lunedì 8 ottobre 2018
Romano, nipote dell’eroe Nazario, approda a Trieste un secolo dopo il sogno realizzato della città simbolo. «Ho fatto cento tappe lungo le coste italiane per raccontare quei valori oggi»
Un momento dell’arrivo di Romolo Sauro a Trieste con la sua Galiola III

Un momento dell’arrivo di Romolo Sauro a Trieste con la sua Galiola III

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Ne ha visti di eventi storici il Molo Audace, lo stesso che cento anni fa, il 3 novembre del 1918, accoglieva l’omonimo cacciatorpediniere Audace, ponendo fine alla prima guerra mondiale e consegnando Trieste all’Italia. Lo stesso anche che nel 1954 restituiva nuovamente la città alla patria nel tripudio dei Tricolori e delle piume cangianti dei Bersaglieri. Quindi non si sarà stupito più di tanto, ieri pomeriggio, quando una flotta di velieri e motoscafi ha scortato fino a lì la piccola Galiola III – 9 metri appena di barca a vela – con le sirene che urlavano in festa e la piccola folla che attendeva sul molo col cuore in gola delle grandi occasioni. Al timone l’ammiraglio Romano Sauro, nipote di Nazario, l’eroe irredentista che noi studiamo sui libri tra i mostri sacri dell’Unità nazionale, ma che lui chiama semplicemente «mio nonno».

Era l’incubo degli austroungarici, il ricercato numero uno, l’imprendibile marinaio che con le sue incursioni ridicolizzava le difese asburgiche. Nato a Capodistria nel 1880 quando l’Istria era ancora austriaca, per non combattere con indosso la divisa nemica fuggì a Venezia, da dove condusse rocambolesche incursioni sotto la bandiera della Regia Marina italiana: per l’Italia fu l’eroe, per l’Austria il traditore. E per questo fu impiccato a Pola il 10 agosto del 1916 a 36 anni. «È per celebrare i cento anni dal sacrificio del nonno che ho ideato il progetto Sauro100, la circumnavigazione dell’Italia a partire da Sanremo per approdare a Trieste, toccando cento porti, uno per ogni anno, e ad ogni porto incontrando i ragazzi delle scuole per raccontare loro i profondi sentimenti di giustizia, libertà e solidarietà che ispiravano mio nonno», spiega Sauro. Che ieri ha concluso il periplo con una tappa breve ma potentemente simbolica, partendo da Muggia, la sola città istriana rimasta italiana, e approdando in piazza Unità d’Italia (giudicata da molti la più bella del mondo, l’unica ad affacciarsi direttamente sul mare).

Esuli istriani accolgono Romano Sauro a Trieste

Esuli istriani accolgono Romano Sauro a Trieste

Noi eravamo a bordo il 4 ottobre del 2016 ( Avvenire è media partner), quando in un mare in tempesta la Galiola III si staccò dal porto di Sanremo. E c’eravamo ieri sotto la fitta pioggia triestina. In mezzo ci sono state 4.000 miglia di navigazione, oltre 300 scolaresche e 40mila studenti incontrati, e i cento porti iniziali sono diventati 226 tappe, man mano che l’Italia si accorgeva della piccola imbarcazione carica di storia e di ideali, e invitava l’ammiraglio a incontrare le giovani generazioni. Dodici anche gli approdi all'estero, a Durazzo in Albania, a Cattaro in Montenegro, e più volte in Croazia e Slovenia, in particolare a Pola, dove Sauro fu impiccato, a Capodistria nella casa in cui nacque, e poi allo scoglio Galiola, dove fu catturato in una notte drammatica: «Da questa esperienza – raccontava ieri un Sauro emozionato, accompagnato da sua moglie Isabella e dalla figlia Maria Novella (assente giustificato il figlio Francesco, in missione scientifica in Groenlandia) – mi porto a casa i volti e le parole di questa immensa ciurma di ragazzi, soprattutto i bambini delle elementari, affascinati dai racconti di mare. È vero che nelle scuole parlavo di combattimenti, morti e battaglie, ma il messaggio finale dimostrava loro l’importanza della pace e della solidarietà. Si parla tanto di integrazione, ma i bambini nascono tutti integrati. I piccoli non conoscono pregiudizi, siamo noi adulti che li roviniamo».

