Cinquant'anni fa il film cult sul Watergate: quando la stampa mandava a casa il Presidente

Il 9 aprile del 1976 usciva nelle sale “Tutti gli uomini del Presidente”, il film cult con Redford e Hoffman nei panni dei cronisti Woodward e Bernstein che con il loro scoop fecero dimettere Nixon
April 9, 2026
Cinquant'anni fa il film cult sul Watergate: quando la stampa mandava a casa il Presidente
Cinquant'anni fa: Robert Redford e Dustin Hoffman nei panni di Bob Woodward e Carl Bernstein, nel film "Tutti gli uomini del presidente" di Il film di Alan J. Pakula, uscito nelle sale il 9 aprile del 1976
Sarebbe interessante conoscere l’opinione di qualche spettatore che alcune sere fa al JPT Event Center di Newport, ha assistito alla proiezione della copia restaurata dalla Warner Bros di Tutti gli uomini del Presidente, film stracult che compie cinquant’anni: uscì nelle sale il 9 aprile del 1976. La domanda da rivolgere a quegli spettatori sarebbe: come può un cittadino americano tollerare un Presidente pluripregiudicato come Donald Trump, dopo che gli Stati Uniti, 50 anni fa, avevano vissuto le prime e uniche dimissioni presidenziali da parte di Richard Nixon? Attenzione, perché la fedina penale di Nixon era “illibata” rispetto a quella di Trump. Ma lo “scandalo Watergate”, scoppiato nel 1972 in seguito alla scoperta di alcune intercettazioni illegali effettuate nel quartier generale del Comitato nazionale democratico, portò alla richiesta di impeachment di Nixon. Trump ne ha già ricevuti due di impeachment, entrambi clamorosamente caduti come sassi nello stagno della magistratura americana, mentre Nixon allora, rifiutando quella che riteneva una gogna, il processo nell’aula del Senato, scelse la via più breve, quella dimissionaria. Così si ritirò per sempre nell’ombra lasciando lo studio ovale della Casa Bianca al suo successore Gerald Ford, il quale per sdebitarsi poi si affrettò a concedergli la grazia. Tornando allo scandalo, a scatenarlo e a renderlo pubblico furono gli articoli dettagliati di due abili cronisti d’assalto del “Washington Post”, gli allora under 30 Bob Woodward e Carl Bernstein. Grazie alla “Gola Profonda” ebbero accesso a quelle torbide intercettazioni che gli uomini del Partito Repubblicano che operavano per la rielezione di Nixon, registrarono nelle stanze del Watergate Hotel di Washington. Quell’inchiesta cambiò radicalmente il modo di fare giornalismo su scala universale. Al New Journalism di Tom Wolfe si sovrapponeva l’indagine giornalistica basata sulla “scia del denaro”. Il “follow the money” da allora ha fatto il giro delle redazioni di tutto il mondo. Effetti collaterali del Watergate si ebbero anche in Italia dove nel febbraio del 1976 gli americani furono protagonisti dello “Scandalo Lockheed”: una rete di tangenti versate dalla multinazionale statunitense Lockheed che per la vendita di aerei da trasporto, i C-130 Hercules, all’Aeronautica Militare italiana, aveva incassato soldi dal governo italiano. Camilla Cederna sulle pagine dell’Espresso pubblicò le rivelazioni del sostituto procuratore Ilario Martella e lo scandalo portò alle dimissioni del nostro Presidente della Repubblica, Giovanni Leone. L’aprile del ‘76 però fu il “Washington Post” ad entrare nel mito, grazie a Hollywood e alla lungimiranza di una delle sue stelle più luminose, Robert Redford. L’attore, in pieno Watergate spopolava sul grande schermo nei panni del governatore della California Bill McKay, il protagonista de Il candidato.
Quel film, del 1972, diretto da Michael Ritchie prefigurava lo scontro politico senza esclusioni di colpi all’interno di un sistema politico americano in profonda crisi, ferito a morte dall’inopinata guerra persa nel Vietnam di cui sempre il “Washington Post” aveva svelato i pesanti retroscena pubblicando il Pentagon Papers. Un dossier scottante reso pubblico nel 1971, un anno prima del Watergate che nel 1974 divenne un bestseller, Tutti gli uomini del Presidente di cui Redford si affrettò ad acquistarne i diritti per realizzare il film che nel ‘75 inizierà a girare sotto la direzione di Alan J. Pakula. Redford incarnerà il più ciarliero Woodward, mentre a Dustin Hoffman toccherà il ruolo del ruvido Bernstein, il quale pare volesse Al Pacino come suo alter ego e fu assai poco collaborativo durante le riprese. Oltre alla scelta di Hoffman, il caratteriale Bernstein contestava le troppe licenze che nella sceneggiatura si era concesso Willi Goldmann che, tanto per cominciare, tolse la figura dell’editrice Katharine Graham: la prima donna al comando di un colosso editoriale come la “Washington Post Company”, personaggio assolutamente non marginale nella vicenda. Quell’omissione non pregiudicò la resa finale del film, anzi, fece guadagnare un Oscar per la migliore sceneggiatura originale all’inviso Goldmann. Avrebbe meritato l’Oscar anche Robert Redford (lo riceverà nel 1981 per la regia di Gente comune) anche per il lavoro di documentazione e di ulteriore approfondimento con giornalisti e redattori del “Washington Post”, che però dopo una riunione del cdr votarono “no” a trasformare la redazione nel set del film che così venne ricostruita in uno studios della Warner Bros. Anche in questo caso il pugno fermo del direttore del quotidiano Ben Bradlee, fu riscattato dall’ottima interpretazione di Jason Robards, Oscar come migliore attore non protagonista. Secondo Woodward che ancora oggi è il più seguito editorialista del “Washington Post” una delle migliori scene del film è proprio quella in cui Bradlee difende a spada tratta i suoi due “cani sciolti” Bob e Carl, esortandoli: «You haven’t got it», cioè manca ancora un tassello perché lo scoop sia perfetto e inattaccabile. L’America, da sempre vittima di complottismi e servizi segreti deviati, per la soluzione lampo del “Watergate”, deve dire grazie a quel giornalismo impavido di Woodward e Bernstein. Due professionisti gentiluomini che hanno tutelato perfino l’identità segreta della “Gola Profonda” (interpretato da Hal Holbrook) che sarebbe rimasta tale senza l’outing fatto trent’anni dopo da Mark Felt, l’ex vicedirettore dell’Fbi. Quell’Fbi che oggi è in mano a tutti gli uomini di Trump, così come il “Washington Post”, ceduto dalla famiglia Graham, è finito nelle mani del suo amico magnate Jeff Bezos. “Mister Amazon”, antitrumpiano convertitosi al “Maga pensiero”, tra tagli drastici alla redazione e dimagrimento del cartaceo, ha ridotto il leggendario “Washington Post” a un comune quotidiano digitale. Stanno uccidendo la storia, ma per fortuna c’è ancora il cinema a custodire la memoria e Tutti gli uomini del Presidente può diventare una pietra di inciampo per il popolo americano, in cui si legge: c’è stato un tempo in cui la stampa, come il resto della società statunitense, era ancora libera e democratica.

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