Cabra porta in scena il pacifismo e la poesia civile di Danilo Dolci

L'attore e regista questa sera al Teatro Parenti in reading che è l'inizio di un lavoro sulla figura del "Ghandi italiano"
January 21, 2026
Cabra porta in scena il pacifismo e la poesia civile di Danilo Dolci
Il sociologo e poeta militante Danilo Dolci (1924-1997) fondatore nel 1952 della comunità Borgo di Dio a Trappeto (Palermo)
«Quel che resta dell’opera di Danilo Dolci è tantissimo. Io lo vivevo come un adulto, ma quando sono sceso in Sicilia a diciannove anni, lui, che aveva già tanta storia alle spalle, ne aveva ventinove». Così Goffredo Fofi ricorda l’incontro folgorante avvenuto in Sicilia negli anni ’50, con l’amico e “maestro” Danilo Dolci (1924-1997). Il sociologo nato in terra slovena, a Sesana, è un uomo che ha cambiato il suo cammino e quello di molti della sua generazione. Quelli che con Dolci condividevano la grande utopia: un mondo migliore, senza più disuguaglianze e governato dalla pace. Ciò che oggi rimane del fondatore della comunità “Borgo di Dio”, a Trappeto, proverà a ricordarlo l’attore Fausto Cabra dal palco del Teatro Parenti di Milano dove questa sera, alle ore 19.30, mette in scena Danilo Dolci – La domanda che non si spegne-. Un reading a “microfono aperto”, tra poesia, vita e musica, quest’ultima affidata alla voce della cantante Mimosa Campironi. Una folgorazione quella per Dolci anche per Cabra, 46enne ma attore di lungo corso formatosi alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano sotto la direzione di Luca Ronconi, di cui ricorda con emozione: «Ronconi è morto la sera in cui io morivo in scena nella "Lehman Trilogy" in cui vestivo i panni Robert Lehman, l’immortale». Come immortale è la figura esemplare e l’attività solidale di Danilo Dolci, al quale Cabra si è avvicinato grazie alle sollecitazioni della “madre patron” del Teatro Franco Parenti, la drammaturga e regista Andrée Ruth Shammah. «Andrée mi ha aperto un mondo dicendomi: “Ti va di conoscere questo personaggio straordinario e ingiustamente dimenticato che è stato Danilo Dolci?” Una sfida che ho accettato subito con la curiosità di chi non ne sapeva proprio niente di Borgo Dio e di tutta la sua attività. Così ho iniziato a leggerlo. Sono partito dal suo "Il Dio delle zecche" e ho scoperto che mi trovavo di fronte a un grande poeta. Quel libro è uno dei testi più poetici e politici che abbia mai letto. Mi ha talmente affascinato che ho sentito il desiderio di conoscere tutto di Danilo Dolci. Ho passato in rassegna ogni biografia o saggio che lo riguardasse, compiendo idealmente un viaggio in Sicilia, e affascinato dalla sua visione dei “limoni lunari” sono arrivato fino alla diga sul fiume Jato che è una delle tante battaglie che ha portato avanti quest’uomo incredibile, ancora tutto da scoprire e far conoscere. Ed è questo lo scopo principale del mio spettacolo, fare conoscere Danilo Dolci». Un work in progress quello di Cabra, ma già un sensibile punto di inizio per abbozzare il ritratto di quello che alle generazioni precedenti era assurto come guida e punto di riferimento del movimento pacifista. Danilo Dolci, alias il “Ghandi italiano”. “O il “Ghandi di Sicilia” visto che scelse di scendere nel profondo Sud e di schierarsi dalla parte degli ultimi, di quel proletariato e di quella classe operaia siciliana. Nel mio reading racconto un uomo che ha attraversato il ‘900 ponendo una domanda semplice quanto feroce: è possibile vivere diversamente, senza lasciare indietro nessuno?» Questo è il senso della grande utopia concreta di Danilo Dolci che sopravvive, perché nella sua parola e nelle sue opere, da "Banditi a Partinico" fino alle raccolte di poesie, porta impresse le stimmate dell’eterna attualità. «La sua è la poesia civile di chi non ha tralasciato nulla dell’esperienza esistenziale che si è fusa con l’impegno politico partendo dalla necessità fondante di un pacifismo radicale. Ciò che mi affascina e spero che arrivi anche al pubblico è il Danilo Dolci poeta militante e non violento che nel suo cammino instancabile si è “mangiato la vita” in tutti gli aspetti, riuscendo ad essere iperconcreto e per questo iperattuale, quanto anacronistico, perché il suo è un pensiero talmente forte che lo ha reso un irregolare facilmente dimenticabile e dimenticato, specie da questo nostro tempo bellico, arido e virtuale». Cabra per delineare i tratti di questa effigie umana senza fine sta lavorando certosinamente per sottrazione: «Ho già materiale per tre ore in scena, ma alla fine dovrò ridurre senza rinunciare a una ventina di poesie che sono necessarie a colmare il vuoto della domanda dei più: ma chi è stato Danilo Dolci? ». Il sociologo, l’attivista, il poeta, ma anche l’uomo, il padre e il marito emerge nel libro "Vincenzina, mi chiamo Vincenzina" (Libreria Dante & Descartes), scritto dalla figlia Libera Dolci. «Nel mio reading parlo delle mogli di Danilo Dolci, delle sue mogli e dei suoi figli. Sono rimasto affascinato anche dai nomi che gli ha dato: Libera appunto, Cielo, Amico, Sereno, En… Sono estremamente originali, ma vanno sempre nel segno della sua poeticità». Nomi che risuonano come la voce di Mimosa Campironi che canta e recita accompagnata da musiche eseguite dal vivo in uno spettacolo «jazzato» che è forse il più politico che Cabra abbia mai portato in scena. «Anni fa misi in scena "Peng" (in tedesco è l’onomatopeica che indica l’esplosione, il “botto”). La vicenda di Ralf Peng è la parodia di Donald Trump nell’opera teatrale scritta da Marius von Mayenburg. Peng è un bambino che dalla nascita ai 4 anni arriva a dominare il mondo. Un testo politicissimo e profetico perché tutto si è avverato: il piccolo despota viene sparato da uno del pubblico ma poi risorge e si ripresenta peggio di prima, animato da quell’infantilismo egoico che oggi definiamo “trumpiano”». Contro il trumpismo dilagante servono modelli da proporre anche a teatro. «Il mio Danilo Dolci infatti è anche la risposta a questi mostri guerrafondai e assolutamente antipacifisti e lo faccio da cittadino e poi da uomo di teatro. Il fatto che i giusti di solito non funzionano a teatro non mi frenerà dal continuare a raccontare e far conoscere la storia di un uomo che con un coraggio da leone ha combattuto i mali del suo tempo, che poi sono gli stessi della società odierna. E nella sua lotta, non si è mai posto in cattedra ma ha messo in cerchio operai, contadini, donne e bambini della Sicilia, insegnando a ciascuno che poteva essere maieutico nei confronti dell’altro. Questo è forse il messaggio più forte dell’eredità di Danilo Dolci che vorrei rilanciare al pubblico a “microfono aperto”, per chi vorrà prendere parola. In un tempo di fascismi e di manipolatori come quello che stiamo vivendo, il microfono aperto deve servire a dare voce a chi non ce l’ha, rimarcando la sua libertà di pensiero e la sua dignità individuale».

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