Opinioni

Tensioni e nazionalismi. I cittadini che fanno l'Europa. Una nuova sfida per la pace

Antonio Spadaro giovedì 4 aprile 2019

Questo articolo è tratto dall'ultimo numero di «La Civiltà Cattolica» (6/20 aprile 2019)

Riflettendo sull’avvenire del nostro Continente, alcuni politici – ma anche partiti e movimenti – sembrano mettere in discussione non solamente l’Unione Europea come la conosciamo, ma persino l’esistenza stessa di un processo di costruzione dell’Europa. Come porsi davanti a queste tensioni, frutto della sfiducia e di un sentimento nazionalista?

Facciamo un passo indietro: a Compiègne. Lì nel 1918 fu firmato un armistizio che ha fatto cessare il rumore delle armi, mettendo fine a un conflitto distruttivo, la Prima guerra mondiale. Ma finì anche col creare le condizioni di un secondo conflitto in Europa, che 21 anni dopo si estese al mondo. Dobbiamo anche ammettere che, nel corso dei secoli, raramente l’Europa ha cessato di essere in guerra. Il processo di costruzione dell’Unione è stato un fattore importante nella pacificazione del Continente, ma resta ancora molto da fare. Dunque, deve essere chiara una cosa: interrompere o mettere in discussione il processo europeo significa, di fatto, evocare spettri che avevamo messo a tacere.

Torniamo con la nostra memoria ai 'padri fondatori' dell’Europa: la loro decisione e il loro impegno poggia sulle loro rispettive esperienze, alcune delle quali plasmate dall’insegnamento sociale della Chiesa. Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman, Joseph Bech, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak... Nel 1918 essi non si conoscevano, ma le vie tortuose della Storia li condussero, ciascuno per la sua parte, a contribuire a un progetto che permetteva di creare le condizioni di una società europea pacificata, sviluppata, giusta e solidale. 'La Civiltà Cattolica' nel febbraio 1930 esprimeva così questa consapevolezza: «Si potrà discutere a lungo e battagliare senza posa intorno alla tecnica di una nuova organizzazione dell’Europa, ma non certo sulla sua necessità odierna». Sono ugualmente fondatori dell’Europa tutte le cittadine e tutti i cittadini che hanno resistito alle due grandi dittature del XX secolo, tanto all’ovest quanto all’est del Continente, versando il loro sangue fino al dono della vita, affinché i valori che mettono la persona umana al centro del progetto sociale europeo fossero una realtà, tanto a livello nazionale quanto a quello sovranazionale.

Nel 2012 l’Unione ha vinto il premio Nobel per aver contribuito alla pace, alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani in Europa. Il premio è stato meritato, ma non dimentichiamo pure che questi 60 anni di pace in Europa non sono scorsi come un fiume tranquillo. Sono stati anche ricchi di confronto ideologico, di azioni contrarie ai diritti dell’uomo, di interventi militari in violazione del diritto dei popoli a disporre di se stessi. Tuttavia sono stati vissuti avvenimenti che hanno rappresentato momenti di risveglio dei popoli e di trasformazione della società europea. Uno di questi è la caduta del Muro di Berlino nel 1989, che è stata una svolta nella storia del Continente e della Comunità europea, mettendola di fronte alle sue responsabilità, obbligandola ad aprirsi per ricevere gli Stati dell’antico blocco dell’Est, facilitando così il recupero e l’estensione dei valori dell’Europa libera. All’epoca, prevaleva il desiderio dell’ampliamento della Comunità europea e meno quello dell’approfondimento politico.

Ancora oggi, molti in Europa occidentale si chiedono se sia stato prudente accettare tale ampliamento. Ciò che è certo è che esso ha facilitato la nascita di un’Europa che deve respirare con due polmoni, come diceva profeticamente san Giovanni Paolo II. Il processo di ampliamento si imponeva allora e, del resto, non è ancora terminato, dato che alcuni Paesi dei Balcani potranno un giorno far parte anche loro dell’Unione Europea. Ma l’approfondimento oggi è necessario. La costruzione della 'casa comune europea' ha bisogno di essere il risultato di cittadini forti della loro identità culturale, responsabili della loro comunità, e allo stesso tempo consapevoli che la solidarietà con il resto dell’Europa è essenziale. La coscienza cristiana è pienamente coinvolta in tale processo. Essa viene fortemente messa in discussione da questi secoli europei di guerre e di tragedie, che oggi ci pongono di fronte alle nostre responsabilità di cristiani nel mondo di questo tempo. Certamente oggi i valori cristiani non sono tutti presenti nel processo europeo, ma ce ne sono – e ce ne saranno – di più solamente attraverso la vita quotidiana di uomini e di donne responsabili e di buona volontà. «I cristiani in Europa non possono ritirarsi di fronte al compimento delle loro responsabilità storiche nei confronti del futuro dell’Europa», mi ha detto monsignor Alain Lebeaupin, Nunzio apostolico presso l’Unione Europea, al quale devo l’aver suscitato queste mie riflessioni.

Francesco ha trattato regolarmente della questione dell’avvenire dell’Europa sin dall’inizio del suo pontificato, in particolare in cinque importanti discorsi: i due nel Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa, a Strasburgo nel novembre 2014; il discorso in occasione del conferimento del premio Carlo Magno nel maggio 2016; il discorso ai Capi di Stato o di Governo riuniti a Roma nel marzo 2017 per celebrare i 60 anni della firma dei trattati fondatori; infine, il discorso nell’ottobre 2017 al colloquio organizzato dalla Comece in Vaticano per ripensare l’Europa. Riteniamo che questi testi di Francesco siano da rileggere oggi, alla vigilia delle elezioni di maggio, in relazione a ciò che significa la costruzione europea nella Storia, e a quello che è il posto dell’Europa nel mondo. In questi discorsi si ritrova un’idea di Europa capace di far nascere un nuovo umanesimo, fondato sulla capacità di integrare, di dialogare e di generare.

La grande sfida consiste nel riconoscere che siamo nel pieno di un lungo processo di costruzione dell’Europa. Esso ha i suoi iniziatori in alcuni 'fondatori', ma anche in tutti coloro che hanno fatto la loro parte, da cittadini, per superare le tensioni nazionaliste e totalitarie che hanno lacerato il tessuto del Continente, e delle quali i 'sovranismi' di oggi sono eredi. Ma l’Europa ha bisogno ora di cittadini e non solamente di abitanti. L’Europa è unione di popoli e non soltanto di istituzioni. E sono i cittadini che devono poter essere messi nelle condizioni di prendere parte alle decisioni e di sentirsi protagonisti, soprattutto del miglioramento del processo europeo in atto. La situazione attuale, dunque, richiede scelte politiche precise da parte dei cittadini europei, i quali non possono essere semplici osservatori, ma persone che hanno a cuore le sorti del nostro Continente e della pace che il processo europeo ha comunque garantito fino a oggi.

Direttore di 'La Civiltà Cattolica'