Basket e Vangelo, i Red Storm nel segno di Carnesecca

Il leggendario coach italoamericano ispira ancora la squadra dell' ateneo cattolico di St John’s, tornata tra le grandi della pallacanestro universitaria Usa
April 1, 2026
Basket e Vangelo, i Red Storm nel segno di Carnesecca
I Red Storm dell'ateneo cattolico di St John's tra le migliori squadre del campionato Ncaa /Kirby Lee-Imagn Images
Il basket nel cuore, l’Italia nel sangue, la fede nell’anima. Lou Carnesecca è una vera leggenda della pallacanestro a stelle e strisce. La favola di un ragazzo, nato a New York da emigrati italiani, diventato il coach più amato della Grande Mela. Un uomo carismatico, ironico, fuori dagli schemi. Come i suoi maglioni colorati ed eccentrici, che lo hanno reso un’icona. Ma “Lou”, all’anagrafe Luigi, è stato molto più di un allenatore. Un educatore, dentro e fuori dal campo. Un padre per molti ragazzi difficili. Il mondo della palla a spicchi lo ha salutato per l’ultima volta il 30 novembre 2024, all’età di 99 anni. Il suo spirito però vive ancora nella St. John’s University di New York: l’ateneo cattolico in cui si è laureato e poi ha portato alla ribalta nel basket dei college, fino a conquistare 526 vittorie in 24 stagioni.
Non è un caso se quest’anno i suoi amati biancorossi, i Red Storm (ai suoi tempi Redmen) sono tornati tra le migliori sedici squadre del campionato Ncaa. Un traguardo storico: non accadeva da ben 27 anni. All’università fondata dai Padri Vincenziani nel 1870, il ricordo di “coach Lou” è sempre vivo. Qui tutto parla di lui. Dall’Arena che porta il suo nome alla statua che lo ritrae nel campus. Tributi riservatigli già quando era ancora in vita. E oggi continuano. Singolare l’iniziativa dello scorso novembre in occasione del primo anniversario della sua scomparsa: un mosaico commemorativo composto da 100 tessere, ognuna delle quali dipinta da uno studente, lo raffigura in una delle sue iconiche maglie. Un affetto ricambiato perché dopo il ritiro è rimasto una presenza costante all’interno del campus, partecipando a tanti eventi universitari. Se per competenza cestistica non aveva nulla da invidiare ad alcuno, «l’uomo che era, superava di gran lunga tutto il resto» ha spiegato Rick Pitino, l’attuale allenatore di St. John’s.
Qualità apprese certo dai suoi genitori Alfredo Carnesecca e Adele Pinotti, immigrati italiani di Cargalla, una frazione di Pontremoli, in Toscana. Arrivati a New York si erano subito rimboccati le maniche e avevano aperto un negozio di alimentari ad Harlem. Lou, dopo il diploma, aveva prestato servizio nella Guardia Costiera durante la seconda Guerra Mondiale prima di laurearsi. Una folgorazione anche per il baseball prima dell’epopea in panchina con il basket. Carnesecca ha lanciato campioni del calibro di Chris Mullin, Walter Berry, Marc Jackson e Bill Wennington. Ha anche guidato i Nets dell’Aba (la lega professionistica che poi si è fusa con la Nba) dal 1970 al 1973, solo una breve parentesi: «Lo stile di vita dei professionisti – i viaggi, il numero di partite, il lavorare con giocatori che vogliono sentirsi dire di essere il meglio che il denaro possa comprare – non faceva per me. Ho sempre amato insegnare. Mi piaceva vedere i giocatori migliorare. Il college era più adatto a me».
E ha fatto ritorno alla St. John’s che ha sempre considerato la sua famiglia e la sua casa. Voce roca, linguaggio colorito, ha raggiunto i playoff in ogni stagione. E poi certo non passava inosservato per quei maglioni. Sono diventati degli amuleti per lui, anche se all’inizio pare fosse stata una raccomandazione della moglie per proteggersi dal freddo: Mary, la donna che aveva sposato nel 1951, è stata l’unico amore della sua vita per i successivi 73 anni. Nell’anno stesso del ritiro, il 1992, è stato anche eletto nell’ Hall of fame, l’olimpo dei più grandi. Ma lui tale non si è mai considerato. «Sono solo un allenatore che ha avuto buoni giocatori». Preferiva rimanere coi piedi per terra. «Oggi pavone, domani spolverino» era il suo proverbio per dire come la vita potesse improvvisamente cambiare rotta. Umile anche di fronte alla clamorosa cavalcata del 1985 con l’approdo alle Final Four di Ncaa: «Non voglio sminuire le madri, ma quella squadra avrebbe potuto allenarla anche mia madre». E per rincarare la dose aggiungeva: «Non ho mai segnato un canestro. I giocatori hanno fatto tutto».
Di sicuro ci metteva tanta passione ma gli veniva spontaneo: «È la mia vita – diceva - Non l’ho mai considerato un lavoro. Era una vocazione. Lo amavo, tutto qui… Sei completamente assorbito da questa follia dell’allenare. A volte puoi essere bravo, a volte meno, ma è un modo meraviglioso di vivere. Ti permette davvero di esprimere te stesso».
Un’eredità viva anche in Italia, come dimostra il volume di Lorenzo Mangini: Lou Carnesecca. Da Pontremoli a New York (Erga, pagine 326, euro 18,90). L’omaggio al legame del coach con le sue radici («Mi considero un vero figlio della Toscana, amo le fettuccine o i rigatoni con il pomodoro») e ai valori appresi in famiglia, come la sua spiritualità: «Andava sempre a Messa, faceva recitare una preghiera nei timeout ai suoi giocatori, era molto devoto alla Madonna, ma non si limitava alle parole, viveva la fede nelle azioni, pensava che aiutare gli altri fosse un’opportunità».
Tante le testimonianze raccolte sulla sua filosofia di squadra: «I bravi giocano per sé stessi, i grandi giocano per gli altri. Vale anche nella vita». Ma anche sulla sua missione educativa: «Noi come allenatori siamo qui per usare il basket per aiutarli a diventare uomini, vincere le partite è la priorità assoluta solo quando il tabellone segnapunti è acceso». E quando sentiva ormai vicina l’ultima sirena della vita Lou ha detto: «Prego la Beata Madre affinché mi dia la forza e il coraggio per affrontare ciò che verrà. Non è nelle mie mani; non posso chiamare un timeout». Saggezza e ironia, uno schema alla sua maniera per vincere la partita più importante e il premio senza fine.
Il coach Lou Carnesecca (1925-2024) con papa Giovanni Paolo II
Il coach Lou Carnesecca (1925-2024) con papa Giovanni Paolo II

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