Chiesa

Le vere parole del Papa. «Aborto e scomunica, basta con gli equivoci»

Luciano Moia giovedì 24 novembre 2016

Un grande abbraccio di misericordia nel solco della tradizione della Chiesa trasformato in perdonismo a buon mercato, in gesto che azzera ogni profilo etico per l’ansia di voler scoprire la «svolta» a tutti i costi. Cioè esattamente il contrario di quanto scritto del Papa. A tre giorni dalla pubblicazione della Lettera apostolica Misericordia e misera, sulla decisione di Francesco che – come più volte ribadito – ha esteso a tutti i sacerdoti la possibilità di assolvere dal peccato di aborto prima riservata solo ai vescovi o ai confessori con specifica autorizzazione, continuano ad addensarsi valutazioni strampalate e giudizi approssimativi.

Tanto che l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, in un’intervista a Tv2000, ha definito 'idiozie' alcuni titoli e contenuti comparsi su non pochi media. «Voglio dire una cosa nei confronti dei giornalisti – ha aggiunto Fisichella – , in Sala Stampa ne ho sentite di tutti i colori. C’è da parte di qualcuno la tentazione di leggere in fretta e quando si legge in fretta non si capisce. C’è la tentazione di trovare subito qualche cosa. E di tanti contenuti l’occhio è caduto solo sull’aborto. C’è poi la volontà di qualcuno di voler denigrare e trovare quello che non c’è».

Il punto che ha alimentato i maggiori equivoci è risultato quello della cosiddetta scomunica lateae sententiae (canone 1398) per «chi procura l’aborto ottenendone l’effetto». Scomunica che, non avendo il Papa specificato nulla a riguardo, rimane un vigore fino a decisione contraria.

E allora, perché questa incomprensione? «La confusione – spiega Orietta Rachele Grazioli, canonista, docente di diritto della famiglia alla Lateranense – nasce dal fatto di confondere il piano del delitto da quello del peccato. Nel diritto canonico non tutti i peccati sono delitti, mentre è vero il contrario. Nel caso dell’aborto siamo in presenza di un delitto particolarmente efferato che, come ribadito dal Papa, è anche un peccato gravissimo, cioè l’omicidio di un innocente». La scomunica latae sententiae, che cioè scatta in maniera automatica e che rappresenta la pena più grave prevista dalla legge della Chiesa, va a sanzionare proprio questa doppia valenza, cioè delitto grave più peccato altrettanto pesante. Identica pena, per esempio, è prevista (canone 1370) «per chi usa violenza contro il Romano Pontefice».

Ma, a rendere ancora più assurde tante valutazioni espresse in questi giorni sulla decisione del Papa, c’è anche il fatto che il Codice di diritto canonico già prevedeva la possibilità di cancellare la scomunica per i peccati più gravi – aborto compreso – anche da parte di un sacerdote 'non autorizzato'. «Ma certo, si tratta del canone 1357 che – riprende la canonista – concede al confessore la possibilità di rimettere 'in foro interno sacramentale' la censura latae sententiae 'per il tempo necessario a che il Superiore competente provveda'».

In altre parole, se una donna che ha abortito si rivolge al confessore e mostra di aver compreso la gravità di quanto commesso, manifestando sincero pentimento e fermo proposito di non cadere più nella stessa colpa, il sacerdote può cancellare la scomunica e permetterle di riaccostarsi ai sacramenti. «Una scelta che – riprende Grazioli – si spiega con il senso profondo delle norme previste dal Diritto canonico che è sempre la salvezza delle anime.

Prima della Misericordia et misera, se il sacerdote verificava che per il penitente era troppo gravoso, dal punto di vista spirituale, rimanere lontano dai sacramenti, poteva rimettere la censura e, nell’attesa dell’intervento del vescovo a cui spettava l’assoluzione, concedeva la possibilità di accedere ai sacramenti ». Alla luce della decisione del Papa, la facoltà concessa dal canone 1357 – almeno per quanto riguarda l’aborto – dovrà essere riaccordata con le nuove facoltà allargate a tutti i sacerdoti. «Vedremo – conclude la docente – se sarà rivisto il canone o se il Papa interverrà con un Motu proprio».