venerdì 2 novembre 2012
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Cinquantasette blocchi di marmo di Carrara, alti fino 5 metri, formano una croce ciclopica: 80 metri di lunghezza per 45 di larghezza. È La croce di piazza Santa Croce, la nuova installazione che Mimmo Paladino inaugurerà sabato 3 novembre a Firenze nell’ambito di "Florens", biennale internazionale dei beni culturali e ambientali. E che resterà visibile solo per pochi giorni, fino alla fine della manifestazione l’11 novembre. «Le pietre – racconta l’artista – arrivano da Carrara così come sono state cavate. Alcune porteranno incisioni e segni, altre diventeranno una sorta di base per tre sculture in metallo: un cerchio e una stella, ovvero due dei mazzocchi studiati da Paolo Uccello, e una stele antropomorfa che si pone in dialogo con la statua di Dante. Il passante non potrà avvertire con un colpo d’occhio la forma nella sua interezza: per scoprirla dovrà accostarla e attraversarla». Un’opera che modifica la percezione di piazza Santa Croce, la riproporziona, suggerisce e impone nuove visuali e nuovi tagli. E soprattutto ne orienta in maniera inequivocabile il percorso verso la facciata ottocentesca della chiesa.Si tratta di un’opera arcaica, che fa pensare alle costruzioni megalitiche. E insieme è contemporanea: una croce di frammenti aggregati, una e molteplice, ma anche una sorta di happening della durata di pochi giorni.«Sono tutte dimensioni che mi interessano, che però confluiscono in quella spaziale: l’asse della croce è slittato rispetto alla piazza per allinearsi alla porta della chiesa, un edificio importante anche perché è il pantheon degli italiani. La chiave di tutto il lavoro è una geometria di piani scomposti, che ha nella ridefinizione della dimensione e della tensione architettonica della piazza l’aspetto cardine. Si tratta di un lavoro che presenta sfide sotto molti punti di vista. Innanzitutto la collocazione dei massi deve avvenire sulla base di un progetto meticoloso che ha richiesto un lungo studio: a partire dal trasporto e dall’allestimento. C’è però sempre in gioco l’imponderabile, la sorpresa di quando un progetto si concretizza: solo allora lo si può valutare e capire davvero. Non posso negare che sia un’autentica fatica, che però si inserisce nella storia di una città che ha vissuto grandi fatiche, penso ad esempio alla cupola di Brunelleschi, prima di arrivare alla propria forma. Tutti elementi che fanno della Croce un omaggio agli antichi cantieri rinascimentali».Che rapporto c’è con il resto della sua opera?«La scelta della croce è un invito della Fondazione Florens, che ho accolto con grande piacere. La croce è un segno che compare nelle mie opere spesso però con altri sensi: un segno antico, primario come quello di colui che non sapeva scrivere, ma anche i graffiti lasciati dai pellegrini lungo i loro percorsi. Questa invece ha un senso "ortodosso". È la croce di Cristo, con tutti i significati che ne derivano. Certo, può apparire difficile affermare oggi in modo categorico e monumentale in pubblico il segno della nostra cultura. Ma io stesso come artista, laico o credente non importa, sono figlio di questo segno. Che appartiene a tutta l’umanità: le altre culture possono infatti riconoscerlo come patrimonio comune. Questo segno antico e moderno è ideale come generatore di uno spazio architettonico in relazione alla piazza, simbolo del vivere civile, luogo di sosta e di dialogo».Non è la prima volta che lei si confronta con lo spazio pubblico: penso alla Montagna di sale. Questi lavori modificano lo spazio urbano e invitano al confronto. Cosa resta quando l’opera viene smontata?«La Montagna e la Croce sono entrambe opere effimere: un fatto importante perché non si pongono come monumento ma sono epifanie. Amo la loro temporaneità: evita la persistenza e soprattutto la retorica del monumento, che presto diviene invisibile. Il fatto che spariscano rende il loro impatto ancora più forte e in realtà più duraturo nella memoria. Per la Montagna a Napoli è stato così. Apparve un giorno di pioggia a dicembre e sparì poco dopo l’inizio del nuovo anno. Molti oggi mi dicono di non poter attraversare piazza Plebiscito senza richiamarla alla mente. Mi piacerebbe che la Croce avesse l’avventura della Montagna, che riapparisse altrove in Italia o nel mondo, farne la messaggera di un segno».Quasi tutta l’Italia ha difficoltà nel fare interagire antico e contemporaneo. Firenze, forse, più di altre città. Qual è la sua opinione?«Penso che gli uomini del ’500 non avessero grandi problemi nei confronti degli edifici del passato. È una paura italiana quella che vuole i luoghi storici intoccabili. Il problema non è se si può intervenire ma solo con cosa e come. Ogni epoca deve rischiare parlando i linguaggi della sua contemporaneità. La discussione deve avvenire sulla qualità, che è la cosa più difficile da definire. Era così anche nel passato: non tutti gli interventi eseguiti nel Rinascimento sono riusciti. Né d’altra parte bisogna accettare a braccia aperte qualsiasi cosa. Ma questo fa parte di una saggezza che l’uomo contemporaneo sembra avere perso».
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