venerdì 10 aprile 2015
Nel calcio, come nella vita, insegna Osvaldo Soriano: esistono i ribelli, i sognatori e i fuggitivi. Gustavo Giagnoni è uno dei rari piccoli eroi esemplari del pallone italiano, che è riuscito ad essere contemporaneamente un ribelle, senza mai rinunciare al sogno e tanto meno alla fuga. Una fuga cominciata sessant’anni fa dalla sua Isola «mai abbandonata», la Sardegna, ed è terminata a Mantova dove per tutti ormai è il caro vecchio Giagno. Il Giagno l’amico di Zoff («Dino è mio testimone di nozze»). Il “mister con il colbacco” vive qui in via della Dottrina Cristiana, l’ex ghetto ebraico della città dei Gonzaga. E per completare il cerchio interreligioso sua moglie si chiama Fatìma - come la figlia di Maometto - ed è la madre dei loro figli, Basilio e Daniela, e nonna di cinque nipoti. Nonno Gustavo, che a marzo ha compiuto 83 anni, è reduce da un piccolo infortunio, così ultimamente esce di rado e parla ancora meno. Per stanarlo nel suo rifugio occorre un passepartout amico, il breriano arcimatto di Mantua Adalberto Scemma. Con il passo lento dell’ex calciatore in fase di recupero, Giagnoni ci accoglie all’ingresso del suo bellissimo appartamento seicentesco. Lo scrigno dei ricordi preziosi lo apre nel salone, sotto a uno “strappo”, un sontuoso affresco di una chiesa veronese. «Non si vive di solo calcio. E la bellezza di questo sport mi ha permesso di riconoscere l’estetica di un quadro di Caravaggio, della musica di Mozart, magari suonata dal violino del mio amico Salvatore Accardo». Il maestro napoletano giocava in porta (nelle giovanili del Napoli) e per la musica ha lasciato il calcio, mentre il giovane Gustavo per dedicarsi al pallone abbandonò il seminario di Tempio Pausania e l’idea di farsi prete. «Ho studiato dai salesiani, a Lanusei. L’ispirazione, più che la vocazione, me la trasmise un sacerdote all’avanguardia (organizzava i primi campus estivi a Golfo Aranci) don Moreddu. Quando venne trasferito, sentì forte un senso di libertà che non poteva darmi il seminario e lo trovai nel calcio».Ogni riccio un capriccio. Sotto quella zazzera si muoveva agile un mediano di spinta dal piede raffinato che dall’Olbia, «i “bianchi” della mia città», a 23 anni sbarcò nel continente. Tra le nebbie reggiane, al bianco olbiese si mischiò il celeste della Landini di Fabbrico, la squadra dell’azienda di trattori in cui il Gustavo giocava con Italo Allodi che lo portò con sé al Mantova. «Allodi era un fenomeno di simpatia, un artista che mi ha trasmesso la passione per i quadri, un carismatico che ammaliava tutti per generosità e capacità affabulatorie. Doti che lo hanno reso un dirigente insuperato del nostro calcio. Al cimitero di Suzzara appena si entra la prima tomba è la sua. Ogni tanto vado a trovarlo. Prego e “parliamo” un po’…». Lo scanzonato Allodi al fianco del tenebroso Edmondo Fabbri mise in piedi quel Mantova dal jogo bonito, e non a caso ribattezzato il “Piccolo Brasile”.«Fabbri è stato un grande tecnico, ma vedeva ombre ovunque e si arrabbiava con tutti (“la Callas di Castel Bolognese, lo chiamava il conte Rognoni”, interviene Scemma) tranne che con il sottoscritto al quale consentiva anche di fumare: dieci sigarette e non una di più, ma quando giocavo». Polmoni forti quelli del Giagno che prese parte all’apoteosi dei virgiliani, passati, dal 1956 al ’61 dalla Quarta serie alla Serie A. Giagnoni debutta tra i grandi del calcio a 29 anni in uno Juventus-Mantova (1-1). «Fin da bambino tifavo Juve e quel giorno mi trovai davanti Omar Sivori che a ogni entrata, “zac” mi colpiva alle caviglie strappandomi i calzettoni... “Se non la smetti ti do una testata”, lo minacciai. La smise subito». Il tamburino sardo intanto non smise di suonarle agli avversari e Fabbri diventato ct della Nazionale stava per portarlo ai Mondiali del ’66. «Non lo fece per l’età, avevo 34 anni, ma per non peccare di nepotismo. Tempo dopo so che disse con rimpianto: “Con Giagno in campo non avremmo mai perso contro