Opinioni

Legalità. Le donne di camorra ripetono l'atroce sconfitta dei padri

Maurizio Patriciello mercoledì 23 novembre 2022

Sono abituati a vivere nel benessere economico, a spendere come e quanto meglio credono, a non lavorare ma a comandare ed essere obbediti. Sono le nuove leve della camorra, spesso figli di padri rinchiusi in carcere, che non hanno insegnato loro niente neanche con la loro sconfitta. Al contrario, è come se una febbre maligna li avesse investiti. È di non molte ore fa la notizia dell’arresto di 37 persone orbitanti nel circolo del “clan dei casalesi”, e in particolare nei gruppi Schiavone e Bidognetti. Vecchi nomi, volti giovani. La camorra si ricicla e resta uguale a se stessa. Tra gli arrestati spiccano due donne, Katia e Teresa, figlie di Francesco Bidognetti, detto Cicciotto ‘e Mezzanotte, vecchio boss attualmente rinchiuso al 41 bis. Quanto accaduto ci dice che le forze dell’ordine lavorano bene, che la sorveglianza non ha mai ceduto il passo alla pigrizia, che la camorra si può controllare e contrastare efficacemente.

Ci chiediamo, però, come sia possibile che dopo una vita trascorsa nelle file davanti alle carceri per far visita al padre, al fratello o ad altri familiari, un ragazzo o una ragazza non abbiano ancora sentito, forte, il desiderio di tenersi lontano dalla malavita per gustare il dono della libertà, la gioia dell’onestà, il gusto dell’impegno contro ogni prepotenza. Com’è possibile che due donne belle e ancora tanto giovani non avvertano un profondo rigetto nei confronti del sodalizio criminale che ha rovinato le nostre e le loro terre, le nostre e le loro vite? E invece – come in un noiosissimo film che torna a essere trasmesso – eccole in manette, le figlie di Cicciotto ‘e Mezzanotte. Ammettiamolo, è triste. È triste prendere atto che la camorra nell’Agro Aversano, rinasce dalle sue ceneri. È triste la conferma che le donne di camorra, in quanto a furbizia, a malizia, a capacità organizzative e criminali, non hanno niente da invidiare ai loro uomini. Ma la cosa che più fa montare la rabbia è che a tenere le fila del clan che si andava riorganizzando era, dal carcere, il fratello delle due signore, Gianluca. Da dietro le sbarre, servendosi di telefonini, poteva dirigere indisturbato le “operazioni” come se stesse a casa.

E insieme alla rabbia monta anche la paura al pensiero che nemmeno sapendoli rinchiusi possiamo sentirci tranquilli. Se, infatti, dal carcere il boss può continuare a dettare leggi, decidere pizzo, estorsioni, commercio della droga, smaltimenti di rifiuti tossici, e, magari, condanne a morte, la cosa si fa terribilmente inquietante. La camorra è una malapianta che si alimenta del silenzio dei “buoni” e della complicità di quegli imprenditori e politici corrotti e collusi che con essa fanno affari. È una vipera alla quale non bisogna mai dare confidenza, nemmeno quando fa la lacrimuccia. La camorra – antica, estenuante nemica del nostro territorio – dev’essere studiata, monitorata, combattuta, senza tregua, senza pietà, senza risparmio di energie, mettendo in campo i migliori investigatori, le migliori risorse, le migliori leggi. Nei confronti dei camorristi e delle camorriste occorre invece – anche se è difficile - non perdere la speranza che, dopo aver pagato il debito con la giustizia, possono ravvedersi. È avvenuto nel passato e ancora avviene. Per questo occorre che l’ampia zona grigia di chi si fa i “fatti suoi”, di chi si accontenta di mandare i figli a studiare lontano e all’estero per tenerli al sicuro, di chi dice “ ci debbono pensare gli altri” si assottigli sempre di più fino a scomparire. Lo abbiamo visto ancora una volta: un camorrista è un poveraccio criminale che non vuole bene a nessuno, nemmeno ai propri figli. È, infatti, anche grazie a Cicciotto ‘e Mezzanotte e al pessimo esempio da lui ricevuto se oggi per Katia e Teresa si sono aperte le porte del carcere. Possa questa ulteriore sconfitta spingere al pentimento i giovani (ma in realtà tanto vecchi) rampolli delle famiglie camorristiche che dalla vita criminale ancora si lasciano mortalmente ammaliare.