martedì 22 settembre 2015
Partendo per l’America, il 3 ottobre 1965, Paolo VI solo apparentemente lasciava i lavori del Vaticano II. In realtà portava con sé – insieme a cardinali di differenti aree geografiche, quasi a rappresentare l’universalità del cattolicesimo – proprio il messaggio di quel Concilio giunto all’ultima sessione. E lo offrì il giorno successivo nel suo discorso al Palazzo di vetro dell’Onu ai rappresentanti di 117 governi e a un folto gruppo di osservatori (mentre milioni di persone lo seguivano in diretta televisiva, tramite il satellite telstar). Dopo una sosta in preghiera nella meditation room, accompagnato dal Segretario generale U Thant sino alla sala dell’Assemblea e lì accolto da Fanfani che ne era in quel periodo presidente, papa Montini parlò dal podio, in francese, con un’allocuzione coraggiosa. E, da quel momento, il rapporto tra il papa e i governi del mondo non fu più lo stesso.  Paolo VI presentò l’offerta di dialogo della Chiesa cattolica all’Onu, ai suoi occhi «stazione del mondo» dove non si è, ma ci si fa uguali. Gridò «Jamais plus la guerre». Non rivendicò nulla. Affermò invece: «Noi siamo esperti di umanità». Parlò in quella sede formalmente come capo di Stato, ben sapendo di dovere la sua autorevolezza a tutt’altro che una sovranità temporale. E cioè a una lunga storia di fede e di condivisione di sofferenze. Si fece davvero portavoce del Vaticano II: e non a caso l’allocuzione finì negli Acta conciliari.  Parlò da leader cristiano e da leader morale mondiale, certo enfatizzando un po’ il ruolo delle Nazioni Unite (e guadagnandosi critiche). Ma se si trattava di un’organizzazione di cui si potevano già vedere limiti, la sua esistenza stessa come comunità sovranazionale («gli uni con gli altri » e «gli uni per gli altri») postulava – per Paolo VI – una collaborazione ben oltre quello che sino ad allora era stato il confronto tra Chiesa e singoli Stati. Al significato più vasto proprio di quel discorso all’Onu, ma pure alla sua genesi e alle sue conseguenze, Andrea Riccardi dedica un nuovo saggio (Manifesto al mondo, Jaca Book, pp. 124, euro 15: ne presentiamo un brano qui a fianco), consentendo al lettore di scoprire la forza di un testo che – quanto a dialogo, pace, povertà – dice molto ancora, mezzo secolo dopo. Vagliando fonti diverse, anche con l’aiuto di documenti inediti, lo storico mette in rilievo la forte impronta personale impressa dal pontefice sul testo, quasi tutto di suo pugno, registrandone anche le pochissime varianti fra le due prime bozze e la stesura  definitiva, dopo aver accolto solo alcuni dei suggerimenti richiesti alla Segreteria di Stato, a monsignor Pavan, al Maestro dei Sacri Palazzi padre Ciappi.  «Prego vedere attentamente questo progetto di discorso per la visita all’Onu. Come al solito, e più del solito, sarò grato d’ogni osservazione e d’ogni suggerimento, pronto a rifare altro progetto, se questo non va», si legge nel primo degli appunti (datato 23 settembre 1965) che documentano il percorso finale del testo poi pronto, per esempio, ad assorbire le preoccupazioni di Ciappi affinché fosse più manifesta «l’indole divina» della religione cattolica «oltre che storico-umana», non però quei riferimenti alla «legge o ragione naturale» che proprio non voleva. Paolo VI sapeva bene di rivolgersi a tanti non cristiani. Ed ecco la mediazione di una proposta dalla valenza politico-diplomatica conclusa da indicazioni per un rinnovamento spirituale.  Non è tutto. Sono anche altri gli elementi di novità ai quali Riccardi offre risalto nel suo saggio: la fiducia riposta da Paolo VI non solo nell’Onu («organizzazione sorella»), ma nella diplomazia in genere e quella vaticana per assicurare la pace; l’incontro pur breve del pontefice con il ministro degli Esteri dell’Urss Andrei Gromyko; il sottile intervento papale in favore della partecipazione della Cina popolare alle Nazioni Unite (non negoziato anticipatamente, benché concordato con U Thant): una scelta al contempo idealista e pragmatica nei confronti di un popolo che non poteva essere escluso. Questo ed altro ancora nella consapevolezza che nuovi modelli di relazioni dovevano prevalere sugli schemi da guerra fredda ancora in uso e su valutazioni politiche congiunturali. Riccardi, inoltre, non dimentica l’altro aspetto del viaggio oltreoceano di Montini. L’Onu, sì, ma pure l’incontro con i cattolici americani nella loro terra (il primo di un pontefice) e i contatti con le autorità politiche degli Usa (tra cui il presidente Lyndon Johnson). Interlocutori che, con altri volti e in condizioni mutate, da Washington a Filadelfia passando per New York, papa Francesco incontrerà fra pochi giorni.
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