Marco Masini: «Il mio elogio dell’imperfezione»

Il cantante si racconta all'uscito dell'album "Perfetto Imperfetto": «Ho sperimentato il buio quando è arrivato il successo: ma fu soprattutto una crisi musicale»
March 22, 2026
Marco Masini: «Il mio elogio dell’imperfezione»
Dal palco dell’ultimo Festival di Sanremo, accanto a Fedez, Marco Masini ha lasciato intravedere un passaggio di stagione: una nuova fase artistica segnata da curiosità, ascolto e dialogo con le generazioni più giovani. Male necessario, quinto classificato all’Ariston, ha mescolato rap e grande vocalità, mentre il nuovo album Perfetto Imperfetto (Momy Records, Concerto Music / BMG)— scritto con Cesare Chiodo, Antonio Iammarino e Simone Zampieri — attraversa cadute e rinascite, ferite d’amore e slanci di speranza. Sia singolo che album sono entrambi nella top ten. Intanto si prepara un tour estivo da luglio e, da novembre, il ritorno nei palazzetti. Nel frattempo Masini ha condiviso anche un tratto del viaggio d’addio dell’amico e mentore Umberto Tozzi, fino alla tappa conclusiva di ieri a Padova.
Marco Masini, qual è il rapporto con Umberto Tozzi, che ha accompagnato anche nel suo tour d’addio?
«Io e Umberto siamo amici: ho cominciato a suonare con lui, facevo il tastierista ed ero un ammiratore. Sono stato prodotto da Bigazzi, come Raf, e lui ci ha portato in giro: da lì ho imparato tanto. È stato il mio primo maestro su come si sta sul palco, su come si canta al pubblico. Nel 2006 abbiamo fatto anche un album insieme. Oggi il mio manager è suo figlio, e da lì è nata anche questa ultima parte del suo tour italiano, fino a Padova».
In che fase della sua carriera si colloca oggi questa collaborazione con i giovani?
«È un altro step in cui cerco di imparare ed evolvermi, come deve essere. Io sono cresciuto ascoltando i grandi e adesso ascolto i più giovani di me, innamorandomi di tutto lo sviluppo della musica. Non si può restare ancorati a un periodo storico che ricordi con nostalgia: se ami davvero la musica, la ascolti e cerchi collaborazioni con i più giovani. Tra il 1999 e il 2000 ho avuto un momento di difficoltà, poi ho ritrovato un equilibrio interiore. Dal 2004, con Goffredo Orlandi e Beppe Dati, abbiamo scritto L’uomo volante, che ha vinto Sanremo. È andato bene perché avevo capito che la musica stava cambiando».
Ed è tornato ora a Sanremo con Fedez: una nuova fase?
«È coerente con la mia crescita e maturità: step by step mi allineo coi tempi. Tutto è nato dalla cover di Bella stronza al Festival dell’anno scorso. Con Federico ci siamo ritrovati quest’anno all’Ariston con Male necessario per rappresentare le nostre storie: due generazioni diverse che parlano a una terza generazione, per dare un messaggio serio e importante. Dire ai figli — e anche ai genitori — che dal dolore bisogna passarci, per poi superarlo, crescere e uscire dal buio».
Lei il buio quando l’ha sperimentato?
«Intorno al 2000 ho vissuto una tendenza che anticipava gli orrori e le critiche dei social di oggi. Il mio smarrimento è stato dovuto al successo che mi ha portato fuori rotta. Non te ne accorgi quando la barca va nella direzione opposta: ti sembra di essere felice e invece sei in rotta di collisione con gli scogli. Quando ti metti a scrivere e ti senti fuori tempo, allora capisci che hai perso la cognizione della vera passione, che è la musica. Arrivano soldi, pensi alle case, agli investimenti, alle macchine, alle donne perdi la bussola. Ma quando te ne rendi conto, inizia la risalita».
Ha sofferto quando le malelingue parlavano di sfortuna, come accadde in modo drammatico a Mia Martini?
«Il mio caso è stato diverso da quello di Mimì. Lei non trovò aiuto da nessuno, ed è questo che l’ha buttata giù definitivamente. Io la conoscevo: mentre stava sprofondando, lei mi difendeva, ed era commovente. È stato molto gratificante che una grande artista come lei si prendesse cura di me. Ma la mia crisi è stata soprattutto per un motivo musicale».
Come ne è uscito?
«Mi sono chiuso nel mio studio a sperimentare, finché è uscito L’uomo volante. Avevo capito di essere finalmente in linea con un nuovo percorso musicale. Tony Renis, direttore artistico di quell’anno, sentì la canzone e la portò al Festival. Da lì è partito un nuovo percorso. Poi ho affrontato altri momenti difficili: chi sceglie questo mestiere deve essere pronto a qualsiasi turbolenza. Non a caso con Federico abbiamo scritto Male necessario. Funziona quando collabori con ragazzi creativi e ti apri senza pregiudizi alla nuova musica».
Perché il titolo “Perfetto Imperfetto”?
«Volevo dare un concetto all’album: un racconto di storie collegate da un filo rosso, fatto di dolore, speranza e amore. In queste tre dimensioni c’è la perfezione dell’imperfezione, e finisci per innamorarti dei tuoi difetti. Nel brano di apertura Perfetto c’è il sarcasmo di raccontare una vita in cui vedi andare via l’amore, e ti chiedi se la felicità sia follia o stabilità. L’ultima traccia, Imperfetto, racconta quando ci adeguiamo alle imperfezioni di un mondo che ci fa diventare abitanti di Gotham City: nebbia e confusione sul futuro».
Una confusione non solo personale ma anche sociale?
«Stiamo vivendo un momento difficile, politicamente e socialmente. È difficile capire dove sarà il punto d’incontro, come cresceranno i nostri figli, con quali ideologie. Negli anni Novanta c’erano ancora figure politiche con un carisma che ti faceva innamorare dell’uomo. Oggi, con una comunicazione così vasta e una continua attenzione sul comportamento di ogni individuo, è difficile trovare equilibrio e compromesso. Il nostro è un Paese difficile da governare, qualunque sia lo schieramento».
Infine c’è anche l’universo femminile nel brano Lolita
«È cantato con la rapper Ciao sono Vale, che ha carisma e un senso ritmico moderno. Siamo partiti da una storia vera. Ci sono ragazze bellissime di vent’anni che vivono di un’illusione e poi si ritrovano in un mondo violento e spietato. Alla minima occasione non si riconoscono più, non credono più nell’amore perché sono state ferite. Diventa tutto più difficile. La definirei una piccola Cenerentola innamorata. Ho ricevuto critiche per Bella stronza: era una canzone di rabbia, da contestualizzare in un’altra epoca, che oggi non scriverei più così. L’universo femminile va protetto: è difficile capirlo davvero, cambia continuamente. Il cantastorie prova a raccontarlo, ma spesso ne esce ancora più confuso».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Temi