per motivi che restano (almeno in parte) misteriosi, Dio non gradiva i doni di Caino. Caino soffre per questa mancanza di riconoscimento («Il suo volto fu abbattuto», 4,5), che pretendeva anche per la sua primogenitura, e non riesce a dominare questo dolore-invidia-rabbia. Invita Abele ad andare nei campi, e lì lo uccide. È la grande svolta, il grande silenzio della creazione.
La grammatica dell’intreccio di doni, obblighi, aspettative di reciprocità, pretese, è essenziale in ogni discorso sulla vita umana. La morte arriva come una risposta “orizzontale” a una frustrazione maturata in una relazione “verticale”: il mancato apprezzamento di Dio per i doni di Caino non produce una ribellione verso di Lui (come invece accadeva nei miti della vicina Grecia), ma scatena una violenza verso un fratello incolpevole. Siamo tutti “malati” del bisogno vitale di riconoscimento, di stima, di gratitudine; ma la mitezza di una esistenza si costruisce esercitandosi giorno dopo giorno per non avvelenarsi e incattivirsi con i pari (dai fratelli ai colleghi di lavoro) che sembrano ottenerne di più, anche quando questa diversità di trattamento ci appare ingiusta e ingiustificata. Quando questo esercizio fondamentale dell’umano non riesce (e lo vediamo troppe volte), abbiamo ancora il “delitto” della fraternità.
La morte arriva nel mondo dalla mano di un fratello. E quando Caino torna, solo, dai campi si sente rivolgere la domanda, «Dov’è tuo fratello?». Da quel giorno questa domanda non uscirà più dalla storia, e sarà sempre la prima domanda radicale di ogni etica e di ogni responsabilità. Caino non era stato custode e quindi non era stato responsabile (non aveva risposto): «Non lo so. Son forse io il custode di mio fratello?». Questo capitolo non ci parla, allora, solo del primo fratricidio: in controluce si svela anche la prima legge di ogni fraternità.Caino continua a parlare con Dio, a dialogare con lui, anche dopo il fratricidio. Anche un fratricida resta l’Adam. L’ultima parola di Caino è una richiesta di aiuto per non morire: «Tu mi scacci da questo luogo … chiunque mi troverà mi ucciderà». E Dio: «Non così», e pose su Caino un segno, «affinché chiunque lo incontrasse non lo uccidesse» (4.14). Non sappiamo che cosa fosse il segno di Caino, quale il suo simbolo. Era comunque un segno di vita. Anche un omicida resta immagine dell’Adam (5,3), di Elohim e di chi lo creato e generato – quante volte le madri di figli divenuti assassini hanno dovuto stringersi al petto una vecchia foto del figlio bambino, e con quell’immagine lontana ma viva hanno provato a non far morire dentro quel figlio. Anche un assassino resta un figlio. E quindi deve vivere. Invece la storia umana non ha rispettato il segno di Caino: ha continuato, e continua, a ucciderlo, a praticare la legge di vendetta di Lamek. Non uccidere diventa allora comandamento rivolto ai figli di Caino, ma anche a chi vorrebbe vendicare Abele. Solo con il segno di Caino si spezza la logica del “taglione”, si manda in crisi la legge della giustizia delle equivalenze e delle vendette: una vita negata non si ripara con un’altra morte, ma con un’altra vita. Il capitolo si chiude infatti con un canto alla vita, con un altro bambino: Set. «Dio – esclama Eva – mi ha dato un altro figlio al posto di Abele, poiché Caino lo ha ucciso» (4,25). E come da Caino inizia una stirpe, anche Set, il nuovo Abele, avrà una sua eredità che si intreccerà per sempre con quella di Caino. Da Caino discenderà Lamek, il primo bigamo e assassino di fanciulli; ma da Set arriverà Noé il giusto.
Siamo allora eredi di Caino ma anche figli ed eredi di Set. Ma soprattutto siamo tutti eredi di Abele. Il primo fratello assassinato è ancora vivo. È anche questa la forza della Scrittura. Tutte le volte che incontriamo, incarniamo e riviviamo questo capitolo quarto, possiamo e dobbiamo risentire la tentazione di Caino. Ma, più forte, in noi e nel mondo rivive, veramente, Abele. La forza di eternità della Parola lo resuscita mille volte.Abele è ancora vivo nelle vittime della storia, rivive ogni volta che viene ucciso un innocente, un mite, un non-violento. E muore di nuovo, e noi continuiamo a sentire tutto il dolore innocente di quella morte. Ma soprattutto Abele rivive ogni volta che scegliamo la mitezza di fronte alla violenza nostra e quella degli altri, e quando preferiamo soccombere da giusti per non diventare assassini: «Anche se userai la tua mano per uccidermi, io non userò la mia mano per ucciderti». Sono queste le parole che, nella versione coranica del racconto, Abele rivolge a Caino quando intuisce che il fratello lo sta per colpire (Sura 5,28). 
La terra è piena dei “luoghi di Abele”. Il loro riscatto e la loro diminuzione misurano il grado di sviluppo umano e spirituale di ogni civiltà, e del mondo nel suo insieme. Chiediamoci: nei due millenni e mezzo che ci separano da quell’antico capitolo 4 della Genesi, i “luoghi di Abele” sono aumentati o diminuiti? Non è un calcolo facile. Alcuni sono stati senz’altro eliminati, ma ne sono nati di nuovi: i marciapiedi o gli hotel a cinque stelle dove si praticano le “tratte delle schiave”, le sale giochi e le video-lottery, molti centri di prima “accoglienza” degli immigrati, le celle delle carceri di chi vi è finito dentro solo perché vittima, gli ancora troppi campi profughi e di prigionia nelle guerre dimenticate, le fabbriche della morte dove i bambini lavorano per non morire, case per anziani tristi dove si aspetta, da soli, la morte.
Dovremmo esercitarci di più a guardare il mondo mettendoci dalla parte delle vittime, osservarlo dalla prospettiva di Abele e dei suoi luoghi. Visitandoli e amandoli impareremmo cose molto diverse da quelle che vede chi si pone dalla prospettiva di Caino e dei suoi tanti luoghi. Ci accorgeremmo, ad esempio, che non è vero che vince Caino, e che non è vero che sono i violenti e gli assassini a vincere sempre. C’è una vittoria di Caino, ma c’è anche il trionfo di Abele il non-fratricida. La storia ci mostra violenti che uccidono e miti che soccombono, ma è il sangue di Abele il seme fecondo dal quale nascono i tanti Noè che hanno salvato il mondo, e che lo risalvano ancora ogni giorno. Quel mondo salvato e popolato dai figli di Set, che è lo stesso mondo salvato dove vivono anche i figli di Caino, che continuano a colpire Abele, e a ricevere ancora il “segno” per non morire.