venerdì 14 luglio 2017
Racconto di viaggio attraverso gli occhi di un millenial nei luoghi dove aleggia il fantasma del Pirata, ultimo mito del ciclismo la cui fine è per molti aspetti ancora avvolta nel mistero
Un'immagine di Marco Pantani (Lapresse)

Un'immagine di Marco Pantani (Lapresse)

Inizia con Marco Pantani e la sua Cesenatico la prima puntata della serie estiva dedicata ai “luoghi e i campioni”. L’idea è che le nostre firme si cimentino in narrazioni sportive che pongono al centro un borgo, una città, un luogo di sport in dialogo ideale con il loro genius loci, il loro campione.

Rudy, è un millennial, un classe 2000, con le cuffie sempre appiccicate alle orecchie e una musica in testa di Gaetano Curreri, «la canzone degli Stadio». Rudy gioca a basket e ama la maglia gialla dei Los Angeles Lakers, viaggia con la “24” di Kobe Bryant. Quando Marco Pantani è volato nel mondo dei più, Rudy aveva quattro anni e suo padre, Marco anche lui, ciclista amatoriale, era un giovane rampante innamorato della vita, di Elena e del “Pirata”. «Per questo mi portava ogni estate in vacanza a Cesenatico, perché sperava di incontrare ancora Pantani, ma lui non c’era più...». Poi un giorno del 2010, anche suo padre non c’era più: se ne è andato via per sempre, lasciando una scia di inseguitori di nostalgie, e in testa al gruppo è rimasto solo Rudy al comando.

A Cesenatico, il ragazzo non metteva più piede da allora. Sette anni in un Tibet di ricordi e di cattivi pensieri, di assenza più acuta presenza. Un papà volato via troppo in fretta: una macchina lo aveva investito mentre sgambava di domenica, vicino a casa. «Una morte come quella di Michele Scarponi», sospira Rudy appena sceso dal treno alla stazione di Cesenatico. È tornato per rivedere i luoghi in cui da bambino era stato felice. Per ritrovare i racconti di suo padre sulla spiaggia mentre gli preparava la pista con le biglie con dentro stampate le figurine dei corridori. «Moser, Saronni. I miei campioni, prima che arrivasse Pantani... Mi ripeteva papà».

Le aveva conservate dall’infanzia, per il suo Rudy che scende sudato fradicio dal treno. Trentotto gradi sul regionale Rimini Cesenatico, un treno merci, un convoglio per deportati, migranti e vucumprà che soffrono e sudano in silenzio, come Marco quando scalava, lassù sull’Izoard. «Mio padre fino all’ultimo pedalava da Rimini a Santarcangelo, passando per Cesenatico e Bellaria e ritorno al traguardo di Rimini». È il circuito triste e gustoso chiamato “Pantani e la piadina romagnola”. La piadina romagnola, un progetto da esportare, canta Samuele Bersani, romagnolo di Cattolica. «Una ricetta dove dentro ci sta tutta la grinta di Pantani, l’allegria del liscio, il cuore dei nostri bagnini, l’arte e la fantasia di Fellini», ha detto il maestro del ballo liscio, Raoul Casadei, prossimo al traguardo degli 80 anni. Tutti nomi che Rudy da millennial anomalo conosce perché è cresciuto qui, scrivendo «t’amo papà» sulla sabbia della spiaggia davanti al Grand Hotel.

Tolte le rotelle, con la prima biciclettina da corsa ha inseguito papà Marco dal Lungocanale che reca la firma del genio di Leonardo da Vinci fino all’arrivo di via Torino. Tappa obbligata al chiosco dei Pantani, da mamma Tonina, per un crescione, alternativa alla piada con squacquerone. Roba per piccoli uomini crescono, pasta calda da mandare giù con «birra gelata mischiata alla gazzosa, l’unico “doping” di mio padre», ricorda Rudy.

Il chiosco ora non è più di mamma Tonina, la madre courage che continua la sua battaglia. «Una madre non può sopravvivere al proprio figlio...», ha gridato ovunque gli hanno chiesto della tragica fine del suo Marco. Povera donna, non si rassegnerà mai a a quel destino crudele che odora di marcio, di malavita e malainformazione. E la sentenza, specie dopo aver letto l’ultimo atto editoriale, Il caso Pantani. Doveva morire (Chiarelettere) del criminologo Luca Steffenoni, forse non sta scritta negli archivi polverosi di un tribunale ma nell’intitolazione del monumento che Cesenatico ha dedicato al Pirata. «Campione vittima della Giustizia italiana».

