Opinioni

ContrEconomia/5. Lo spirito cattolico del mercato

Luigino Bruni sabato 1 aprile 2023

Per quanto si cerchi, non si troverà mai nella Controriforma altra idea che questa: che la Chiesa cattolica era un’istituzione altamente salutare, e perciò da serbare e rinsaldare.

Benedetto Croce, Storia della età barocca in Italia

È difficile capire il capitalismo senza attraversare la Riforma protestante e il suo “spirito”, lo sappiamo. Che bisogna attraversare anche la Controriforma cattolica lo sappiamo invece di meno. Perché le forme teologiche, sociali, etiche e pastorali della risposta cattolica alla Riforma di Lutero ebbero effetti molto importanti nel modo di intendere e praticare gli affari in Italia e negli altri Paesi cattolici. Lo vedremo in queste nuove pagine. La Riforma di Lutero è stata la crisi più grave e importante nella storia del cristianesimo, i suoi effetti furono molto più pesanti e pervasivi di quelli del primo scisma Occidente-Oriente. La Chiesa di Roma vide in quanto stava avvenendo in Germania la possibilità concreta della propria dissoluzione. In quella rivolta non c’erano soltanto un’eresia e uno scisma: c’era una critica radicale alla versione che il cristianesimo aveva assunto nella Chiesa romana e italiana che per Lutero era gravemente sbagliata, a tratti diabolica. I papi e molti vescovi capirono l’enorme portata teologica ed etica di quella crisi tedesca, e si impaurirono molto.

Da questa paura nacque una strategia di difesa radicale e su tutti i fronti che, dobbiamo dirlo, fu efficace, anche se i costi umani furono molto alti. L’Inquisizione, i gesuiti e gli altri nuovi ordini religiosi, la confessione privata auricolare, l’indice dei libri proibiti, il ritorno al passato, il concilio di Trento, il rinnovamento della formazione dei sacerdoti e l’evangelizzazione degli abitanti delle campagne, furono mezzi potenti di questa difesa. Sul piano teologico, Lutero aveva attaccato alcune colonne portanti dell’edificio ecclesiale. La rivendicazione della salvezza per “sola grazia” e non per le opere, minava alle fondamenta tutta la pratica e il mercato delle indulgenze, dei pellegrinaggi, dei giubilei, che si erano sviluppati nell’ultima stagione del Medioevo ed erano anche il fulcro del funzionamento politico ed economico della vita della Chiesa romana.

La Controriforma fu dunque soprattutto una reazione, e questa natura “reazionaria” ne condizionò l’intera teologia e prassi. Così, mentre al centro dell’azione riformatrice di Lutero c’era la coscienza e il suo libero esame, l’azione controriformatrice si incentrò sul ruolo dell’autorità ecclesiastica e i suoi criteri di verità esterni alla persona, basati su gerarchie oggettive di meriti e di colpe. Nascendo dal bisogno primario di confutare le nuove dottrine eretiche per bloccarne il dilagare, la stagione della Controriforma si tradusse in una straordinaria produzione di casistiche di peccati, di divieti, di anatemi, e quindi in un complesso sistema per individuare i sintomi dell’errore e dell’eresia annidati nell’animo umano, a volte persino a sua insaputa. Il foro esterno era gestito dall’Inquisizione, il foro interno dai confessori, due fori complementari che diventarono i principali strumenti di quella cattolicità.

C’è poi un aspetto etico che continua ad apparire paradossale. Se è vero che la teologia della Controriforma fu reazione a quella della Riforma, ci saremmo aspettati nel mondo cattolico una reazione anche all’agostinianesimo radicale di Lutero (ex monaco agostiniano) e al suo pessimismo antropologico, e quindi una maggiore fiducia nelle capacità morali degli uomini; non fosse altro per coerenza con quel Tommaso, divenuto nel frattempo punto di riferimento assoluto del cattolicesimo, che, rispetto ad Agostino, aveva uno sguardo più positivo sulla natura umana e sulla nostra capacità di bene nonostante il peccato originale. E invece quando andiamo a leggere la teologia e la prassi della Controriforma ritroviamo una esasperazione della cultura della colpa, un’azione pastorale basata sulla gestione dei peccati tramite una grande diffusione nelle masse del sacramento della confessione privata di peccati dettagliatissimi in “specie e numero” e così moltiplicati all’infinito. Troviamo anche un rilancio del Purgatorio, dell’angoscia per l’Inferno, delle danze macabre e delle chiese barocche riempite di teschi e scheletri.

