Agorà

Architettura. E Gio Ponti disse: diamo a Milano il nostro stile

Maurizio Cecchetti venerdì 13 dicembre 2019

Il designer e architetto italiano Gio Ponti

Con ironia, mista alla certezza che chi ha orecchie per intendere capirà ciò che la metafora significa, in un filmato d’epoca Gio Ponti, rispondendo a un intervistatore francese quando ormai la Torre Pirelli è conclusa, gli espone la propria “teologia dell’architettura”, secondo la quale l’uomo è chiamato a completare i vuoti che Dio ha lasciato nella sua creazione. Siamo in pieno boom economico, Ponti spiega cosa desidererebbe per Milano, la città che ama. «Sogno una città fatta dai miei colleghi architetti. Non una città di case basse e un grattacielo qui e qui [traccia una linea e poi in perpendicolare altre singole linee ugualmente distanziate, che indicano i punti dove i razionalisti collocherebbero i grattacieli, e definisce quello schema «una bocca con qualche dente più alto e qualcuno più basso»]. I grattacieli – prosegue – vanno bene se sono un po’ vicini l’uno all’altro come delle isole, se formano un paesaggio [e disegna grappoli di grattacieli], con le nuvole, il cielo e altre case basse». Detto questo, spiega la sua piccola teologia architettonica per la capitale lombarda: «Le altre città hanno delle colline, come Roma, come Firenze, come Torino, hanno il mare come Genova... Napoli ha il mare, le isole e pure il Vesuvio. Dio ha aiutato molto la bellezza di queste città, ma per Milano Dio non ha fatto niente, quindi sta a noi fare in modo che Milano sia una bella città: è una questione di creazione, ecco perché gli architetti che amano molto Milano e i milanesi non fanno che sognare di poter realizzare, di creare una bella città, perché senza di loro e senza i milanesi Dio è assente».

Il tono ironico e paradossale di Ponti ha un punto preciso su cui battere: Milano può diventare una città bella, che ancora non è, ma dipende molto dai suoi architetti e dai suoi cittadini. Si potrebbe dire che, nonostante le nuove torri avveniristiche e un po’ ritorte, nonostante, o forse a causa della parodia dei “boschi verticali” e delle archistar, il sogno di Ponti è stato, poco a poco, abortito. Sì, dopo l’Expo sembra che Milano sia diventata la città più bella d’Italia, molti studenti stranieri si sono iscritti alle sue università o sono venuti a lavorare in professioni trendy, ma tutto sommato se oggi Ponti dovesse esprimersi sull’architettura di Milano, i suoi quartieri e le sue periferie, dubito che userebbe le stesse parole di allora e, soprattutto, che nutrirebbe ancora speranza in quel monito che aveva lanciato nel 1957 intitolando uno dei suoi libri più suggestivi Amare l’architettura. A quel moni- to-speranza si ispira anche la mostra che, a cura di Maristella Casciato e Fulvio Irace, il Maxxi ha allestito sull’architettura di Ponti, mutuandone il titolo.

Basti qualche aforisma tratto da quel libro a testimoniare come Ponti fosse un moderno paradossale, un razionalista eretico che credeva più alla bellezza che alla funzione, un teorico dell’arte senza teoria: «Quando la storia vince, l’architettura ruina»; «l’architettura non ha attributi, tutto ha una destinazione sociale nella civiltà, anche il bel monumento»; a chi ha sostenuto in passato e sostiene oggi che l’architettura è la sintesi di tutte le arti, Ponti obietta: «Che strana idea di ragionare sulle arti per rapporti di parentela, l’architettura è l’architettura, la pittura è la pittura, e così via» (forse Mario Negri, che collaborò con lui per il monumento a Eindhoven, e tenne una rubrica di critica su “Domus”, avrebbe da puntualizzare che talvolta gli architetti sono scultori – vedi Le Corbusier – ma anche viceversa). Se Ezra Pound disse che «la bellezza è difficile », Ponti sosterrà che l’architettura «è facile» (perché deve rispondere alle esigenze dell’uomo). Ponti intuì presto che l’innovazione tecnologica nei materiali rendeva superata la classica distinzione tra pieni (muri) e vuoti (finestre e porte), non perché le case non avessero più delimitazioni precise (sebbene lo spazio continuo e fluido giapponese avesse inciso non poco sulla mentalità dei funzionalisti europei e anche Ponti avesse maturato l’idea che spazio interno e spazio naturale dovessero compenetrarsi), ma perché il muro perdeva di pesantezza dissolvendo la sua massa sulla superficie ora pronta per raffinati giochi decorativi di forme e colori.

