venerdì 24 novembre 2017
Marco Ciriello ha raccolto in un libro i pezzi della rubrica che il tecnico argentino tiene sul quotidiano L’Équipe rispondendo a personalità di ogni tipo, da Cantona a Fanny Ardant a Sonia Gandhi
L'allenatore argentino Marcelo Bielsa (Ansa)

L'allenatore argentino Marcelo Bielsa (Ansa)

«Dove c’è estro non c’è peccato», ripete “El Loco”, citando Blaise Pacal. Il filosofo francese è uno dei tanti protagonisti che popolano l’unica zolla di cultura sportiva – redatta da un uomo di calcio – coltivata dal quotidiano parigino “L’Équipe”. È su quelle pagine dell’unico giornale sportivo – un segno di civiltà, uno basta e avanza – che Marcelo Bielsa, alias “El Loco” (“Il pazzo”, fossero tutti così i pazzi, specie nel calcio) manda messaggi luminosi a tutta quell’umanità ancora immune dal tifo cieco e non affetta da dipendenza per la retorica e la titolistica gazzettiera.

Bielsa, che l’estate del 2016 ha rischiato di approdare in Italia (l’accordo con la Lazio del “latinista” Claudio Lotito era stato concluso e poi stracciato), ogni venerdì sull’Équipe ha una rubrica dal titolo inequivocabilmente bianciardiano: “Il catenaccio mi sta antipatico”. È lo stesso angolo editoriale, con l’identica formula delle 10 domande poste dai lettori che, Luciano Bianciardi, il più anarchico degli scrittori italiani, teneva sul Guerin Sportivo sotto l’egida del “Fuorigioco mi sta antipatico”.

Che a Bianciardi arrivassero lettere indirizzate da Montanelli o Tognazzi per disquisire di calcio, di ciclismo o pugilato poteva essere quasi normale; è sorprendente invece leggere le svariate missive che l’intellighentia francese e internazionale spedisce all’attuale tecnico del Lille, club che l’ha appena sospeso, motivazione: ieri è andato a rendere omaggio al suo amico ed ex collaboratore “Profe” Bonini morto di cancro, senza avere l’autorizzazione della dirigenza.

Lille è il suo ultimo approdo dopo Marsiglia (ha allenato l’Olimpique fino al 2016) dove ha scoperto i Duri dell’irregolarissimo Gian Carlo Fusco «regalo di un pizzaiolo italiano» che poi lo ha messo sulle agre tracce di Bianciardi. Sulla stessa rotta della Parigi- Marsiglia ha inseguito l’amatissimo Julio Cortázar, «di cui ho letto tutto, compreso gli Autonauti della cosmostrada».

Ma tutto ciò, ai “paninari”, intesi come malati degli almanacchi Panini o ai maniaci sacchiani della tattica che si fermano al rivoluzionario modulo bielsiano del 3-3-3-1 (sperimentato con alterne fortune da ct di Argentina e Cile, oltre che nei suoi club creatura: Newell’s Old Boys – che gioca nello stadio Bielsa – , Velez, Athletic Bilbao, Olympique Marsiglia e ora al Lille) è assolutamente ignoto. E tale sarebbe rimasto ai lettori italiani se uno dei più talentuosi narratori di storie di cuoio, l’irpino Marco Ciriello, classe 1975, non si fosse accollato l’onere e l’onore di condensare il fantastico e pregnante Bielsa-pensiero nel suo Il catenaccio mi sta antipatico (Magic Press Edizioni, pagine 128, euro 14,00).

Una folgorazione per Ciriello: «Ogni sua panchina è una piccola epopea che genera saghe, romanzi, e lascia sul campo lo scialo di talento, lo spreco della genialità... Dopo Carmelo Bene, le conferenze stampa di Bielsa sono la massima espressione teatrale che conosca». Nell’asfittico scaffale dei libri di genere sportivo, il Bielsa di Ciriello è una sorta di “Aleph” di Borges in cui l’allenatore- editorialista schiera le sue Finzioni sul calcio. Anzi il “Fútbol” per dirla come il suo fratello argentino Osvaldo Soriano.

Bielsa è il “Soriano di Rosario”, la città dove è nato (nel 1955) e cresciuto, figlio di una dinastia di giuristi con il bernoccolo leninista. A Rosario giocò a calcio, ritirandosi prestissimo, «a 25 anni» per diventare un rarissimo hombre vertical delle panchine. Rosario, è anche la casa madre di monumenti del calcio: Carlos Menotti, Javier Guzmàn, Leo Messi, Angel Di Maria. Ma per Bielsa è prima di tutto la patria dei «rivoluzionari»: quello politico, il “Che” Ernesto Guevara, dello spazio artistico, Lucio Fontana, e dell’umorismo letterario, Roberto Fontanarrosa. Tre cardini che aprono solo una parte del suo vasto universo interiore.