L'abbbraccio degli italiani di Capodistria

L'abbbraccio degli italiani di Capodistria

Lo ha detto anche ieri mattina al sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, che lo ha accolto in municipio con la famiglia: «Sono stato da poco in una scuola di Monfalcone e lì gran parte dei bambini ha genitori venuti dal Bangladesh. Ho chiesto a una di loro di dove fosse, e lei con naturalezza mi ha risposto di essere italiana. Era vero, lo erano tutti, e in piedi hanno cantato l’Inno di Mameli ». «A Monfalcone se non ci fossero i bangladesi i cantieri navali sarebbero fermi », ha commentato Dipiazza… È solo uno tra le centinaia di aneddoti che costellano questi due anni di incontri, durante i quali un eroe fino ad oggi confinato sulle targhe marmoree di vie e piazze in ogni città d’Italia, è divenuto un uomo in carne ed ossa attraverso i racconti del nipote: «Ricordo bene la nonna. In casa nostra tutto parlava di lui come eroe risorgimentale – narra Romano, classe 1952, nato in Trentino, cresciuto a Roma ed entrato all’Accademia Navale di Livorno, da dove è iniziata la sua fulgida carriera sui mari del mondo –, ma io lo ammiravo più che altro per il fatto che allo studio preferiva l’avventura… proprio com’ero io da ragazzino».

Un nonno a volte imbarazzante. Per esempio, a scuola, quando si cantava Il Piave e, arrivati alla strofa che lo cita, il piccolo Romano ammutoliva timoroso che si scoprisse la sua parentela. «Il colmo fu anni dopo, quando all’Accademia di Livorno gli «anziani» interrogavano i nuovi arrivati e alla domanda su Nazario Sauro risposi irriverente che era mio nonno. Pensarono li sfottessi e la pagai», ride oggi l’ammiraglio. Che ha passato la giovinezza a sfuggire quell’eredità “pesante”, mentre questa gli lavorava dentro e forgiava non solo il suo spirito marinaresco, ma il senso dell’avventura e dell’onore senza retorica.

L'ingresso a Trieste, scortato da una flotta di velieri in festa

L'ingresso a Trieste, scortato da una flotta di velieri in festa

«Alla fine, ormai in pensione dopo 42 anni sui mari, ho ripreso il largo sulla Galiola III, chiudendo l’Italia in una sorta di “rete” buona. È stata dura – ammette ora –, ma a darmi forza ogni volta che volevo mollare era il pensiero di Nabil, la promessa che gli avevo fatto di arrivare fino a Trieste, tra bonacce e tempeste, e in una delle tappe portarlo con me». Nabil, il bambino albanese malato di tumore incontrato a Roma grazie alla onlus Peter Pan, che dà accoglienza alle famiglie bisognose di piccoli pazienti oncologici. «Ho incontrato lui e ho pensato di dover fare qualcosa anch’io. Con i proventi del mio libro Nazario Sauro, storia di un marinaio presentato in ogni porto, avrei raccolto i fondi necessari: parliamo ai ragazzi di solidarietà, ma poi loro vogliono vedere i fatti, l’esempio che diamo. L’episodio che più li affascina è quando racconto di mio nonno che nel gennaio 1915 con altri patrioti andò a soccorrere gli abruzzesi, vittime di un terremoto che fece 30mila morti, ed estrasse dalle macerie due bambini. I cui nipoti ho incontrato durante il mio viaggio». Con i 40mila euro così raccolti, Romano Sauro ha donato alla Lega Navale speciali barche per disabili e ha affiancato Peter Pan: «Nabil sulla barca non ha fatto in tempo a salire, la malattia è stata più veloce, ma l’eroe qui è lui, tutto ciò che è avvenuto è opera del suo grande coraggio».

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