la Corea”». L’anno dopo il Mondiale il Mantova servì all’Inter del mago Herrera la sua Corea. L’Inter il 25 maggio a Lisbona aveva perso la finale di Coppa dei Campioni contro il Celtic e il 1° giugno al Martelli il Mantova gli scucì lo scudetto dal petto per consegnarlo alla Juve. «Finì 1-0, “papera” di Sarti. Allodi che era il ds dell’Inter (a fine stagione passò alla Juve con Sarti) pare avesse allungato a un nostro dirigente 30 milioni di vecchie lire da distribuire a noi giocatori, solo che quei soldi non sono mai arrivati. E per fortuna – sorride il Giagno –. In vita mia non mi sono mai piegato a questi giochi qua».Alla guida del Mantova, nel ’71, lanciato verso il ritorno in Serie A anche Giagnoni, antesignano degli “allenatori ragazzini”, stava per approdare alla Juventus. «Era fatta, ma Boniperti si oppose, o meglio preferì puntare su Vycpálek, lo zio di Zeman che è l’allenatore che stimo di più nel calcio di oggi, perché mi somiglia per integrità e coerenza. E per questo paga...». A Torino Giagnoni ci arriva lo stesso, sponda granata e subito diventa un simbolo della classe operaia che va in paradiso mettendosi in testa il mitico colbacco. «Me lo aveva regalato un tifoso del Mantova, il commerciante Arcari che li importava dalla Lapponia. Ai primi freddi lo misi anche a Torino e fu il finimondo». Quel copricapo, dopo i primi derby vinti, e portato fino a giugno ne fece un vero uomo Toro, ma anche un bolscevico, un mangiapreti. «Proprio io, che anche in trasferta la prima cosa che facevo era cercare una chiesa per ascoltare la Santa Messa… Semmai, sono stato il primo a non togliermi il cappello davanti alla Vecchia Signora». E fu anche il primo mister a prendere a pugni uno juventino, perché lo sfotteva in un derby: Causio. «A ripensarci, oggi mi vergogno un po’ di quella storia e di tutte le “testate” che ho dato in campo, ma non sono del tutto pentito: agivo sempre d’impulso e per un senso di giustizia». Ingiusto fu quello scudetto del ’72 perso, per un solo punto (dalla Juve) per colpa di due sviste clamorose degli arbitri Barbaresco e Toselli di Cormons, due delle tre “bestie nere” con l’arbitro Monti. «Nel derby del ’72 (2-1 per il Toro), Morini della Juve diede un pugno a Rampanti. Rosso scontato, invece l’arbitro finse di non vedere. Così a fine partita mi presentai ai giornalisti e dissi: “Fiat, cioè terra, mare, cielo e… Monti”. Completai il giorno dopo con “Arbitri belli arbitri pronti, arbitro Monti”. Beccai un mese di squalifica. La Juve ieri come oggi è sempre stata la più forte, però non so perché, ma agli arbitri gli è sempre piaciuto fare il 12° uomo bianconero».Grinta e schiettezza apprezzata anche dal vate juventino Vladimiro Caminiti che scrisse: «Giagnoni ha fatto risorgere il Toro ventidue anni dopo Superga e a Torino ha scosso e trascinato le folle come fece soltanto Helenio Herrera a Milano». Anche per questo vollero Giagnoni al Milan, alla corte di Gianni Rivera. Al terzo allenamento saltato Giagnoni invitò l’intoccabile “Abatino” ad accomodarsi in tribuna. «Quella domenica vincemmo lo stesso, 3-0 contro il Cesena di Marchioro che navigava in alta classifica, ma l’ho pagata cara. Quando lasciai la squadra l’affidarono a Trapattoni del quale Rivera disse: “Non è un allenatore da Milan”… Alla Juve ancora lo ringraziano». Tra Calci, carezze e sgambetti (titolo della sua biografia) Giagnoni è sempre andato dritto per la sua strada. «Il calcio è come la società. Ci sono gli ignoranti che danno del “negro” a Balotelli e sono i figli di quelli che, cinquant’anni fa, appena entravo in campo mi facevano il verso della pecora e mi gridavano “pastore”. Ci sono i furbi e quelli che si credono tali che provano ad aggiustare le partite, e ieri come oggi lo fanno per trenta denari. Ma poi ci sono i campioni, gli uomini liberi, quelli veri come Pelè e Gigi Riva che si identificano con una terra e con un popolo, come ho cercato di fare anch’io».
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