La Luna e due foto: dall’alba del 1968 al tramonto del 2026

di Roberto Contu
Dal confronto tra «Earthrise» e «Earthset», con Montale e Leopardi, una riflessione sul limite umano, tra progresso scientifico e rischio distruttivo, nel dialogo tra immagini e versi che interrogano il presente
April 9, 2026
La Luna e due foto: dall’alba del 1968 al tramonto  del 2026
A sinistra, "Earthrise", l'alba del 1968, a destra "Earthset", il tramonto del 2026 /Ansa
La scorsa settimana, nell’ultimo giorno di scuola prima della sosta pasquale, ho commentato in classe Fine del ’68, una delle più belle poesie del secondo Montale, quello degli anni Settanta, quello di Satura. Al termine dell’anno della grande contestazione, il 1968, tutto il mondo era rimasto a bocca aperta di fronte alle immagini della missione Apollo 8, soprattutto per quella foto fatta dal satellite e poi ribattezzata «Earthrise», nella quale la terra sorgeva dall’orizzonte lunare. L’uomo per la prima volta si guardava «dall’altra parte», con la stessa prospettiva che già i grandi poeti avevano immaginato, da Dante ad Ariosto, soprattutto Leopardi, che più di tutti aveva riflettuto sull’irrilevanza del «modesto pianeta», sul ribaltamento di un punto di vista sull’universo e l’infinità delle stelle che sono «immense, in guisa / che un punto a petto a lor son terra e mare». Eugenio Montale in Fine del ’68 fotografava allora, con la luce abbacinante della poesia, quel paradosso dell’uomo che, «granel di sabbia», si pone a misura dell’universo. Vale la pena riguardare quella foto e rileggere a voce alta quei versi: «Ho contemplato dalla luna, o quasi, / il modesto pianeta che contiene / filosofia, teologia, politica, / pornografia, letteratura, scienze / palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo, / ed io tra questi. E tutto è molto strano. / Tra poche ore sarà notte e l’anno / finirà tra esplosioni di spumanti / e di petardi. Forse di bombe o peggio, / ma non qui dove sto. Se uno muore / non importa a nessuno purché sia / sconosciuto e lontano». In classe, avevamo discusso su quella pretesa onnipotenza dell’uomo ridimensionata da quella foto, sull’irrilevanza dei suoi riti, sui riferimenti alle possibili «bombe o peggio» e al sentimento generalizzato di egoismo sociale che Montale registrava come deriva di un mondo che nei fatti entrava in un decennio di assoluta violenza.
A distanza di quasi sessant’anni, a una settimana dalla lezione con la mia classe, la stessa identica e straordinaria foto, ma questa volta con un essere umano dalla parte dell’obbiettivo, viene scattata a bordo della missione Artemis II. «Earthset», l’immagine in questo caso del tramonto della terra visto dalla luna, fa il giro del mondo nel giorno in cui lo stesso leader del Paese che ha mandato in orbita la missione stava minacciando di cancellare dalla faccia della terra un altro Paese. La bellezza struggente di una immagine che mostra cosa sia capace il genere umano per amore di conoscenza da una parte e l’insensata tracotanza dello stesso genere umano quando perde il senso di questo suo essere elemento infinitesimale, di passaggio in questa sterminata cattedrale celeste. Alla ripresa delle lezioni, questa mattina, parleremo proprio di questo. Riguarderemo queste due foto, «Earthrise» del 1968 e «Earthset» del 2026, leggeremo i versi Montale, di Leopardi, proveremo a riflettere insieme su come immaginare un mondo dove alba e tramonto siano i tempi della speranza, di questo nostro transito fugace nell’universo, e non della sua distruzione, del suo annichilimento, del vilipendio di ogni senso stesso dell’umano.

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