Il Papa agli atleti: «Lo sport è scuola di vita e di pace»

Il Papa ha ricevuto in Vaticano gli azzurri di Milano Cortina: «Abbiamo visto non solo corpi in movimento, ma storie che ispirano tanti. Nessuno vince da solo»
April 9, 2026
Il Papa agli atleti: «Lo sport è scuola di vita e di pace»
Papa Leone XIV insieme con gli atleti dei Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano Cortina/ Vatican Media
«Vi accolgo con gioia, poco dopo la fine dei Giochi Invernali di Milano-Cortina, che hanno diffuso nel mondo, insieme a competizioni di altissimo livello, anche un nobile messaggio umano, culturale e spirituale». Così Papa Leone XIV ha esordito rivolgendosi ai circa 240 atleti dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026 (di cui pubblichiamo qui il discorso integrale), ricevuti nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano. Insieme con gli sportivi Luciano Buonfiglio, presidente del Coni: «Il nostro impegno è che ogni giorno, oltre a vincere le medaglie, portiamo avanti i valori dello sport tra coloro che conosciamo e che lei ci ricorda ogni volta nei suoi messaggi diretti a noi». E Marco Giunio De Sanctis, presidente del Comitato paralimpico italiano (Cip): «Dedichiamo le medaglie a lei, riflettendoci nei valori della Chiesa Cattolica, a partire dall’inclusione». Presenti all’incontro con il Papa anche il ministro dello Sport Andrea Abodi e il presidente della Fondazione Milano Cortina Giovanni Malagò.
Cari atleti e care atlete, vi accolgo con gioia, poco dopo la fine dei Giochi Invernali di Milano-Cortina, che hanno diffuso nel mondo, insieme a competizioni di altissimo livello, anche un nobile messaggio umano, culturale e spirituale.
Esprimo gratitudine al Dicastero per la Cultura e l’Educazione che, con Athletica Vaticana, ha curato la preparazione di questo nostro incontro. Ringrazio per le loro parole il Presidente Luciano Buonfiglio, del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (Coni), e il Presidente Marco Giunio De Sanctis, del Comitato Italiano Paralimpico (Cip).
Desidero coinvolgere in questa riconoscenza tutti voi: grazie per ciò che avete testimoniato. Davvero lo sport, quando viene autenticamente vissuto, non resta soltanto una prestazione: è una forma di linguaggio, un racconto fatto di gesti, di fatica, di attese, di cadute e di ripartenze. Durante i Giochi abbiamo visto non solo corpi in movimento, ma storie: storie di sacrificio, di disciplina, di tenacia. In modo particolare, nelle competizioni paralimpiche abbiamo osservato come il limite possa diventare luogo di rivelazione: non qualcosa che ostacola la persona, ma che può essere trasformato, persino trasfigurato in ritrovate qualità. Voi atleti siete diventati biografie che ispirano moltissime persone.
In secondo luogo, il vostro affiatamento ci ricorda che nessuno vince da solo, perché dietro ogni vittoria tanti sono coinvolti, dalla famiglia alle squadre, oltre a molti giorni di allenamento, di pressione e di solitudine. Spesso è proprio in questi momenti che Dio si rivela, come canta il salmista: «Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato» (Sal 17,37).
Lo sport, infatti, concorre alla maturazione del nostro carattere, richiede una spiritualità salda ed è una forma feconda di educazione. Dallo sport si impara a conoscere il proprio corpo senza idolatrarlo, a governare le emozioni, a competere senza perdere il senso della fraternità, ad accogliere la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza.
Allenando la mente, insieme alle membra, lo sport è autentico quando resta umano, cioè quando rimane fedele alla sua prima vocazione: essere scuola di vita e di talento. Una scuola nella quale si impara che il vero successo si misura dalla qualità delle relazioni: non dall’ammontare dei premi, ma dalla stima reciproca, dalla gioia condivisa nel gioco.
Questa è la “vita in abbondanza” (cfr Gv 10,10) della quale parla il Vangelo: una vita piena di senso, una vita in cui corporeità e interiorità trovano armonia. Ecco la ragione della scelta di quest’espressione evangelica come titolo della Lettera che ho scritto proprio in occasione dell’inizio delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi (cfr La vita in abbondanza, 6 febbraio 2026).
Nel tempo attuale, così segnato da polarizzazioni, rivalità e conflitti che sfociano in guerre devastanti, il vostro impegno assume un valore ancora maggiore: lo sport può e deve diventare davvero uno spazio di incontro! Non un’esibizione di forza, ma un esercizio di relazione. Ho voluto ricordare, in occasione di questi Giochi, il valore della tregua olimpica. Voi, con la vostra presenza, avete reso visibile questa possibilità di pace come una profezia niente affatto retorica: spezzare la logica della violenza per promuovere quella dell’incontro.
Al contempo, sappiamo bene che lo sport porta con sé anche delle tentazioni: quella della prestazione a ogni costo, che può condurre fino al doping. Quella del profitto, che trasforma il gioco in mercato e lo sportivo in divo. Quella della spettacolarizzazione, che riduce l’atleta a un’immagine o a un numero. Contro queste derive, la vostra testimonianza è essenziale.
Cari atleti, voi siete stati testimoni di un modo onesto e bello di abitare il mondo. Portate l’idea che si possa gareggiare senza odiarsi. Che si possa vincere senza umiliare. Che si possa perdere senza perdere sé stessi. E questo vale anche oltre lo sport. Vale nella vita sociale, nella politica, nelle relazioni tra i popoli. Perché lo sport, se vissuto bene, diventa un laboratorio di umanità riconciliata, dove la diversità non è una minaccia, ma una ricchezza. In un’epoca di grandi sfide climatiche, questi Giochi ci ricordano anche il legame tra sport e natura e il nostro dovere di prenderci cura della casa comune (cfr Francesco, Lett. enc. Laudato si’, 3).
Oggi, in questa Sala, guardiamo alla Croce degli Sportivi – la Croce olimpica e paralimpica – che dai Giochi di Londra 2012 a quelli di Milano-Cortina raccoglie preghiere, attese e speranze, paure e sofferenze delle donne e degli uomini che, a ogni età, condividono le loro esperienze sportive. Davanti a questo supremo ed essenziale Segno di dedizione, rinnoviamo il desiderio di dare il nostro meglio, insieme, in ogni attività.
Cari atleti, ringrazio tutti voi per il vostro impegno. Prego che Gesù Cristo, il “vero atleta di Dio” (cfr S. Giovanni Paolo II, Omelia nel Giubileo degli sportivi, 29 ottobre 2000, 4), ispiri a ciascuno sfide sempre più virtuose e doni la forza per viverle con passione. Mentre vi accompagno con la mia benedizione, vi affido una missione: continuare a far sì che la persona rimanga al centro dello sport in tutte le sue espressioni (cfr Lett. La vita in abbondanza).

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