Tra un allenamento e l’altro con i «miei allievi», una passeggiata filosofica in compagnia del fedelissimo gelataio François (un ex pugile finlandese, Matti Meri) e dopo il rituale dei ritagli di articoli di giornale di tutto il mondo incollati sul prezioso «Quaderno», Bielsa risponde alle domande degli illustri lettori. Lo fa con lo spirito di un “Molière in bicicletta”. «Ho visto tutti i tuoi film, non mi piace la tua tecnica falsamente liberatoria, secondo me ancora non hai trovato il tuo ruolo giusto, ma il fatto stesso che tu lo stia cercando invece di perdere tempo mi dice che lo troverai, aspetto che ti premino a Cannes», così, schietto e selvatico ammonisce Eric Cantona quando gli domanda che cosa ne pensa della sua nuova carriera di attore. E allo stesso Cantona che gli chiede lumi sul brasiliano Socrates “El Loco” ribatte: «Un giocatore che porta il nome di un filosofo che non ha scritto nulla, non poteva essere un calciatore diligente né vincere tanto e nemmeno allenare, è diventato una leggenda, adesso parla dai muri, ho ragione che fosse questa la sua intenzione: disperdersi».

Bielsa ama il confronto e non evita mai lo scontro. Così, da anni non concede udienza allo scrittore cileno Luis Sepulveda che soffre della mancata amicizia, invidiando quella che il tecnico argentino preserva con Gérard Depardieu. Sepulveda gli rimprovera la passione per lo scrittore e suo connazionale Roberto Bolaño e quando affonda la lama sul Mundial “insanguinato” di Argentina ’78 chiedendogli se il ct Cesar Menotti si fosse mai «discolpato» allora il tribuno Bielsa gli manda a dire: «Menotti sente la colpa e nessuno la può cancellare, come nessuno può sapere cosa avrebbe fatto nei suoi panni, ma c’è un dato che sta dietro Videla e il suo abbraccio alla squadra: i prigionieri che quella notte di festa sono scappati».

Visionario Bielsa che possiede una videoteca sterminata in cui non manca la commedia all’italiana, con Monicelli e Risi punte di diamante. Sonia Gandhi gli scrive da Delhi, curiosa di sapere chi sia il suo regista indiano preferito, e lui senza esitazioni: «Aravind Nagpal». Ha stregato l’attrice Fanny Ardant, la quale però lo invita a imparare il francese e a fare a meno del traduttore («lo usa per mettere a distanza la stampa», sostiene Ciriello). Unico neo: la difficoltà a imparare le lingue, dote in cui invece eccelle Josè Mourinho che nella sua scala degli eroi non esemplari sta un gradino sopra al filosofo-tuttologo Bernard-Henri Lévy e forse sullo stesso piano di Nick Hornby che gli rinfaccia di non aver mai parlato del suo libro (Febbre a 90), ma El Loco richiude la lettera e lo invita a fare «atto di umiltà».

Bielsa non ama gli estremismi di Michel Houellebecq e il giocare sempre all’attacco è giustificato dal suo credo: «Difendere è un inconveniente, è il lavoro scomodo del calcio. Non sono un estremista del vivere, sono uno che cerca risposte, e per trovarle, spesso bisogna andare oltre se stessi». Le risposte, e questo è il messaggio per niente loco che deve arrivare allo sgrammaticato mondo del pallone, il saggio Marcelo le ha trovate nella conoscenza, che va oltre gli spalti di uno stadio.

Più libero e indipendente dei fratelli baschi conosciuti e allenati a Bilbao, ha realizzato il suo sogno, e persino quello dello scrittore catalano Enrique Vila Matas: «Scrivere e giocare a calcio sono le uniche due forme interessanti di stare al mondo... mi potevo dire contento fino a quando non ho scoperto questa sua rubrica dove lei ristabilisce la priorità, praticando e bene le due forme di vita, quindi debbo odiarla, perché ha realizzato il mio sogno». Un sogno che nella palude dei mutandieri della domenica pochi ambiscono a realizzare. L’unico che potrebbe emularlo è Pep Guardiola che non fa domande al maestro Bielsa, «ho passato anni a fartene» e si limita a confessare ai lettori dell’Équipe che «devo a te il mio essere allenatore ... Ed è raro trovare delle persone che uniscono l’agire e l’essere».

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