Se poi ci mettiamo a sfogliare i “Manuali per Confessori” (ne ho collezionati diversi) che dalla metà del Cinquecento iniziano a moltiplicarsi (e che sono arrivati fino al Vaticano II), restiamo sbalorditi dallo spettacolo di una costellazione di peccati divenuta una vera e propria scienza da far impallidire al confronto le raccolte dei canonisti romani e medioevali. Scriveva su questo Guido De Ruggiero: «La moralità diviene affare di meccanica sussunzione del singolo caso nella classe appropriata, e il dubbio sulla più o meno esatta convenienza dell’uno nell’altra prende il nome di scrupolo e forma una specie di fittizio alone morale attorno all’azione meramente periferica e destituita di ogni intimità… Da qui la creazione di guide specializzate, di direttori e di confessori, capaci di orientare l’individuo nel fantastico labirinto». Si sviluppa una «eccezionale abilità legalistica, per adattare il caso alla legge e magari, talvolta, per eluderla». Di fronte a una Riforma che negava ogni estrinseco direttorio spirituale delle coscienze e concepiva la penitenza (che in Lutero comunque resta) come un rinnovamento totale della vita, «la mentalità casistica della Controriforma ribadisce invece il carattere sacramentale della confessione» il cui esercizio diventa sempre più frequente nel corso dell’anno (De Ruggiero, Rinascimento, Riforma e Controriforma, Laterza, 1947, pp. 198-199).

La diffusione e l’intensificazione della confessione auricolare è dunque un passaggio centrale. Il nuovo confessore creato dai nuovi ordini religiosi della Controriforma viene formato da teologi (gesuiti soprattutto) e passa sotto la giurisdizione dei vescovi - prima la confessione era quasi monopolio di monaci e frati francescani e domenicani. Il confessore diventa il “medico dell’anima” che deve essere capace di riconoscere la malattia morale oltre l’anamnesi sempre imperfetta del paziente-penitente: «Il demonio adopera mille ingegni per accrescere la difficoltà della confessione… Quindi voi aprite la via con il penitente così: “Voi avete udito cattivi discorsi ed avete avuto cattivi pensieri, non è vero?”. Se li nega, pigliate pure le sue negazioni per affermazioni. Continuate e dite ancora due o tre volte: “Voi vi siete fermato con piacere in questi cattivi pensieri, non è vero?”. Ancorché vi risponderà di no, continuate sempre…» (Abate Gaume, Manuale dei confessori, p. 49). Molta attenzione è data al trattamento dei peccatori recidivi: «Come poter assolvere un penitente abituato a dire cattive parole sei volte al giorno o anche più di dieci volte al giorno? Se ne proferisse che quasi una volta al giorno ogni otto giorni e … non è ricaduto per più di tre volte negli otto giorni? etc etc» (Ivi, p. 269).

Importante poi, per noi, è quando si arriva alla confessione dei mercanti e dei vari tipi di lavoratori: «Se viene un mercante chiedetegli se vende più caro vendendo a credito, e se le mercanzie a minuto possono vendersi più care… Se viene un sarto domandategli se ha lavorato nei giorni festivi per finire gli abiti senza alcuna straordinaria ragione, se ha ritenuto i ritagli delle stoffe, e se per lui è occasione prossima di peccato prendere le misure alle femmine…Se viene un barbiere, ingiungetegli di trovare una donna che sappia acconciare i capelli, perché le femmine non si avvaleranno mai di un uomo per farsi acconciare il capo, etc etc.» (pp. 160-161). I parroci dovevano poi curare elenchi parrocchiali dei “non-confessi” (chi non si confessava). Tutti in chiesa vedevano chi usciva dal confessionale senza accostarsi alla comunione, quindi il peccato non assolto usciva dal foro interno e diventava fatto pubblico.

