venerdì 19 agosto 2022
La retorica del silenzio delle vette marca la distanza tra la montagna immaginata e la montagna reale. Ma la proiezione cittadina sulle valli rischia di segnare anche i piani di rilancio e sviluppo
Le tre cime di Lavaredo dal Monte Piana, uno dei luoghi della Prima guerra mondiale

Le tre cime di Lavaredo dal Monte Piana, uno dei luoghi della Prima guerra mondiale - Michal Kmeť / Unsplash

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Il silenzio della montagna è un’invenzione della città. Ad alta quota siamo immersi nei suoni; diversi da quelli urbani, ma tutt’altro che inesistenti. Tanto che in quei rari momenti in cui i rumori si sospendono – nell’attimo che precede il fragore di un temporale estivo, durante un’ovattata nevicata – allora quel reale silenzio cattura l’attenzione, e un po’ inquieta.

Il silenzio della montagna è un pregiudizio concettuale: si va in villeggiatura, ci si ritira nella solitudine di una baita, e allora si vive nel silenzio. Non è un’esperienza concreta, è una proiezione. Le montagne vivono, e risuonano dei loro rumori. Quelli della natura, il sibilo del vento, i bramiti, i ronzii, lo scroscio dei torrenti, i rombi sordi delle frane e delle valanghe. E quelli dell’uomo: perché le montagne - soprattutto le nostre, Alpi e Appennini - sono un paesaggio plasmato dall’azione dell’uomo, nel quale natura e cultura si intersecano.

Ecco allora che il presunto silenzio della montagna è popolato da campanacci e muggiti, magari lontani e portati dal vento assieme alle voci degli uomini che la abitano. E dai rumori delle attività: perché, così come non è silenziosa, la montagna non è neanche incontaminata, come pure vorrebbe l’immaginario - cittadino - dominante fin dalla fine del Settecento, quando ebbe inizio ciò che gli storici chiamano "l’invenzione delle Alpi".

Alla parola "montagna", la prima immagine che siamo abituati ad associare sono le vette fatte di roccia e di ghiaccio: anch’esse tutt’altro che silenziose, spazzate come sono dai potenti venti d’alta quota. Allargando lo sguardo ideale, si scende su verdeggianti pascoli e su nuclei di case "tradizionali", dove tutto sembra doversi fare sottovoce. È, stratificata da generazioni, la montagna-cartolina dell’Ottocento, dove il silenzio, in contrapposizione al fermento urbano, è essenziale. Solo in parte differente è l’immagine della montagna-attività che ha preso piede nel Novecento, con lo sviluppo degli impianti di risalita che hanno consentito lo sci e l’escursionismo in quota; qui il rumore c’è, nelle strade e nelle ferrovie che collegano "in un attimo" le città di pianura ai villaggi di montagna, ma solo per essere lasciato alle spalle non appena scaricati dalla funivia. Una volta saliti, la percezione condizionata dal pregiudizio è nuovamente quella del silenzio.

È una sorta di auto-esclusione selettiva: non odo i suoni che abitualmente mi circondano in città, quindi non odo alcun suono. E, se un rumore riesce a farsi percepire, è registrato con fastidio a meno che non sia uno di quelli che sottolineano ciò che siamo convinti sia reale, il silenzio: il cinguettio di un uccello, un belato in lontananza. Guai invece se a spezzare l’idillio è il vociare di qualche gitante chiassoso, o peggio lo stridio di una segheria che sale dal fondovalle.

Ecco, il fondovalle è un problema, una sgarbata pennellata fuori posto nel quadretto della montagna immaginata. Peccato che le genti di montagna, quelle vere, vivano lì: e non per fare i figuranti dal cappello piumato in una cartolina, ma con le loro esistenze piene, ricche di attività, magari difficili in quell’ambiente che hanno ereditato dalla tenacia delle generazioni che le hanno precedute.

Quando si parla di futuro della montagna, e fortunatamente se ne è tornato a parlare soprattutto grazie ai progetti di sviluppo delle aree interne di impulso europeo, il rischio è di passare, come già accaduto spesso in passato, sopra la testa dei montanari e far calare dall’alto piani progettati in città. Quasi inevitabilmente, al di là delle migliori intenzioni, piani simili finiscono per ragionare più sulla montagna immaginata che sulla montagna reale; vista dalla pianura, ogni iniziativa che possa turbare il "silenzio" è da guardare con sospetto: una strada, una seggiovia, un’attività artigianale che sia men che tipica (altra categoria inventata). E, per di più, tali piani tendono a concentrarsi su una parte della montagna - l’alta quota - e a trascurare il grosso del territorio e della popolazione: quella della mezza montagna, dell’alta collina, dei lunghi fondovalle. Il silenzio della montagna rischia di ribaltarsi in una plumbea cappa di immobilismo, che metterebbe sotto vetro le terre alte condannandole a un’assenza di suoni che, alla fin fine, significherebbe un’assenza di uomini.

Ma il silenzio, il vero silenzio, è un prodotto dell’uomo. Ne abbiamo avuto imprevista e drammatica prova nella primavera di due anni fa, quando tutti eravamo confinati in casa. Svuotate di traffico e di voci, le strade delle città sperimentarono per la prima volta l’assenza di ogni rumore, rotta solo di tanto in tanto dal sinistro echeggiare di una sirena. Il silenzio dell’immobilità, il silenzio della morte era nelle città, il paesaggio più artificiale. Non sulle montagne.

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