Il monumento a Marco Pantani eretto a Cesenatico (Wikicommons)

Il monumento a Marco Pantani eretto a Cesenatico (Wikicommons)


Rudy non se la sa spiegare la morte di quel ragazzo che faceva sognare suo padre. «I miei si sono sposati l’estate del 1998, dopo che Pantani aveva vinto il Giro d’Italia e il Tour de France. Viaggio di nozze a Cesenatico e il ricordo più bello di quell’estate per papà era stato incontrare il suo caro Pirata seduto al tavolo del chiosco mentre divorava una piadina al cioccolato».

È il ricordo più dolce per Rudy che all’uscita della stazione imbocca subito l’ingresso dello Spazio Pantani. Tre salette (la Mortirolo, Alpe d’Huez e Bocchetta). Il nipote di Pantani, Devis stacca biglietti distrattamente e con il groppo in gola appena il giovane turista, non per caso, gli fa: «Sa io ero un grande tifoso di suo zio». Ogni giorno è una processione laica in questo piccolo vittoriale del ragazzo d’oro di Cesenatico. Rudy si perde e si specchia nelle coppe. Lo accompagna Gigi, un caro vecchio amico del campione. «Quando era piccolo e passavo con la moto, Marco mi urlava: tirami su Gigi... fammi fare un giro. La moto poi Marco se l’è comprata. È quella lì», indica il bolide Gigi che, ad ogni sbuffo di passato, si asciuga gli occhi pieni di lacrime, pronte da versare.

Rudy si avvicina alla bici con lo stemma del Pirata stampato sul sellino e lo accarezza, quasi fossero le guance del campione. Come fosse il viso ancora giovane di suo padre. «Sono passati tredici anni e sembra ieri... Papà dopo Madonna di Campiglio (1999, stop al Giro per Pantani con blitz della Guardia di Finanza) non ha più guardato una tappa alla tv. Dopo la sua morte non ha più seguito il Tour e a me continuava a ripetere che non era giusto quello che avevano fatto a Marco...».

Rudy risposte non ne ha, è stanco dal viaggio, è come la Sally di Vasco Rossi «ha già visto che cosa ti può crollare addosso». Colto da sindrome di Stendhal resta tutto il tempo che ci vuole per un’emozione forte davanti ai quadri di Pantani. Un professionista milionario ma che sapeva dipingere e pure scrivere di pancia. Un poeta amico dei poeti, a cominciare da quelli di Cesenatico. Il crepuscolare Marino Moretti con la sua casa lì sul Lungo Canale e quello della casa rossa, Ferruccio Benzoni, volato via un attimo fa che quel «qui sepolto ti vedono, solo, con l’arroganza d’averci creduto», pare averlo scritto apposta per il Pirata. «Pirata di noi che sbagliamo / guizza via dalle ombre che allungano giorni vani, / lucertola sii ancora della nostra anima malata e vittoriosa», recita a sorpresa Rudy aprendo il suo diario. «È di Davide Rondoni, me l’aveva trascritta mio padre».

Estate 2017, il dj della spiaggia mixa note in un pomeriggio stanco, è la musica del Marè. Lo stabilimento balneare che sarebbe piaciuto a un ragazzo di vita come il padre di Rudy. Il posto ideale dove parlare di ciclismo con il suo Pirata. Ma qui ormai si parla solo di Donnarumma e di calciomercato e mica con la prosa del conte Rognoni e l’eloquio riminese di Italo Cucci, giudici ironici del prebiscardiano “Processo al campionato”. È il locale in fondo al canale degli Zaccheroni, con mister Alberto che ha viaggiato per l’Asia più di Marco Polo (ha allenato il Giappone e poi in Cina) e ogni tanto lo vedi che si riposa al tramonto, con lo sguardo rivolto ai capanni dei pescatori. Anche Rudy resta incantato davanti all’orizzonte e al mare calmo della sera. Il vento caldo dell’estate lo accarezza con la voce di Curreri che dalle casse del Marè canta il suo Pantani: «E mi rialzo sui pedali con il sole sulla faccia. E mi tiro su gli occhiali al traguardo della tappa. Ma quando scendo dal sellino sento la malinconia. Un elefante magrolino che scriveva poesie. Solo per te, solo per te».

Alza gli occhi al cielo Rudy, tira fuori la bandana gialla come il sole che scotta sui tetti di Cesenatico e lentamente si riavvia alla stazione. Dal treno, mi ha salutato da dietro il finestrino che lo riportava verso un altro mare. Con la mano appoggiata alla guancia e quello sguardo pieno di solitudine. Lo stesso sguardo, la stessa posa di Marco Pantani in quella foto in cui continua a guardarci tutti e a chiederci perché... siamo tutti così soli?».

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