Opinioni

L'Italia in tenda/2. Serve politica, non propaganda

Diego Motta sabato 13 maggio 2023

Il futuro di una comunità parte dai desideri di chi la abita. Per questo ciò che sta accadendo in queste settimane intorno al tema del caro-affitti a Milano e nelle altre grandi città universitarie va preso molto sul serio. Non è soltanto di un tetto che stiamo parlando. Una casa, per quanto provvisoria e di passaggio, ha un valore simbolico molto più grande. Col tempo può diventare luogo di stabilità e di relazione, spazio per l’educazione e la cura, simbolo di progettazione e di futuro. Un piccolo ripasso di storia contemporanea può forse servire per chiarirci le idee anche sul presente. Quando dopo la Seconda guerra mondiale prese forma il “piano casa” firmato da Amintore Fanfani, l’Italia usciva da anni tumultuosi e aveva bisogno di ripartire dalle fondamenta. Per questo si pensò alla creazione di alloggi dignitosi a prezzi popolari per tante famiglie, alla ricostruzione di quartieri nelle grandi città, allo sviluppo del sistema edilizio. Si cercò cioè di dare un’impronta nuova a un Paese che immaginava un domani di pace e di duratura crescita economica e sociale.

In tanti, negli ultimi decenni, hanno rievocato quella fase storica, quasi con nostalgia, vedendo progressivamente trasformarsi la questione abitativa in emergenza. “Ci vorrebbe un altro piano Fanfani per la casa” dicevano già i nostri nonni negli anni Ottanta. Non tutti sanno che quel piano venne finanziato, tra l’altro, attraverso un sistema misto che vide la partecipazione pubblica, quella dei datori di lavoro e, non da ultimo, quella dei lavoratori dipendenti che attraverso una trattenuta sul salario mensile contribuirono ad aiutare le fasce sociali più in difficoltà all’epoca.

Si intravede, in questo caso, il rapporto virtuoso che legò all’epoca la strategia keynesiana di rimettere al centro lo Stato, con la visione solidaristica cristiana del mutuo aiuto nei confronti di chi aveva più bisogno. Dare una casa a tutti volle dire sentirsi parte di una storia nuova, creare legami e nuova appartenenza.

La protesta di questi giorni, con gruppi di studenti che stazionano in tende davanti agli atenei per chiedere soluzioni dignitose contro il caro-affitti, ha certamente un peso mediatico. Per tanti universitari, si tratterebbe semplicemente di trovare risposte abitative provvisorie a buon mercato, invece di continuare a imbattersi nella miriade di annunci-truffa e nella condivisione di spazi angusti a prezzi spropositati. Su questo, è necessario al più presto trovare un modo di coinvolgere i sindaci delle aree metropolitane, i più interessati ed esposti al problema, magari attraverso un tavolo nazionale con il governo che dia loro una sponda e quelle risposte che non hanno ricevuto dai livelli regionali, rivelatisi purtroppo inefficaci. È ora cioè che si torni a immaginare un patto virtuoso tra Stato ed enti locali e i Comuni sono l’istituzione di prossimità per eccellenza. Il primo punto, come ha chiesto l’Anci, dovrebbe essere proprio una legge quadro sull’edilizia pubblica e sociale. Qui si torna alle lezioni del passato. Quanto servirebbe ai più giovani, che vedono oggi l’acquisto di una casa alla stregua dell’accesso a un bene di lusso, sentirsi invece parte in causa di un progetto visionario che darebbe loro una sistemazione, grazie al coinvolgimento di altri livelli di governo? E che grande valore avrebbe rilanciare un disegno di questo valore simbolico, per ridare cittadinanza e speranza a chi protesta, partendo da cose molto concrete? L’attuale governo ha promesso “un grande piano casa entro la fine della legislatura”. È un obiettivo molto ambizioso e occorre immaginare un percorso di avanzamento per gradi. Per questo sarebbe sbagliato (come invece sta avvenendo, a destra e a sinistra) fare di questo argomento l’ultimo terreno di conquista elettorale. Se vogliamo riavvicinare alla politica chi si sente distante e chi contesta, abbiamo davanti un’occasione propizia.