Calcio e magia: l'ultima pace della Jugoslavia prima del baratro
Da Stojkovic a Savicevic, la leggenda della nazionale jugoslava
e il calcio come lente per capire la frammentazione politica, sociale e identitaria dei Balcani

Il mito di Stojkovic nel romanzo di Markovic
di Tommaso Giagni
Gli spalti «in via di erosione» del vecchio stadio di un club calcistico in decadenza. Si apre qui, alla fine degli anni Ottanta, il romanzo Polvere di Piksi , appena pubblicato da Voland (traduzione di Lucia Assenzi) di Barbi Markovic, già autrice di romanzi e racconti (in Italia, nel 2025 è uscito Minihorror per Mercurio). Si apre sulla soglia che separa la Jugoslavia dalla frammentazione, in un Paese dove l’economia e il contesto sociale scricchiolano, le imprese sono in crisi, le famiglie in povertà. Dove le appartenenze prevalgono sul senso di comunità e lo Stato multinazionale sta per essere abbattuto dai nazionalismi.
La protagonista è una bambina che ha il nome dell’autrice, Barbi. A ogni compleanno, il padre la porta allo stadio, anche se lei non ha interesse per il calcio. Ha però interesse per lui: un personaggio irresistibile e snervante al tempo stesso, con i suoi principi fermi e il suo egoismo inscalfibile. Un uomo che porta la figlia allo stadio come educazione sentimentale, perché crede che il calcio sia un mezzo per il cambiamento sociale tanto quanto il socialismo. È convinto che lo sport unisca: attraverso il tifo per una squadra, si impara «cosa vuol dire “noi”.» Ma al tempo stesso, osserva la bambina Barbi, il tifo è alimentato dall’odio – dall’altra parte c’è un «voi», e sostenere una squadra è importante per «sapere chi sono i tuoi nemici», cioè i tifosi dell’altra squadra e le loro famiglie. Nel pericoloso collegamento tra territorio e sangue, si smette di parlare del solo calcio.
Quando Barbi compie nove anni, gli scontri tra ultras di Belgrado e Zagabria mostrano una guerra che prelude alla guerra vera. Poco dopo, «tutte le comunità di cui faccio parte si sgretolano» scrive Markovic, che è nata a Belgrado nel 1980, quindi nella Jugoslavia unita, ed è cresciuta tra più Paesi e due lingue (la traduzione di Polvere di Piksi viene dal tedesco). Tutto si disgrega – il Paese, la città, la scuola, il gruppo di danza – e «in ogni ambito vale ormai solo la legge del più forte.» Di colpo, gli insegnamenti del padre sembrano ridicoli: l’educazione al cosmopolitismo, alla diffidenza per le verità assolute, all’eguaglianza, alla libertà e alla solidarietà. L’idea di qualcosa di condiviso «è caduta a terra e si è frantumata.» Si può dire che Polvere di Piksi si imperni proprio sulla ferocia del gesto opposto al costruire («Com’è semplice distruggere tutto»).
Piksi è il soprannome di Dragan Stojkovic, estroso centrocampista che prese parte ai Mondiali di Italia ‘90 con l’ultima nazionale jugoslava. La Storia non si fa con i se, ma le storie vivono di what if , e da decenni circola l’idea suggestiva che se quell’ultima nazionale avesse alzato la Coppa del mondo forse la guerra – una manciata di mesi dopo – non sarebbe scoppiata. La polvere del titolo è quella che gli scarpini di Stojkovic sollevavano dal campo: qualcuno l’ha raccolta per anni, qualcun altro la commercia, molti ne parlano alimentando la leggenda. È infatti polvere che trasforma in altro chiunque ci entri in contatto.
Esuberante nella vivacità e nell’amarezza, con continui cambi di ritmo, il romanzo di Markovic è imprevedibile come un fantasista libero di creare su un campo di pallone. Ci ricorda che guerra e calcio si richiamano in un gioco di specchi. E della guerra mostra i prodromi, ma anche gli effetti del lungo periodo: perché ogni generazione nata in un dopoguerra, scrive, è «emotivamente menomata.» Radici avvelenate dànno frutti a distanza di tempo.
