Opinioni

La libertà è responsabile (oppure non è). Il buon diritto al non contagio

Massimo Calvi sabato 11 settembre 2021

Negli Stati Uniti, dove le battaglie per la libertà si caratterizzano sempre per le tonalità vivaci che arrivano ad assumere, alle cause intentate dai no-vax contro le imposizioni sanitarie si stanno ora aggiungendo iniziative legali per tutelare il diritto di non essere contagiati. Chi le promuove contesta agli Stati che vietano l’obbligo di mascherine nelle scuole o non richiedono una forma di Green pass in altri contesti, di non fare abbastanza per contrastare la pandemia, e dunque di allungare i tempi del ritorno alla normalità, oppure di discriminare i ragazzi più fragili nel momento in cui riprendono a fare vita comunitaria. Il tema dei diritti di chi vuole essere protetto dall’infezione ribalta un po’ la prospettiva cui ci ha costretto fin qui la narrazione della 'libertà' ai tempi della pandemia, questione che in Italia finora ha riguardato solo chi rivendica il diritto, tutelato dalla Carta costituzionale, di non essere sottoposto a un trattamento sanitario contro la propria volontà.

Il nuovo punto di vista può essere lo spunto per incominciare a porre la questione dei diritti dei vaccinati, cioè della tutela e della rappresentazione di chi ha messo in gioco sé stesso compiendo un passo importante per rimettere in moto il meccanismo della vita, delle relazioni sociali, dell’economia e di tutto il resto, a beneficio dell’intera comunità.

È vero che il vaccino non assicura la protezione totale dal contagio, dall’ospedalizzazione e nemmeno dalla morte. Anzi: a causa della variante Delta molte speranze sull’immunità di popolazione sono venute meno. Ed è vero che concentrarsi solo sui vaccini come risposta al Covid rischia di trasmettere un messaggio sbagliato, e cioè che il Green pass venga interpretato come il lasciapassare per una vita totalmente libera da ogni prudenza. Tuttavia ogni evidenza dimostra che il vaccino è uno scudo formidabile: i dati dell’ultimo Bollettino dell’Istituto superiore di sanità, ad esempio, segnalano come tra i vaccinati si siano avuti finora circa 1,7 decessi per milione contro i 14 tra i non vaccinati, che dunque hanno un rischio oltre 8 volte superiore di andare incontro alla morte rispetto a chi ha ricevuto due dosi.

Guardando a chi ha meno di 80 anni, per fare un altro esempio, si contano 39 ricoveri in terapia intensiva per milione tra i non protetti e solo 3 tra chi si è vaccinato. Tutta la critica all’efficacia del vaccino, insomma, può essere utile fintanto che aiuta a tenere alta l’attenzione verso ciò che si può fare di meglio rispetto all’immunizzazione di massa, ma non può diventare la giustificazione morale a una visione, più ideologica che politica, che ha l’effetto di ostacolare e ritardare provvedimenti che mirano solo ad aumentare la protezione dal virus a beneficio di tutti.

Probabilmente la battaglia in difesa della massima libertà individuale si avvale di un’interpretazione ardita della realtà di questa fase di emergenza. Lo Stato che decide regole severe e limitazioni, magari anche problematiche in termini di coscienza e di diritto, non ha affatto le caratteristiche di un Leviatano che governa in modo autoritario una popolazione di lupi litigiosi. È invece l’espressione – siamo o no in democrazia? – di un contratto sociale nel quale i cittadini hanno scelto di proteggersi dal virus, in quanto comunità, anche attraverso una campagna di vaccinazione. Nella narrazione che presenta come vittima chi, legittimamente, ha scelto di restare al di fuori di questo accordo, c’è il capovolgimento di un principio etico fondamentale. Quello per cui l’assunzione di responsabilità collettiva di una popolazione adulta serve a proteggere tutti, ma soprattutto i più deboli, e persino i più piccoli se ad esempio si è dell’idea che i bambini non abbiano bisogno di Green pass.

La presa in ostaggio dei concetti di libertà, coscienza, diritto, produce effetti paradossali. Pensiamo alla sentenza con cui la Cassazione ha stabilito che l’iniziativa di un singolo intenzionato a rimuovere il crocifisso da un’aula non può prevalere rispetto al volere della comunità scolastica: nella scelta di mantenere il simbolo della cristianità, si può forse ravvisare una limitazione della libertà o la lesione di un diritto individuale? L’immagine di una maggioranza che impone e s’impone, insomma, non corrisponde alla realtà della vicenda che stiamo vivendo insieme, come umanità, forse per la prima volta nella storia del mondo. In questo senso, riconoscere un diritto dei vaccinati, significa anche saper guardare oltre i confini di sé, per arrivare a difendere il diritto dei 'vaccinandi', i poveri dei poveri, i popoli che non conoscono il privilegio di scegliere se, dove, come e quando inocularsi un siero che aiuta a vivere e a sopravvivere.