Non è difficile allora capire che questo uso della confessione alimentò la tendenza allo sviluppo della doppia morale, al ricorso sistematico alla bugia. I penitenti erano fortemente incentivati a non dire la verità ai loro confessori, anche perché il confessionale era l’ultima propaggine dell’Inquisizione: «Me ha detto che, quando si va innanzi al confessore, non bisogna dire se non quello che si vuole che sappiano e che bisogna poi aspettare un Giubileo perch’allora poi sono perdonati i peccati» (Donna Olimpia Campana, modenese, 1600, citata in A. Prosperi, Una rivoluzione passiva, p. 275).

E arriviamo, finalmente, all’economia. Il Concilio di Trento, per arginare gli effetti deleteri della libertà di coscienza non-mediata dai chierici, ribadì con forza gli antichi divieti economici e finanziari che la Scolastica aveva superato tra il ‘200 e il ‘500. I moralisti andarono a scovare usure in quei contratti (lettere di cambio, commende, assicurazioni …) che erano stati inventati dai mercanti per evitare il divieto formale di usura. In quei confessionali andarono in fumo oltre tre secoli di civiltà e di ricchezza economica e giuridica, e l’Italia e i Paesi latini si ritrovarono con una etica economico-finanziaria precedente a quella dei frati francescani che tanto avevano lavorato per dire che non tutti i prestiti sono usurai.

Questa proliferazione dei controlli e delle casistiche dei peccati produsse fenomeni tutti molto rilevanti. Si creò una distanza e diffidenza reciproca tra il mondo imprenditoriale e la Chiesa. I mercanti continuarono a fare elemosine alla Chiesa, finanziavano le processioni e le feste patronali, si confessavano una volta l’anno dicendo al prete quello che potevano dire. Restavano dentro il recinto della chiesa, ma alle funzioni religiose mandavano moglie e figlie (nasce la “femminizzazione” della Chiesa cattolica). Si rafforza la doppia morale economica e civile: quella delle cose che si possono dire all’autorità, e quella delle altre cose che non si dicono a nessuno. Nasce l’idea dell’impossibilità di rispettare tutte le complesse e infinite leggi della vita economica e sociale, dove solo chi dice una verità parziale può sopravvivere, e dove solo gli stupidi dicono tutta la verità -«Le tasse? Le pago, certo, ma un po’: pagarle tutte è impossibile», mi diceva pochi giorni fa un imprenditore.

Si viveva e si lavorava quindi in uno stato ordinario di imperfezione, ma poi era lo stesso sistema religioso e sociale a offrire la sua chiusura. La Chiesa era cosciente della impossibilità di implementare quei meccanismi di controllo individuale, a causa di fallimenti sia sul lato dell’offerta (i preti non erano abbastanza preparati) sia su quello della domanda (i fedeli). Ed ecco che la stessa Chiesa introduce o riprende indulgenze plenarie ordinarie e straordinarie, giubilei, anni santi, perdonanze e pellegrinaggi che cancellavano i peccati non confessati. Ecco la radice, profondissima, della “cultura” cattolica dei condoni: peccati e bugie private che si scontavano in pubblico con strumenti pensati e voluti dalla stessa istituzione trasgredita.

Infine, un altro effetto collaterale altrettanto grave fu l’allontanamento dal mestiere del mercante, da quell’ars mercatoria che aveva fatto grande l’Italia fino al Rinascimento. Perché dovrei svolgere un lavoro, già di per sé rischioso, che viene esaminato nei suoi minimi dettagli religiosi, che gode di pessima reputazione (“sterco del demonio”), che costringe a dire ogni giorno bugie anche a Dio: meglio darsi alle professioni liberali (avvocati, notai), meglio la carriera militare ed ecclesiastica, meglio soprattutto il pubblico impiego. Nell’economia cattolica accadde qualcosa di simile alla teologia: perché rischiare il rogo facendo il teologo, meglio dedicarsi alla musica o all’arte, o alla scienza economica, come fece Antonio Genovesi, che condannato come teologo divenne il primo economista europeo nel 1754.

E così l’Italia della “civil mercatura”, che aveva rese stupende le nostre città comunali, divenne progressivamente l’Italia del posto fisso.

l.bruni@lumsa.it