Opinioni

Le guerre dimenticate degli ultimi. Haiti sprofonda nell’indifferenza

Lucia Capuzzi mercoledì 14 giugno 2023

Haiti annaspa. Da molto prima che un’alluvione anomala la scorsa settimana colpisse la sua capitale, Port-au-Prince, e ne affogasse la zona affacciata sulla baia cioè la sterminata baraccopoli di Cité Soleil, uccidendo oltre cinquanta persone. I canali di scolo sono intasati da quasi un anno: i mezzi incaricati della pulizia non hanno accesso all’area, campo di battaglia tra la gang G9, del potente boss Jimmy Chemizier alias “Barbecue”, e Gpep agli ordini di Ti Gabriel.

Ogni pioggia, dunque, trasforma la bidonville in una laguna fetida di melma e rifiuti. Stavolta, l’acqua è stata “solo” più violenta. E letale. L’ultimo esempio di come, in questo frammento d’isola, sono le azioni – e le omissioni – umane a provocare i disastri naturali. Haiti trema. Da molto prima che l’ennesima frustata tellurica, sempre questa settimana, sferzasse l’occidente del Paese. Haiti trema ogni notte, quando gli spari lacerano il silenzio annunciando l’avanzare della linea del fronte. Ormai Port-au-Prince è un reticolato di frontiere invisibili quanto mobili tra i domini dei circa duecento gruppi armati che tengono in ostaggio i suoi quattro milioni di abitanti. Lo Stato s’è disfatto a partire dal 2018: non c’è più alcuna istituzione legittimamente eletta, l’ultimo presidente – Jovenal Moïse – è stato assassinato in una congiura di palazzo, tribunali e polizia funzionano a singhiozzo.

Il potere esercitato dal premier, Ariel Herny, è a malapena un simulacro neppure sufficiente a fargli raggiungere l’ufficio, a Champs de Mars, zona off limits a causa delle gang. Sono queste ad avere l’autorità reale, basata sui Kalashnikov che fluiscono ininterrottamente dalle armerie Usa, a dispetto dell’embargo, grazie all’assenza di controlli doganali. Le risorse per comprarle sono frutto dell’economia dei sequestri – una media di cinque al giorno – e dei soldi di politici e uomini d’affari che, a lungo, hanno utilizzato le bande come mezzo di cooptazione del consenso, salvo poi finirne essi stessi prigionieri.

Il salto di qualità è avvenuto durante il mandato del defunto Moïse (2015-2021) quando l’impiego di milizie s’è fatto prassi sistematica. Ormai ricche e potenti, ben presto, queste si sono rese indipendenti dai vecchi sponsor. Sono loro a comandare ora. Il risultato è un susseguirsi di massacri, sfollamenti, stupri di massa, violenze e rapimenti ai danni di civili con l’unico obiettivo di accaparrarsi brandelli di territorio da saccheggiare. La ferocia e la paura sono lo strumento per garantirsi obbedienza. Haiti è, così, casoscuola di quel tipo di conflitti contemporanei che Mary Kaldor definisce “nuove guerre”: una forma di violenza organizzata, nata nelle pieghe dell’unipolarismo neoliberista, in cui si fanno labili i confini tra gruppi politici, formazioni criminali e violazione su ampia scala dei diritti umani. La gran parte dei 169 scontri bellici che dilaniano il pianeta – in particolare il Sud geopolitico – rientrano in tale categoria. Ancor più di altri, però, fa fatica a ritagliarsi un minimo spazio nell’agenda politica internazionale.

Haiti annega, inesorabile, nell’abisso dell’indifferenza della comunità internazionale distratta da differenti priorità. E dimentica delle palesi responsabilità nel suo sprofondare: l’abolizione dei dazi doganali sui prodotti agricoli imposta dall’Amministrazione Clinton negli anni Novanta e la gestione del post-terremoto del 2010 solo sono due dei molti esempi. Nessun Paese ha risposto agli appelli del segretario generale Onu, Antonio Guterres. Non solo non si è mai concretizzata l’ipotesi – che genera comprensibili perplessità dentro e fuori dalla nazione – dell’invio dei caschi blu.

Non è stata nemmeno proposta un’alternativa concreta, a parte il palliativo statunitense di permessi temporanei per i profughi. Haiti, abbandonata, affoga. Urgente lanciare almeno un salvagente. Nell’interesse degli abitanti suoi e del resto del mondo. Come la storia recente insegna, dall’Afghanistan alla Siria, non è lungimirante lasciarla trasformarsi in una Somalia dei Caraibi.

Le gang non estraggono dal territorio solo tangenti e soldati da arruolare: spesso lo appaltano – previo compenso – alle mafie internazionale come trampolino per i traffici di droga e armi. Fonti ben informate già segnalano l’attività continuativa di cinque cartelli messicani e di vari gruppi terroristi mediorientali. Nel “villaggio globale”, nessun pezzo di mondo agonizza in solitudine. Nemmeno un’isola – per parafrasare John Donne – è un’isola. E, per la prima volta, può sprofondare.