Il popolo dello sci (con la coda): uno spettacolo nello spettacolo
I tifosi del SuperG di Cortina: l'umanità che sale per assicurarsi un posto a bordo pista. Facce, vestiti, tipologie diverse: l'Olimpiade è davvero per tutti

Diario ai Giochi/7.
Oggi è stata una di quelle giornate in cui c’è molta luce ma non un’ombra, luce senza sole. Se ti chiedono a bruciapelo che tempo fa, non sai cosa dire, con il cielo di latte sopra la maestosità dell’Olympia. C’era il superG olimpico da onorare, e questa pista che chiede rispetto prima ancora che coraggio. E quindi si va.
Appena ci arrivi è più quello che senti di quello che vedi: la neve che scricchiola sotto gli scarponi dei tecnici, le reti colorate che disegnano il tracciato come cuciture su una pelle antica. La Olympia è una linea verticale che scende decisa verso Cortina, senza curve gentili né compromessi: pendenza secca, cambi di luce improvvisi, velocità che non perdona esitazioni. È una pista che chiede rispetto, prima ancora che coraggio.
L’Olimpiade invece esige attenzione, perché se sbagli fila entrando negli impianti, sei rovinato, bollito, finito. Io, rapito da tanta maestosità, guardavo la montagna, e ovviamente ho sbagliato accodandomi alla line sbagliata, quella del pubblico pagante anziché quella dei giornalisti a scrocco. Ma è stato un errore istruttivo. Perché d’improvviso mi è apparsa lei, la coda. Ma non una coda qualsiasi. Quella era La Coda. Un serpente umano che strisciava in salita verso il traguardo, e poi di lato, sinuosa come un crotalo, per accalcarsi a fianco degli ultimi metri di gara. Nulla di infinito, sia chiaro: era una coda lenta ma camminante, comunque festosa, per nulla irritata.
Così, rapito da questo popolo di tifosi della neve, mi sono fatto la coda anch’io. Ma al contrario, risalendo dalla fine all’inizio, camminandole di fianco, in controsenso. Per guardare le facce, la gente, e quell’umanità varia incolonnata solo per dire: io c’ero quando ha vinto la Brignone, e quando la Goggia è caduta.
Una carrellata da film: due ragazze bionde con le felpe e il cappellino uguale griffato Milano Cortina acquistate facendo un mutuo al negozio ufficiale; un uomo in pelliccia (forse di gnu, non sono pratico) e scarponi da sci ai piedi, che per fare una salita senza poter sciare mi sono sembrati un filo fuori luogo; un paio di dozzine di persone di mezza età arrivate con il torpedone da Novara (c’era scritto sul cartello del capocomitiva che tentava di radunare il gregge); tre amiche incavolate nere perché al controllo le avevano sequestrato le sigarette elettroniche e io due ore senza, non ci resisto, piuttosto mi sotterro sotto la neve, maledetti loro; un lui e una lei che sembravano appena venuti via dalla spiaggia, o dalla lampada abbronzante; un tizio caloroso a mezze maniche con una maglietta strepitosa con la scritta: fino all’ultima Goggia, e una grande goccia disegnata in mezzo; tre amici sui cinquanta con le scarpe di vernice che sembravano arrivati diritti da un bar delle valle, anzi da più bar visitati in serie visto l’andamento barcollante; un’altra signora con chihuahua al seguito avvolto da cappottino di cachemire d’ordinanza e trainato dalla suddetta padrona su minislitta di legno che lui, il cane intendo, sembrava di non gradire affatto. E poi gli alpini, parecchi e rubizzi; decine di stranieri con le corna in testa (svedesi), le tute rosse intere con la croce bianca (svizzeri), frotte di americani che fanno di tutto per farsi riconoscere, altre riconoscibili immediatamente perché vestiti malissimo (tedeschi); quelli con le Nike che gli si gelano gli alluci; una coppia norvegese con un neonato mezzo assiderato nello zaino, povera gioia; due giapponesi con occhialoni d'epoca e stivali da paracadutisti. Facce, facce, cappelli e guanti, applausi e olé, fiati trattenuti e mani sulla bocca quando un’atleta capotta, applausi liberatori quando si alza indenne. Insomma, uno spettacolo.
Poi il SuperG l’ho anche seguito, per scriverne. Ma per forza, un po’ distratto e già sazio, come se fosse il caffè dopo otto portate a tavola. Perché più di tante cose negli occhi non ce le puoi far stare, in un giorno solo.
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