Opinioni

Analisi. L'Africa dei golpe vuole scegliere tra neosovranismo e democrazia

Giulio Albanese mercoledì 6 settembre 2023

Il colpo di Stato in Gabon è l’ultimo in meno di tre anni nell’Africa Subsahariana: dal Mali alla Guinea, dal Burkina Faso al Niger, per non parlare della crisi sudanese o della controversa morte del presidente ciadiano Idris Déby e della successiva investitura del figlio Mahamat. A questi putsch occorre aggiungere il fallito golpe il 1° febbraio del 2022 in Guinea Bissau, che mirava a destituire il presidente democraticamente eletto Umaro Sissoco Embalo. Sta di fatto che ogni volta che si verifica in Africa un golpe, si accende il dibattito sull’effettiva capacità delle istituzioni statuali locali di rispondere adeguatamente ai bisogni di sicurezza e di benessere delle proprie popolazioni. È il caso del colpo di Stato militare avvenuto mercoledì scorso a Libreville, che ha portato alla destituzione del presidente Ali Bongo Ondimba, eletto per un terzo mandato il 26 agosto scorso, la terza dal 2009, dopo che il padre Omar aveva mantenuto il controllo del Paese dal 1967. Stando a fonti locali, il golpe è avvenuto a seguito delle crescenti proteste contro Ali, accusato di avere manipolato i risultati della consultazione elettorale. Inoltre, sullo sfondo vi sono le frustrazioni e i malcontenti della popolazione autoctona nei confronti dell’amministrazione Bongo nella lotta contro la corruzione e in termini generali per la mala gestione del sistema-Paese.

Al di là delle valutazioni di merito sulle responsabilità della classe dirigente gabonese e sulla reale opportunità di defenestrarla con un intervento armato, rimane aperto il giudizio sulla effettiva traiettoria intrapresa da alcuni Paesi in termini di sviluppo democratico. Anzitutto occorre rilevare che rispetto al passato vi era stata fino a tre anni fa una significativa diminuzione dei golpe nel continente africano: dal 1950 al 2020 vi erano stati oltre 200 colpi di Stato. Di questi, circa un centinaio erano stati quelli riusciti. E se tra il 1960 e il 1999 ogni decennio contava tra i 39 e i 42 tentativi di golpe, dal 2000 il loro numero è andato diminuendo a 22, mentre nell’ultimo decennio erano stati 17. Da rilevare che una delle ragioni per cui vi era stata una diminuzione dei golpe dipendeva, almeno in parte, dalla maggiore efficacia delle istituzioni africane sia a livello continentale come l’Unione africana (Ua), che regionale come la Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc) e la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas/ Cedeao).

In effetti, questi organismi hanno adottato degli strumenti politici e legislativi che tuttora consentono loro di reagire in modo fulmineo agli eventi destabilizzanti. Non è un caso se il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana abbia twittato che «condanna fermamente la presa del potere militare nella Repubblica del Gabon, che ha deposto il presidente Ali Bongo il 30 agosto 2023, e decide di sospendere immediatamente la partecipazione del Gabon a tutte le attività dell’Ua, dei suoi organi e istituzioni». È bene rammentare che un colpo di Stato militare (in inglese military coupe in francese coup d’ètat) avviene quando l’esercito tenta di rovesciare il governo in carica, determinando anche la caduta degli organi legislativi, che solitamente, ma non sempre, ospitano in maggioranza i rappresentanti dell’esecutivo in carica. In sostanza si tratta, dunque, di un’illegittima presa di potere, di solito compiuta dai militari o da altre élite all’interno dell’apparato statale allo scopo, appunto, di spodestare l’ordine e il governo costituito. Tentativo che per dirsi riuscito — secondo due tra i massimi esperti della materia, Jonathan Powell (University of Central Florida) e Clayton Thyne (University of Kentucky) — deve durare per almeno sette giorni. La fenomenologia di un colpo di stato è molto variegata. In alcuni casi è volta a rovesciare il sistema costituzionale di uno Stato per salvaguardare gli interessi lesi dei cospiratori, ad esempio, con la diminuzione dei fondi governativi stanziati a loro favore. Oppure, l’esercito può decidere di mobilitarsi in difesa della popolazione. Se il governo in carica agisce in modo da impedire il corretto funzionamento della vita costituzionale, abusando dei poteri ottenuti democraticamente, i militari intervengono per spodestarlo. In questo caso, solitamente, il tempo di occupazione del potere da parte dei golpisti sarà limitato al periodo necessario a ripristinare il normale ordine democratico.

È comunque importante notare che secondo uno studio dell’African Development Bank pubblicato nel 2020, la zona del continente africano che ha registrato il numero maggiore di golpe è stata l’Africa Occidentale, seguita dall’Africa Centrale e Orientale e in misura più contenuta dall’Africa Australe, con alcuni episodi. A questo punto viene spontaneo domandarsi a cosa sia dovuta questa riacutizzazione dei golpe nel corso di questo primo segmento del nuovo decennio. Anzitutto occorre osservare che l’Africa Occidentale continua ad essere, ancora oggi, la regione del continente maggiormente interessata dai colpi di Stato se si considera la collocazione geografica di Mali, Guinea, Burkina Faso e Gabon. Inoltre bisogna evitare di fare di tutte le erbe un fascio. Se da una parte è evidente che l’Africa è ricca di materie prime di ogni genere, fonti energetiche in primis (il Gabon, ad esempio, oltre alle miniere di manganese, dispone di un ingente bacino petrolifero, mentre il Niger ha significative riserve di uranio e depositi auriferi), che in tempi di recessione economica globale e di manifesta crisi del multilateralismo politico ed economico, rappresentano un fattore destabilizzante, a dir poco letale; dall’altra sono evidenti i distinguo. Mentre nella fascia saheliana il malcontento popolare è in gran parte legato al deficit securitario legato all’invasiva presenza di formazioni islamiste che i governi democraticamente eletti non sono stati in grado di contrastare, per quanto riguarda il Gabon l’insoddisfazione popolare dipende in gran parte dalla mancanza di governance acuitasi negli anni per il crescente nepotismo della dinastia dei Bongo.

Rimane il fatto che comunque la Francia, ex potenza coloniale, un tempo molto influente nello scacchiere occidentale del continente africano è sempre più fuori gioco anche se poi, come ha scritto il filosofo camerunese Achille Mbembe sul quotidiano parigino Le Monde: «non perché sarebbe stata spodestata dalla Russia o dalla Cina, spaventapasseri che i suoi nemici e carnefici locali sanno scuotere per meglio tenerla in ostaggio», ma perché l’Africa, nell’attuale congiuntura internazionale segnata dalla crisi russo-ucraina e dalla finanziarizzazione dei mercati, dai cambiamenti climatici e dalle diseguaglianze, sta decisamente cambiando. I Paesi africani sono infatti, secondo Mbembe, al termine di un ciclo storico che li pone inesorabilmente di fronte ad un grande dilemma incentrato sulla scelta tra «neosovranismo» o «democrazia». In questa prospettiva l’intellettuale camerunese è convinto che «i golpe appaiono come l’unico modo per provocare un cambiamento, per garantire una forma di alternanza al vertice dello Stato, accelerando la transizione generazionale ». Tutto questo in un continente in cui l’età media è di 20 anni e dove i giovani sognano l’agognato cambiamento.