domenica 1 agosto 2021
Prima, storica, medaglia di bronzo nella boxe femminile per la Testa, la ragazza che ha preso a cazzotti la paura di essere sbagliata
Irma Testa, 23 anni, nel match in cui ha conquistato la medaglia di bronzo olimpico

Irma Testa, 23 anni, nel match in cui ha conquistato la medaglia di bronzo olimpico - Lapresse

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Irma è dolce, ma solo quando smette di combattere. Ha appena messo al collo un bronzo olimpico, non ha la faccia piena di pugni. Quando è tutto finito sorride leggera con le mani fasciate di bianco, muove appena le gambe sottili come grissini, i tatuaggi grandi sulle braccia sembrano vivi. Irma ora è cresciuta, la boxe le scorre nel sangue. Ha sofferto per mettere i guantoni, e soprattutto per non toglierli. La chiamano Butterfly, farfalla, come il titolo del docufilm che hanno girato su di lei. Comunque non diresti mai che fa a cazzotti per sentirsi viva. E nemmeno che da ieri è la prima donna italiana nella storia del pugilato ad aver vinto una medaglia ai Giochi dal 2012, cioè da quando questa disciplina è stata ammessa in versione femminile.

Un percorso il suo, senza navigatore inserito. Cinque anni fa a Rio, Irma Testa, diciottenne di Torre Annuziata, era all’esordio. Voleva spaccare il mondo, pensava davvero di arrivare sul podio, non lo sfiorò nemmeno. Ma la ragazza aveva talento, e pure orgoglio. «A casa – racconta – era mia sorella quella che voleva fare la boxe. Io ci ho provato per imitarla: avevo 11 anni, e non ho più smesso. Ecco, lo so: tanti pensano che questo non sia uno sport da femmine. Ma sbagliano, anzi il pugilato è la disciplina più vicina alla personalità di una donna...». Quando la incontrammo la prima volta, approfondimmo per capire, il discorso meritava ieri come oggi: «Sul ring non basta picchiare – spiegò lei – . Devi essere razionale, leggere nel pensiero dell’avversario, anticiparlo, sacrificarti, scegliere in fretta la tattica e la soluzione giusta, studiare quella del round successivo. Vi sembra che un uomo sia capace di fare tutte queste cose insieme?».

Irma è fatta così: sorprende, pensa veloce, ha cervello e denti bianchi. Contro la filippina Nesthy Petecio, campionessa del mondo in carica, nella finale dei pesi piuma (fino a 57 kg) la Testa vince il primo round, poi deve difendersi. La sua avversaria cambia passo, da gatto diventa tigre, è irruente, rapida, elettrica. Irma è più alta, ma meno mobile, subisce, quasi sorpresa: «Non ho avuto il tempo di cambiare tattica: sono stata stupida a credere che lei non cambiasse atteggiamento. In realtà a un certo punto mi ha sorriso, come se volesse dirmi: “Non preoccuparti, adesso ti faccio vedere di cosa sono capace...”. È stata brava, ha vinto con merito».

Netto il verdetto: quattro contro uno il voto dei giudici a favore della filippina. Tokyo finisce così. Ma è un podio grande, inedito, comunque gratificante. Irma ha pianto per prenderselo, dopo Rio era a pezzi. Depressione, paura, persino qualche insulto sui social da incassare come un gancio terribile. Vale la pena tanta fatica, allenarsi lontano da casa, in uno sport del genere? E sentirsi una che magari non arriverà mai? Ha vacillato, ma è rimasta in piedi. Si è fatta disegnare un’Araba Fenice sulla pelle, ha vinto prendendo a pugni la paura di essere sbagliata. «Ci riproverò ancora, questo è sicuro - promette - . Fra tre anni ai Giochi di Parigi sarò ancora più grande, più matura. Per ora sono soltanto felice ». È tanto, Irma, è tutto. Buona fortuna.

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