Ponti aveva avuto precoci esperienze nell’industria ceramica curando sostanzialmente il catalogo della Richard Ginori negli anni Venti, i suoi rivestimenti così diventano superfici d’arredo domestico ma anche urbano, come se il decoro interno cercasse di andare verso l’esterno secondo quella “socialità” che nasce dalla civiltà. Il palazzo per gli Uffici Montedoria che costruì su via Doria e piazza Caiazzo a Milano mentre stava ancora seguendo la conclusione dei lavori, a poche centinaia di metri, della Torre Pirelli, ci dice quanto fosse duttile lo sguardo di Ponti e quanto il suo concetto di decorazione nell’architettura sia una vera e propria idea di design applicata alle superfici urbane dei suoi edifici. Per questo, una rassegna su Ponti architetto avrebbe giovato molto più al visitatore se si fosse allargata al vastissimo catalogo di oggetti di arredo e affini ideati dal suo genio eretico, ironico e pronto a scartare dalle stesse convenzioni sociali. Era la filosofia della grande retrospettiva di Ponti tenutasi fino al maggio scorso al Musée des Arts Decoratifs di Parigi, che presentava 500 opere fra oggetti e progetti. Chi considera Ponti un architetto borghese non ha compreso la sua libertà creativa, che lo rende più vicino al popolo che all’élite. Bruno Zevi – che amava l’architettura dove gli spazi sfidano le regole della statica e le tipologie preconfezionate: si disse che la vita moderna aveva sovvertito l’ordine classico – con sprezzo e caustica ironia definì la Torre Pirelli «un mobile bar a scala di grattacielo».

Raggiungere 130 metri in altezza col cemento armato, nei primi anni Sessanta, non era uno scherzo (fu per qualche anno l’edificio più alto d’Europa), e a garantire quell’azzardo c’era Pier Luigi Nervi. Ma il design pulito, da stele primordiale caduta dal cielo come un’astronave silenziosa e, di notte, corrusca di luci che ne indicano la forma strutturale e al tempo stesso la smaterializzano, è di Ponti. Nulla di ciò che Milano ha costruito negli ultimi cinquant’anni riesce a mettere in ombra quella torre che sfugge alla presa dell’occhio, davanti a cui ci si chiede se sia soltanto una gigantesca scultura che sfida il cielo, ovvero un luogo di lavoro e di vita collettiva. Sull’etica sociale di Ponti si potrebbe discutere a lungo, affrontando il tema delle case pilota o le case adatte, e l’opera di diffusione di schemi progettuali a cui altri progettisti potessero attingere soluzioni abitative moderne ed economiche (diffondendo attraverso le riviste progetti di case “popolari”, a cominciare dal modo in cui venivano offerte agli interessati); si potrebbe esaminare la sua idea di funzione pubblica dell’architettura (vedi la bellissima Scuola di Matematica a Roma del 1934); si dovrebbe riconsiderare il compito maieutico che si assunse prendendo in studio giovani che aveva conosciuto tenendo corsi in Argentina e Brasile (all’epoca, grazie a Pietro Maria Bardi, paese dove l’architettura italiana portò le proprie idee più avanzate); si dovrebbe rivalutare anche l’idea di gusto e spazio confortevole e bello che lo guidò nella progettazione di case per personaggi benestanti senza perdere di vista il compito dell’architetto di realizzare una città bella per tutti. Dovessi dire quale tempra umana aveva Gio Ponti, lo definirei un “anarco- aristocratico” convinto che solo l’arte e la bellezza rendono liberi.