Savicevic, il talento come dono: biografia di un fuoriclasse
di Antonio Giuliano

Rimarrà per sempre l’uomo dell’arcobaleno, quel pallonetto fenomenale da fuori area con cui infilzò il Barcellona nella notte di Atene del 18 maggio 1994. Una magia folle che trascinò il Milan alla conquista della quinta delle sue sette Coppe dei Campioni. Ma tutta la carriera di Dejan Savicevic è stata un quadro a colori, dipinto con pennellate di classe purissima che ne hanno fatto uno degli artisti più raffinati del calcio mondiale.
Figlio di una terra, l’ex Jugoslavia, prodiga di talenti sportivi, è nato a Titograd, l’attuale Podgorica capitale del Montenegro. Fantasista dal dribbling facile aveva già brillato nella Stella Rossa vincendo la Coppa dei Campioni 1991. Acquistato dal Milan, diventò l’icona degli Invincibili di Fabio Capello vincendo scudetti (tre) e coppe (oltre alla Champions anche una Supercoppa Europea) e guadagnandosi l’appellativo di “Genio”. Una storia ora raccontata in prima persona a Massimiliano Ruzzante nel volume Dejan Savicevic, il genio. La biografia ufficiale (Ultra, pagine 230, euro 17,50). Il campione montenegrino mette subito a fuoco la sua vicenda: «Il talento è indispensabile, e quello te lo dà madre natura. Uno poi deve riuscire a coltivarlo nel modo migliore: più che dalla fortuna, tutto dipende dalla volontà e dallo spirito di sacrificio di ciascuno».
Qualità che per emergere non sono mancate al figlio di un capostazione delle ferrovie statali. Il maresciallo Tito non si allineò mai all’Unione Sovietica ma fece comunque della Jugoslavia uno stato autoritario, in cui l’unico partito ammesso era quello comunista. Il suo regime sfruttava lo sport come strumento di propaganda e unità tra le varie etnie. Scuole e accademie sportive erano ben strutturate nella ricerca dei talenti. E questo spiega molto del perché i paesi balcanici hanno prodotto e continuano a produrre giocatori di alto livello in diverse discipline, dal basket al calcio.
Una consapevolezza testimoniata anche da Savicevic: «Tito non ti consentiva di fare politica, ma aveva investito tanto nello sport, anche in quelli collettivi come il calcio, la palla canestro, la pallavolo o la pallamano». Non senza una certa nostalgia: «La Jugoslavia era davvero una potenza calcistica. Se non si fosse sciolta, sono sicuro che avremmo avuto una delle tre migliori squadre al mondo». Certo le contraddizioni non mancavano, come assicura il fuoriclasse montenegrino: «I genitori e i professori non mi hanno dato il permesso di scrivere con la sinistra, ho dovuto adattarmi con la destra. All’epoca, nello Stato comunista, sai com’è… Ma pochi mancini hanno un buon piede destro, mentre più spesso i giocatori che tirano di destro possono essere bravi anche col sinistro». Un carattere ribelle sin dall’infanzia il piccolo Dejan che tutti chiamano “Dejo”: «Ero un giovane bandito, avevo un futuro da tagliagole. Per fortuna sono diventato un calciatore», dirà anni dopo. Bambino vivace e anche manesco con una passione smodata per il karate. Prima di scoprire il fascino del calcio e di un gesto tecnico che lo esaltava perfino più di un gol: «Ci sono giocatori per i quali segnare è tutto, per me non lo era. Io vivevo per il dribbling. Il dribbling è un principio maschile, è potere; è la magia più grande di questo sport fantastico. Il dribbling è il mezzo con cui si abbatte la difesa avversaria, un modo per dimostrare che sei più forte. È lì che si dimostra la maestria. Come calciatore, credo di aver avuto un talento naturale per il dribbling. O ce l’hai o non ce l’hai. Alcuni direbbero che è un dono di Dio; dato che non sono credente – sono un figlio del comunismo – credo che sia merito di Madre Natura».
