«Io mamma e nonna, volontaria alle Paralimpiadi per amore di mio figlio Down»
La testimonianza di Francesca Sandri, volontaria alle Paralimpiadi per l’ultimo dei suoi figli, con sindrome di Down. Il messaggio agli undici nipoti: «Dedicarsi agli altri rende più felici»

Accoglienti, silenziosi, sorridenti. Se i Giochi di Milano Cortina 2026 restano vivi, il merito è anche dei 18mila volontari che ne hanno curato ogni dettaglio. Uomini e donne, ragazzi e adulti di tutte le età: dietro quelle uniformi blu, riconoscibili, attraversate da sfumature verdi, gialle e bianche, si nascondono storie dal cuore grande. Presenze discrete, quasi invisibili, eppure preziose. È già buio da un pezzo quando, alle 22, Francesca Sandri Rebecchini termina il suo turno quotidiano di volontaria alle Paralimpiadi allo Stadio del curling di Cortina. È stanca, ma non lo dice: prevale la voglia di raccontare un’esperienza irripetibile. «Faccio la volontaria da oltre trent’anni, ma qui volevo esserci in maniera particolare».
Romana, 63 anni, Francesca ha già un primato di tutto rispetto: «Sono sposata e madre di cinque figli, oltre che nonna di undici nipoti…».Una vera squadra ma lei è qui soprattutto per uno dei suoi pupilli: «Martino, il mio quinto figlio di 31 anni, è nato con la sindrome di Down. È grazie a lui se ho maturato la mia attitudine per il volontariato e la mia vicinanza al mondo della disabilità». Non ha dunque avuto nessuna esitazione nel partire: «Era anche un’occasione storica: quando ricapiteranno i Giochi in Italia?». I turni si susseguono, il suo comincia in genere al primo pomeriggio e finisce a sera inoltrata: «È capitato così, non ho chiesto nulla io, mi sono messa a disposizione dell’organizzazione come fa ogni bravo volontario. Mi hanno dato il compito di seguire giornalisti e fotografi e mi sono ritrovata a bordo pista. E lì vedi tutto, osservi tutto... Mi sono sentita subito in gioco anch’io accanto ai giocatori di curling in carrozzina». Resta sorpresa da un pubblico che stupisce in realtà chiunque assista per la prima volta a una partita di questo sport curioso: «I tifosi sono molto divertenti: chiassosi, pieni di energia e voglia di fare baldoria. Poi ho assistito alla medaglia d’oro del Canada ed è stato emozionante: ho visto lacrime di gioia anche da parte dei fotografi canadesi».
Ma certo guarda con occhi diversi innanzitutto gli atleti: «Penso che fare sport per chi ha una disabilità è un’occasione importante per uscire di casa e non sentirsi solo. Il confronto con gli altri è fondamentale per far crescere la propria autostima e uscire un po’ da quella condizione che per tanti diventa un baratro. Vedere poi qui tanti ragazzi che nella loro vita sono finiti di colpo su una sedia a rotelle e si sono rialzati è davvero qualcosa di unico».
Sguardi, sorrisi e da parte di Francesca tanta, tanta esperienza: «Lavoro come volontaria in ospedale e mi occupo anche di un’associazione sportiva soprattutto sul versante della disabilità intellettiva. Posso dedicarmi a tempo pieno proprio perché ho una famiglia numerosa in cui tutti hanno dato una mano e mai mi hanno dato preoccupazioni. Adesso sono grandi, il mio primo figlio l’ho avuto a 20 anni… E poi la mia fortuna è avere al mio fianco un marito molto premuroso». Il telefono squilla di continuo in questi giorni: «È mio figlio, mi chiama ogni 5 minuti… “Come va? Che fai?” E io: “Martino adesso non posso parlare, sto lavorando”. Però lui insiste, vuole che racconti, vuole sapere dove sono... È curioso. Da
quando è nato lui io ho preso coscienza di quanto sia importante dedicarci agli altri. Martino è il centro della nostra famiglia, tutti i miei figli sono consapevoli che la disabilità è un valore aggiunto, sia per noi che per gli altri». C’è però ancora tanto da lavorare nella nostra società: «Occorre fare soprattutto un salto culturale, perché spesso si ha anche timore di vedere una persona con disabilità. Consiglierei in particolare ai giovani di fare volontariato per avvicinarsi e approfondire questo mondo».
C’è però un’ultima missione che risulta anche la più richiesta: «I miei nipoti mi hanno detto: “Nonna, devi prendere più spille possibile, va bene?” È un’usanza molto divertente che ci ha fatto conoscere le persone solo per scambiare spille. Mi hanno fermato cinesi, coreani, canadesi… per non parlare degli americani. Un’iniziativa diventata davvero contagiosa». Il tempo però adesso stringe: «Domattina alle 8 devo andare a Messa. Siamo in Quaresima e io non ne ho mai vissuta una così speciale. Per me la dimensione religiosa conta molto. Non vedo l’ora di raccontare questa esperienza ai miei nipoti: dedicarsi al prossimo gratuitamente è troppo bello, troppo grande, troppo importante. Si torna a casa più “ricchi” e più felici».
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