Opinioni

Nazione, bandiera, federalismo. Pedagogia tricolore

Francesco D’Agostino sabato 22 gennaio 2011
Il presidente Napolitano, aprendo le cerimonie per i 150 anni dall’Unità d’Italia, ha difeso il Tricolore. Ha fatto bene? Certamente sì; anzi, ha fatto benissimo. L’identità italiana esiste; prima ancora di avere un carattere politico essa ha avuto nei secoli un carattere linguistico, religioso, letterario, artistico, un carattere, cioè, "nazionale". Il Risorgimento, questo dovrebbe ormai essere chiaro a tutti, non ha creato "una" nazione, ma una cosa diversa: ha creato "uno" Stato italiano come Stato italiano unitario. Questo Stato unificato (e anche questo dovrebbe essere ormai chiaro a tutti) in modo meno limpido, meno eroico, meno condiviso e purtroppo anche meno nobile di quanto una certa storiografia risorgimentale non ci abbia insegnato fino a tempi molto recenti, possiede ormai ai nostri occhi una legittimazione consolidata. Diversamente infatti rispetto ad altre esperienze di unificazione statale, che hanno comportato il prevalere indebito di una parte del Paese rispetto ad altre (esempio tipico quello della Spagna, nel quale l’elemento castigliano ha cercato, sia pur invano, di sradicare tutte le identità ispaniche minoritarie, a partire da quella catalana), attraverso il Risorgimento nessuna delle tante tradizioni italiane preunitarie ha acquistato un primato sulle altre, ma tutte si sono, sia pur non senza contraddizioni, amalgamate tra loro. E anche di questo è simbolo il Tricolore.Che rapporto va istituito tra il Tricolore e i diversi, possibili assetti, centralizzati, decentrati o al limite federali, del nostro Stato? In linea di principio nessuno, quando la bandiera – come è il caso dell’Italia – è espressione di un’identità nazionale unitaria, prima che di un particolare assetto istituzionale statale. Se sia opportuno che lo Stato italiano si decentri e in quale misura non è questione che possa intaccare o revocare in dubbio il processo ottocentesco di unificazione e il Tricolore che ne è stato il simbolo identitario: lo dimostra il fatto che nessun fautore del federalismo, anche più estremo, si sogna di auspicare il ritorno agli Stati antecedenti all’unità, la scomparsa di alcuni dei quali (basti pensare allo Stato della Chiesa) può davvero definirsi, per usare la nota espressione di Paolo VI, «provvidenziale».Se la questione del decentramento federale – che riesce a porsi al centro del dibattito politico e parlamentare anche nell’attuale tormentata fase della vita pubblica del nostro Paese – è arrivata a porre in questione il Tricolore, questo dipende, purtroppo, da due fattori, entrambi perversi: dal perdurare dell’ideologia statualistica, che vede, a torto, nello Stato e nella sua struttura burocratica centralizzata la migliore difesa dell’identità storica del Paese e dal dilagare di un’ideologia federalista che è stata costruita sovrapponendo alle ragioni del decentramento federale (da ritenere, a secondo dei punti di vista, ragioni buone o cattive, ma sempre e comunque ragioni politiche, non identitarie) quelle di un rivendicazionismo etnico, che in Italia è assolutamente privo di fondamento. Se si fosse davvero bene insegnata nelle nostre scuole quella materia fantasma che è stata l’«educazione civica» e se, attraverso di essa, si fosse riusciti a trasmettere alle giovani generazioni concetti elementari di dottrina dello Stato, come quelli cui mi sono appena riferito, forse tanti toni del dibattito attuale a favore o contro l’ideologia leghista apparirebbero per ciò che propriamente sono: dibattiti politico-istituzionali, a volte violenti ma politicamente legittimi, dibattiti che nulla hanno a che vedere con la nostra tradizione storica, come radice della nostra identità nazionale.Bene quindi fa il presidente Napolitano a ricordare a tutti, con pazienza e costanza, e proprio nel tempo che viviamo, che quello dell’identità del Paese è un bene prezioso e che la difesa della nostra bandiera è ben più che la difesa di un’opzione di partito o di governo. Auguriamoci che non ci si fermi mai, che non ci si fermi più, in quest’opera di alta e faticosa pedagogia nazionale. Di essa abbiamo assolutamente bisogno.