sabato 3 settembre 2016
«I ragazzi a teatro scoprono la libertà»

«Iclassici, da Sofocle a Shakespeare, e gli adolescenti sono come due legnetti. Se li accosti e li sfreghi tra loro scatta la scintilla». Ne ha accesi di “incendi” Marco Martinelli  in 25 anni. Da tanto, infatti, il regista e drammaturgo lavora con i ragazzi: a Ravenna, dove l’esperienza, dice, «è nata quasi per caso… ma il caso non esiste», quindi a Scampia e poi in giro per il mondo, da Chicago alla Svezia al Senegal. La “non-scuola”, la chiama Martinelli: 60 anni, fondatore con la moglie Ermanna Montanari del Teatro delle Albe, con il quale ha allestito spettacoli pluripremiati (uno dei più acclamati, Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi,  sta per diventare film: «Non è la ripresa dello spettacolo teatrale – spiega Martinelli, che debutta dietro la macchina da presa – ma una vera e propria riscrittura per il cinema. Oltre a Ermanna nel cast ci sono anche Sonia Bergamasco ed Elio de Capitani. L’uscita è prevista tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017»). Domani sera per il Festival della Mente di Sarzana sarà all’auditorium del liceo Parentucelli per raccontare “La felicità di essere coro”, un’esperienza descritta anche in Aristofane a Scampia, volume freschissimo di stampa per Ponte alle Grazie. «Ma non sarà solo racconto. Con Benedetta Marietti, direttrice artistica del festival, abbiamo pensato che fosse bello fare vedere cosa vuol dire lavorare con i ragazzi. Così le parole saranno precedute da mezzora di lavoro con gli adolescenti: che incontrerò, io come il pubblico, per la prima volta in quell’occasione. La prima mezzora è fondamentale. Tutto può avvenire o naufragare. Io adulto e loro adolescenti ci incontriamo su un terreno e un linguaggio, quello del teatro, che per loro è lontano mille miglia. Ma 25 anni di esperienza mi insegnano che ogni volta, se noi apriamo la piccola porta giusta, questi adolescenti si scatenano e diventano di una generosità enorme nell’usare il linguaggio del corpo e dell’anima per parlare di sé». Martinelli, che fine ha fatto il coro a teatro? «Guardando alla maggioranza degli spettacoli del teatro occidentale, dopo essere stato fondamento nella tragedia e nella commedia greca il coro sembra scomparso. O al massimo è un fiume carsico che riappare e poi si disperde di nuovo. Ma io da quarant’anni lavoro su questo fondamento perché il coro è la comunità, è la traduzione teatrale della polis. Senza polis, senza comunità, a chi ci rivolgiamo dal palco? E se non siamo già coro noi che creiamo lo spettacolo, come possiamo relazionarci col pubblico?» C’è un corrispettivo tra perdita del coro e trasformazioni sociali? «Sì, ci sono trasformazioni profonde. Siamo incatenati ai video dei nostri tablet, perdiamo la relazione e con essa il senso profondo della nostra identità. L’evoluzione delle arti, non solo del teatro, è lo specchio di quell dell’umanità tutta. Io credo che ci sia molto futuro nel coro, nella comunità. Ma serve tornare ad avere relazioni vere, tra essere umani. E questo può far nascere un’arte più autentica». Quanti ragazzi ha incontrato in questo percorso? «La non-scuola è nata 25 anni fa a Ravenna, e ogni anno incontriamo tra i 300 e i 400 ragazzi. A questi si devono sommare quel- li nel resto d’Italia e nel mondo. Sono dunque migliaia e migliaia. Ma non siamo mai stati noi a insegnare a loro, piuttosto loro hanno insegnato a noi la vita». Napoli, Chicago, Senegal, Sarzana. Gli adolescenti sono uguali ovunque? «C’è differenza perché siamo essere umani, e questo è un dato di ricchezza. D’altra parte li unisce un fondo comune, fatto di fragilità, desiderio di amore e fame di vita. È l’età di mezzo, tra il sogno dell’infanzia e la rigidità dell’età adulta. Il teatro può essere rito di iniziazione, in cui sperimentare paura e bellezza. I classici liberano perché sono vita. Diceva Artaud che il problema non è la cultura, ma la fame: che non è quella del corpo, ma quella dell’anima». Gli adolescenti sono spesso descritti come branco. Come si trasformano in coro? «Il teatro non ha paura di guardare al fondo violento dell’essere umano. Lo prende sul serio e con decisione e può riuscire a trasformare la violenza in canto e danza. A Scampia è stato evidente. All’inizio non si riusciva nemmeno a lavorare. Ma è bastato considerarli seriamente: non eravamo lì per ragioni strumentali. È stato un piccolo miracolo. Quando entriamo nelle comunità ci teniamo alla continuità, per dare respiro al percorso. A Scampia siamo stati per cinque anni: bisogna seminare e rimanere. L’esperienza ha prodotto una compagnia che si chiama Punta Corsara: avevano 15 anni quando li abbiamo incontrati, ora sono giovani agguerriti professionisti di 25. Che a loro volta fanno laboratori con i più piccoli. Abbiamo tante tribù in giro per l’Italia». Perché “non-scuola”? «Non ci interessa formare giovani attori ma liberare le energie potenziali. Poi qualcuno tra questi si ammalerà di teatro, ma noi ci rivolgiamo a tutti, alla grande massa. Ci muoviamo fuori dalle griglie classiche, con un approccio che per l’adolescente è scardinante. Ma con disciplina e rigore, perché solo così si crea una spazio franco, dove si realizza quella libertà che in scuola e famiglia e amici non si sperimenta. Il conformismo è sempre in agguato. Il teatro è una forma limpida di libertà perché le parole che altrove non riesci a dire, lì le puoi pronunciare, il non detto si può manifestare, i sogni ricacciati dentro prendono forma: i sogni più intimi dell’essere umano che sono prendere e dare amore e senso». Cosa riconosce di sé in questi ragazzi? «Mi riconosco in loro, nonostante i 60 anni, non tanto perché mi sento adolescente, ma perché è un sentire la vita come la sentivi a 15 anni, ossia come una partita aperta. Questo cerco con Ermanna, mia sposa e complice, e i compagni delle Albe: cerchiamo come tenere viva la fame della gioia e della vita. Nonostante tutto». Teatro e formazione, teatro e terapia, teatro e carcere. Qual è il rischio di trasformarsi in operatori sociali? «Il rischio è grande. Non sopporto la definizione di teatro sociale. Il teatro è per sua natura espressione della società. Non dobbiamo ghettizzarci. Il rischio è accontentarsi di fare una buona azione. Se tutto questo non si trasforma in bellezza, in lampo artistico, non ne vale la pena. Devi scommettere nel lampo della bellezza. C’è l’umanità in gioco. Gli operatori sociali fanno il loro lavoro. Ma i teatranti sono condannati alla bellezza, alla ricerca incessante della grazia. E questo i ragazzi lo sentono, capiscono che con loro si vuole fare qualcosa di importante».

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