Opinioni

Merita di essere vera. Europartita, altro che tattica

Arturo Celletti ed Eugenio Fatigante sabato 19 dicembre 2015
L'Italia non è più «il ventre molle» d’Europa, secondo la celebre definizione di Winston Churchill. Il Consiglio Europeo di fine 2015 ci consegna una novità nello spesso stantio panorama dell’Unione: una prova di forza di Matteo Renzi che segna un salto di qualità - anche per i toni usati verbalmente - nei rapporti fra il resto d’Europa e la Germania di quell’Angela Merkel appena incoronata «persona dell’anno» dalla rivista "Time". Può diventare la partita della vita per un presidente del Consiglio che non ama certo i ruoli da comprimario e che, una volta varcato il Rubicone (con l’osservazione che la Germania «non può raccontarci che dona il sangue per l’Europa»), deve giocare fino in fondo una sfida che, a questo punto, non è tattica ma strategica per il futuro del Vecchio Continente. È qui che si giocano la carne e il sangue dei popoli e dei giovani europei, ancorati finora dall’iper-rigorismo di marca teutonica a una prospettiva di basso sviluppo e risucchiati, per reazione, dai vortici di quel populismo politico che rischia di fare sempre più proseliti (come hanno dimostrato le ultime elezioni in Francia ), con tutto ciò che ne consegue in termini di solidarietà e di armonica integrazione continentale.Si tratta di uno scarto e di un salto di qualità giustificato da una serie di fattori e quindi per certi versi salutare, ma comunque vissuto con sofferenza dal premier che sull’asse con Berlino aveva edificato (al pari dei predecessori) buona parte del suo primo anno di governo. Troppi sono, ormai, gli elementi che convergono verso l’esigenza di una chiarificazione con il "potere forte" e presunta locomotiva d’Europa, che spesso indulge però a essere un treno ad alta velocità solo per se stessa. In principio fu la partita dei conti pubblici dove, sull’onda della crisi globale esplosa dal 2008, la Germania ha imposto agli altri Stati della Ue politiche d’austerità (peraltro in parte doverose in alcune nazioni fra cui l’Italia, visti certi eccessi del passato) proprio nel pieno della recessione, cioè quando più erano foriere di potenziali danni collaterali (come è stato) e nel frattempo ha accumulato - anche per la sua bravura tecnica, va ricordato - un surplus della bilancia dei pagamenti, del 7% annuo, senza condividerlo con gli altri e spesso negando anche un minimo di flessibilità.Sono poi tre i fattori scatenanti, più recenti, che hanno prodotto l’irritazione renziana: l’ondivaga posizione della Ue sul tema dei migranti, con il rifiuto di correggere le storture del Trattato di Dublino (che inchiodano i richiedenti asilo al territorio di prima identificazione) e un’Italia lasciata sola a gestire il flusso finché questo non si è abbattuto via terra anche su Balcani e Mitteleuropa e, ora, costretta a subire anche la beffa di una procedura d’infrazione per la questione delle impronte digitali non rilevate. Poi la linea tedesca sul raddoppio del gasdotto North Stream per portare il gas russo in Germania, che ha dimostrato in modo lampante come Berlino continui ad andare a braccetto con Putin proprio mentre impone al resto dell’Unione di mantenere verso la Russia quelle sanzioni commerciali che stanno penalizzando soprattutto il Made in Italy, particolarmente apprezzato di là degli Urali. Infine, la persistente opposizione della cancelliera Merkel alla cosiddetta "terza gamba" dell’Unione bancaria (cioè l’ultimo passo avanti compiuto in questa costruzione europea sempre troppo sbilanciata sul lato della finanza): lo schema unico di assicurazione dei depositi bancari fino a 100mila euro. Campo in cui la Merkel e i tedeschi dimostrano di non fidarsi nella sostanza della bontà del sistema creditizio italiano (e di altri Stati), dopo che l’Italia si è dissanguata per rifinanziare le banche greche e spagnole nelle quali, invece, si erano impelagati le banche teutoniche. Né Renzi ha gradito le difficoltà frapposte al "piccolo" – in fondo – piano di salvataggio privato delle 4 banche nostrane in crisi dopo aver assistito, senza che la Ue alzasse mezzo sopracciglio, ai 250 miliardi di aiuti pubblici assicurati negli anni da Berlino ai propri istituti "febbricitanti". Troppe sono, insomma, le cose che non vanno, in questa Europa dal fiato corto, schiacciata fra la potenza americana e lo straripante colosso Cina.E il presente e il futuro della Ue non possono essere una sorta di menu à la carte, dove Berlino impone diete e sceglie per sé i piatti più prelibati: se viene meno anche solo un ingrediente fondamentale rischia di guastarsi tutta la cena. Ma per trovare una risposta che sia diversa rispetto a quella, irosa e infine autolesionista, dei populismi che l’Europa vogliono distruggerla in nome di nazionalismi che si sperava fossero stati sepolti con il Novecento, serve tornare allo spirito delle origini. E forse non è allora un caso che i tempi lunghi richiesti necessariamente dalle dispute politico-diplomatiche ormai ingaggiate pongano all’orizzonte dell’Europa il riferimento a un anniversario forte: nel 2017 ricorreranno i 50 anni dei Trattati di Roma, fondativi di un’Europa che sapeva pensarsi Comunità di Stati e non caserma. In quell’anno, all’Italia (e a Renzi che spera naturalmente di essere ancora a Palazzo Chigi) spetterà la presidenza di turno del G7. Un’accoppiata importante per tentare di imprimere una svolta vera a una prospettiva che deve essere ben più lungimirante della "vista corta" delle singole elezioni nazionali. L’Europa insieme è uscita dal male assoluto delle guerre mondiali. E insieme deve continuare ora a camminare. Sacrificando, ciascuno degli stati, un po’ di egoismi nazionali e mettendo ciascuno un supplemento di anima (e di "carburante"). Italia e Germania restano i Paesi più europeisti e sono perciò in certo qual modo "costretti" a trovare un’intesa nel comune progetto di rafforzare la Ue e rifarla "coro". Con Berlino già capofila dell’Europa nordica e Renzi (chiamato a dimostrare di avere pensieri lunghi e sagacia nel tessere la giusta rete di alleanze) che si prefigge di diventarlo per l’Europa mediterranea. Vorremmo aver assistito all’inizio di una sfida che porti Nord e Sud dell’Unione a puntare su un progetto capace di portarci a compiere passi concreti (maggiore armonizzazione fiscale, vere università europee, difesa comune…) nell’edificazione dell’identità europea. Obiettivi e idee guida che non possono ridursi a pur utili parametri economicistici e a un pugno di banconote, e che non possono ignorare alcuno degli interessi reali dei popoli e delle nuove generazioni.