Opinioni

Povera Milano. Possibile che una valigetta nera possa valere una giovane vita?

Marina Corradi sabato 25 settembre 2021

Lo scorso venerdì sera, in un’enoteca di Porta Venezia, a Milano. Un locale pieno di ragazzi, studenti o laureati al primo impiego. Venerdì, la settimana finita: dall’happy hour a notte gli universitari sotto esame, gli stagisti in lotta per un posto si rilassano, finalmente. Una birra, e tutto sembra meno duro. Le voci si alzano, si fanno più forti le risate. Accanto, ai piedi del tavolo, ognuno ha la valigetta del pc, che custodisce tutto: tesi di laurea, ricerche, dati aziendali riservati. Il pc è il proprio mondo, e il proprio tesoro.

Ma nella sera che avanza e scioglie i nervi tesi ci si può dimenticarsi del pc, non fare caso a chi si avvicina. Questo tipo di furto nei locali a Milano è una cosa frequente, una faccenda organizzata, e si sa. Ma Giacomo Sartori, 30 anni, informatico, si è distratto. Che colpo al cuore quando, alzandosi a mezzanotte per andare, il pc non c’è più. I due pc anzi, perché nello zaino c’era anche quello aziendale. C’era, forse, da temere un licenziamento. Giacomo, dicono gli amici, è molto turbato, ma non si arrende. Non ha più portafogli, né soldi, né la patente, ma nella notte sale in auto e va. Dove? Probabile, si ipotizza, che avesse sul cellulare i dispositivi che permettono di rintracciare il proprio pc. Nessuno si spiega altrimenti perché si sia diretto verso il Pavese. Nella notte di quel venerdì milanese, animata come una volta grazie al Salone del Mobile, forse Giacomo era partito, solo, in cerca del suo tesoro.

L’auto ritrovata in aperta campagna, il cellulare che per alcune ore dopo la scomparsa risulta attivo quanto a traffico dati. Proprio come se l’informatico avesse ingaggiato una caccia al ladro. Poi, per giorni, più niente. Se ne discute in città nei bar, nelle mense: quanti hanno un figlio di quell’età, quanti hanno subito lo stesso furto. È normale, in questa giungla elegante che è diventata Milano: più facile rubare un pc, che rapinare un passante. E proprio che un ragazzo scompaia dopo un fatto così frequente, colpisce. Dalla tv i genitori disperati lo descrivono: la barba, i pantaloni crema, la maglietta bianca. Che fitta di pena al cuore: tutti i nostri figli vanno in giro così. E per qualche giorno in tanti, a Milano, si sono chiesti con ansia dov’era, quel ragazzo.

Lo hanno trovato ieri. Impiccato a un albero, non tanto lontano dall’auto. Fine agghiacciante di una storia che pareva banale. Perché in quella campagna? Una telecamera vicino al cimitero di Motta Visconti riprende Giacomo a piedi, all’alba. Forse laggiù lo avevano condotto le tracce digitali, laggiù la banda di ladri aveva portato il bottino, ma lui era arrivato tardi?

Sia pure, tuttavia: possibile, suicidarsi per dei pc? Cosa di tanto prezioso poteva esserci in quei dati? O forse l’ansia di perdere il lavoro, in tempi di crisi e competitività esasperata, è scoppiata come una bomba nella testa del ragazzo? Uno cresciuto a Mel, 6.000 abitanti vicino a Belluno, lungo il Piave. Un posto ben diverso da Milano, un posto dove forse le porte di casa ancora si lasciano aperte. (Chissà com’era fiero il ragazzo di Mel di fare l’informatico a Milano, tra i suoi nuovi audaci grattacieli).

Suicidio, ritengono gli inquirenti. E allora si resta attoniti a pensare a un giovane così simile ai nostri figli, a una disattenzione nel rumore della movida finita in modo così tragico. Possibile, che le valigette nere che stringiamo in metrò possano valere la vita? Stasera nel traffico intenso della Settimana della Moda questa città, di nuovo frenetica e viva, ti appare come deformata. Come se nel mare di luci e vetrine e torri mancasse una bussola, un punto di riferimento della ragione e del cuore. Per cui d’improvviso, per un fatto da poco, l’orizzonte ti si capovolge davanti: e nulla più conta, e non c’è più speranza – più niente da fare.