Lampi di classe e giocate ubriacanti dalle partite al campetto tra figli di ferrovieri contro figli di militari fino alla Stella Rossa, campione del mondo di club. Nel 1992, mentre la Jugoslavia si disgregava in un conflitto sanguinario, per Savicevic un grande salto: il trasferimento in Italia. «Ho scelto il Milan perché è la squadra più forte in Europa». Il presidente Berlusconi stravedeva per lui: «Quando Savicevic gioca, tutte le luci dello stadio si accendono da sole; nel momento in cui esce, tutto si oscura». Conflittuale invece all’inizio il rapporto con mister Capello: «Quando è arrivato al Milan – ha spiegato l’allenatore - era abituato a essere il leader assoluto in Jugoslavia. Nessuno di noi aveva dubbi sulle sue qualità…In campo non gli piaceva correre all’indietro, era un po’ anarchico ma bravissimo quando aveva la palla tra i piedi». Chiariti i rapporti però, anche in rossonero ha brillato il suo estro. Oggi è presidente della Federcalcio del Montenegro ma ripensa con tristezza ai duri e lunghi anni della guerra: «Spesso ho sognato la pace. Ma anche se è alla fine la pace è arrivata nessuno tornerà come prima, perché sono state fatte, da tutti, cose terribili. Cosa mi ha colpito di più? La morte dei bambini. Terribile, spaventoso… io non riesco a trovare parole per un bambino che muore».
Lampi di classe e giocate ubriacanti dalle partite al campetto tra figli di ferrovieri contro figli di militari fino alla Stella Rossa, campione del mondo di club. Nel 1992, mentre la Jugoslavia si disgregava in un conflitto sanguinario, per Savicevic un grande salto: il trasferimento in Italia. «Ho scelto il Milan perché è la squadra più forte in Europa». Il presidente Berlusconi stravedeva per lui: «Quando Savicevic gioca, tutte le luci dello stadio si accendono da sole; nel momento in cui esce, tutto si oscura». Conflittuale invece all’inizio il rapporto con mister Capello: «Quando è arrivato al Milan – ha spiegato l’allenatore - era abituato a essere il leader assoluto in Jugoslavia. Nessuno di noi aveva dubbi sulle sue qualità…In campo non gli piaceva correre all’indietro, era un po’ anarchico ma bravissimo quando aveva la palla tra i piedi». Chiariti i rapporti però, anche in rossonero ha brillato il suo estro. Oggi è presidente della Federcalcio del Montenegro ma ripensa con tristezza ai duri e lunghi anni della guerra: «Spesso ho sognato la pace. Ma anche se è alla fine la pace è arrivata nessuno tornerà come prima, perché sono state fatte, da tutti, cose terribili. Cosa mi ha colpito di più? La morte dei bambini. Terribile, spaventoso… io non riesco a trovare parole per un bambino che muore».
Parola di un giocatore capace di accarezzare la palla come uno dei tanti grandi assi del calcio jugoslavo, da Dragan Stojkovic fino a Luka Modric passando per gente del calibro di Zvone Boban che firma la prefazione del suo libro raccontando un aneddoto curioso. Zorro e Dejan furono compagni di leva militare quando, spiega Boban, il regime aveva deciso che il Partizan avrebbe dovuto vincere il campionato. «Il digiuno era stato troppo lungo e la Stella Rossa troppo forte, così i generali avevano giocato a fare gli dèi e avevano deciso che era giunto il tempo del club militare bianconero». Così tutti i migliori giocatori furono chiamati alle armi: «Cose di regime: funzionava così. Fu lì che incontrai il militare Savicevic, che tutto era fuorché un soldato. Camicia blu sbottonata fuori dai pantaloni sopra una maglietta bianca, berretto, stuzzicadenti in bocca e occhi selvaggi, infantili e infuocati: era ribelle e bohémien, e già malconcio come un vecchio reduce. Prima ancora di salutarmi mi disse: “Hanno sistemato pure te, ragazzo”».
Dejan, il “Platini dei Balcani” come lo chiamavano in patria, in realtà per Boban è stato il “Maradona jugoslavo”: «Quando era in giornata gli altri non contavano, quando ne aveva voglia tu gli davi il pallone e lo lasciavi fare. Davvero pochi giocatori sono stati capaci quanto lui di mettersi la partita in tasca, rubandola a tutti gli altri che gli correvano intorno».
L’arcobaleno di Atene appartiene alla storia del calcio ma Dejan Savicevic è stato molto più: un talento capace di trasformare l’imprevedibile in bellezza. Per questo le sue giocate continuano a parlare ancora oggi. A testimonianza di come il calcio possa essere genialità, intuizione e meraviglia. E di come i doni più grandi chiedano sempre di essere coltivati.
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