venerdì 9 aprile 2021
Da Trieste a Milano, da Roma a Venezia molti nuovi libri aiutano a ripensare gli spazi urbani. Con un duplice monito: il centro non c’è più e le periferie non esistono
Piazza Gae Aulenti a Milano

Piazza Gae Aulenti a Milano - Claudio Furlan/LaPresse

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Forse ha ragione E.B., l’interlocutrice – misteriosa ma non troppo – che Pietro Spirito tiene sempre presente nel suo Gente di Trieste (Laterza, pagine 260, euro 18,00): potrebbe darsi «che ogni luogo non sia poi troppo diverso da un altro» e che tutta questa storia del genius loci sia una fissazione dei poeti, degli scrittori, degli intellettuali in genere. Ma quando provi a guardare da vicino, non c’è un posto che valga davvero un altro. Le città, nella fattispecie, si assomigliano per un solo aspetto, che è appunto quello di essere città, ma per il resto, a dispetto di ogni analogia superficiale, le mappe sono tutte difformi tra loro. Il cerchio disegnato dalle tangenziali di Milano non corrisponde all’orbita del Grande Raccordo Anulare, non fosse altro per il fatto che quest’ultimo «è un trucco che non funziona», come scrive Christian Raimo in Roma non è eterna (Chiarelettere, pagine 264, euro 14,00): non circonda la capitale, non la include, è solo un segno che introduce una sporadica intermittenza nel continuum della «città diluita » che dalla solennità dei Fori imperiali si spinge fino ai pascoli nei quali ci si imbatte verso Fiumicino. Per non parlare di cerchie più sussiegose e meno funzionali, come quella delle mura di Lucca, la città alla quale Nanni Delbecchi dedica la prima delle sue Quattro passeggiate (Aliberti, pagine 220, euro 15,90).

Va a finire che ha ragione Spirito. O, meglio, che ha ragione Trieste, una delle tante città che si sono quasi dimenticate di aver avuto mura a proteggerle o strade a contenerle, e si accontentano del baluardo mobile del mare. Città slabbrate, pressoché indifese, orgogliosissime di perdersi in un margine che ha l’incommensurabilità dell’orizzonte. «Marginalità» è, non a caso, una delle voci principali del Lessico metropolitano (Guanda, pagine 270, euro 18,00) con il quale Gianni Biondillo prosegue l’esplorazione avviata con Metropoli per principianti (2008) e proseguita, tra l’altro, con Tangenziali (2010), il libro scritto insieme con Michele Monina e interamente occupato dalla cronaca di un viaggio a piedi lungo un percorso pensato esclusivamente per le automobili. Anche allora, per costeggiare i bordi di Milano, Biondillo e Monina erano andati alla ricerca di luoghi interstiziali, varchi poco frequentati, talvolta addirittura passaggi di frodo. «Le marginalità – si legge adesso in Lessico metropolitano – sono delle abrasioni nel tessuto urbano di dimensioni e profondità differenti. Lacerazioni, strappi, dove le regole di una normale urbanità lasciano spazio a insediamenti spontanei, oppure a edilizia in abbandono o scarsamente mantenuta». Non vanno confuse con le periferie (che «non esistono», assicura Biondillo), , ma in un certo senso sono oggi quello che le periferie sono state in passato: i punti in cui la città tradisce minime capacità di resistenza ed è costretta a mostrare il suo vero volto.

Dei libri che abbiamo fin qui elencato, quello che più assomiglia a Lessico metropolitano è sicuramente Roma non è eterna. Evidente, in entrambi i casi, l’urgenza di un impegno civile che i due autori risolvono però in modo differente. Architetto oltre che narratore, Biondillo è più propenso all’analisi, documentata e non di rado polemica, come nel quando si ragiona sul rischio che le misure prese in occasione dell’emergenza coronavirus si trasformino in soluzioni permanenti, in particolare nel- l’ambito della mobilità privata. Militante in modo più esplicito è invece la posizione di Raimo, dal 2018 assessore alla Cultura del III Municipio di Roma. Il risultato è che, se Lessico metropolitano si lascia leggere come il diario di un irriducibile flâneur del XXI secolo (Biondillo non guida, non ha neppure la patente, cammina per spostarsi anche su distanze piuttosto lunghe), Roma non è eterna ha davvero qualcosa del romanzo di formazione, con Raimo che torna a più riprese sugli episodi di cui è stato protagonista e testimone.

È una cronistoria di occupazioni, sgomberi, discriminazioni e reazioni securitarie al termine della quale emerge l’aspettativa che Roma possa essere «sempre meno una città speciale, ma una qualunque provincia del globo, una grande periferia senza centro, una borgatasfera, un luogo meno mitico, ma magari più amato». Anche tra il libro di Spirito e quello di Delbecchi corre una rete di corrispondenze tutt’altro che trascurabili. Sono testi più letterari, e non soltanto perché evocano molte figure di scrittori (Gente di Trieste rende omaggio fin dal titolo al triestino involontario James Joyce, nella sezione veneziana di Quattro passeggiate gioca un ruolo rilevante l’avventuroso e purtroppo misconosciuto Alberto Ongaro).

Più in profondità, si strutturano come racconti, sia pure inusuali. Spirito si concentra sul resoconto di una giornata trascorsa dalle parti del Molo Audace, a cercare spunti per un libro sui triestini illustri o ignoti che lui sostiene di non riuscire a scrivere, ma che noi leggiamo lo stesso. Delbecchi parte dalla sua città di origine, Lucca, fa il pendolare tra Milano e Roma, dove si è svolta la sua vicenda professionale, per approdare infine a una Venezia molto meno fantasmagorica di quanto si potrebbe credere. Le sue sembrerebbero passeggiate solitarie, ma ad accompagnarlo c’è sempre la memoria della moglie Alessandra, morta tre anni fa. Sarà anche vero che i posti sono tutti uguali, ma a renderli unici sono gli incontri che abbiamo fatto e non possiamo più ripetere. Lacerazioni, una volta di più. Strappi dai quali, ogni tanto, riesce ancora a filtrare la luce.

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