sabato 2 dicembre 2017
I cento anni della morte del maggiore, fervente cattolico ed eroico militare
Carlo Ederle ritratto al fronte

Carlo Ederle ritratto al fronte

Possono essere esercitate bontà e virtù cristiane nel mezzo di un sanguinoso conflitto, comandando attacchi e studiando tecnicamente, scientificamente, il tiro dell’artiglieria in modo da ottenere una sua maggior efficacia distruttiva sulle linee nemiche? Il pacifismo in cui siamo cresciuti in tanti anni di vita civile e democratica ci spinge a formulare ai giorni nostri riserve e opposizioni alla risposta positiva a un tal quesito. Certo così non era, invece, nel Novecento delle guerre mondiali, quando virtù cristiane e militari convergevano nel senso del dovere, del rispetto per la legittima autorità, del sacrificio personale a servizio alla comunità nazionale: tutti valori condivisi. La guerra, si affermava, è come il dolore: può educare e far scaturire fragilità e debolezze, ma anche energie sconosciute, fino all’eroismo. L’arte della guerra e la pietà personale convivevano perciò spesso nel vissuto di semplici soldati, di ufficiali, di comandanti d’armata e capi supremi. Si pensi all’aura circondante il religiosissimo maresciallo Foch per i cattolici francesi ma anche italiani. Era militare di carriera e autore di elogiati studi di artiglieria il maggiore Carlo Ederle, veronese, morto venticinquenne il 4 dicembre 1917 – giorno dedicato a Santa Barbara, patrona dell’arma – colpito da mitragliatrice austriaca mentre sulle rive del Piave accompagnava da osservatore in prima linea l’azione della fanteria. Gli “osservatori”, giovani ufficiali oltre le prime linee, che avevano il compito di osservare al binocolo la disposizione e i movimenti delle truppe nemiche, veri “arditi dell’artiglieria”, erano stati l’invenzione di Ederle, fatta propria dal Comando Supremo, sul finire del 1916 e gli avevano meritato il titolo di “Guida del Carso”, oltre a una fama quasi leggendaria tra ufficiali e soldati per la sua mobilità e i tanti atti di coraggio e sfida al nemico. Alla sua morte ben si comprende il dolore di un suo amico, Fulcieri Paulucci di Calboli, reso invalido per il bombardamento, a gennaio dello stesso anno, dell’osservatorio di Dosso Faiti, il più avanzato del Carso. Questi alcuni passi da una lunga lettera di Fulcieri al padre Raniero, ministro d’Italia in Svizzera, da Milano, 8 dicembre 1917: «Oggi, caro Papà, devo incominciare questa mia lettera con una dolorosissima notizia: la morte del maggiore Ederle di cui ho letto stamane l’annuncio nel “Corriere”. Non mi posso capacitare che quell’uomo lì sia morto. Pareva invulnerabile! Lo rivedo su e giù per le doline e i camminamenti del Carso, sempre uguale, sereno e tranquillo… Della schiera degli osservatori del tempo mio, ferito io, ferito il Col. Sasso, feriti quattro aspiranti, morti i tre altri tenenti (Mauricchio, Panzavolta, Risi) era rimasto solo con due aspiranti, tutti e tre illesi. Pareva che a lui, per il quale non passava giorno che non lo vedesse la prima linea, la morte ormai non pensasse più… Povero Ederle! Così buono e così allegro con tutti mentre era una persona superiore. Aveva fatto dei progetti di schieramento delle artiglierie della 3^ Armata che facevano meravigliare i vecchi artiglieri. Maggiore per merito di guerra era già proposto tenente colonnello per lo stesso motivo. Ed era un po’ meno vecchio di me! Gli avevano dato poco fa, me lo aveva scritto, la sua quarta medaglia d’argento!». Paulucci sapeva come Ederle si fosse mosso in suo soccorso, il giorno della sua ferita a Dosso Faiti, sotto le raffiche dell’artiglieria nemica, giungendo in piena notte fino al luogo da dove Fulcieri era già stato trasportato in salvo. Forte amicizia di due anime credenti, medaglie d’oro, Paulucci in vita, Ederle dopo l’ultimo atto di eroismo. Cattolico liberal- risorgimentale il primo, di formazione più tradizionale il secondo (messa quotidiana all’alba, rosario serale in famiglia), appassionato non solo di scienza e matematica, ginnastica ed equitazione, ma anche di filosofia cristiana, al punto di seguire a Verona un controcorso di don Giuseppe Zamboni, futuro insegnante in Cattolica, opposto alle idee positiviste del professore di Liceo. Padronanza di sé, intensità spirituale, servizio agli altri: virtù che si riveleranno con spontaneità nella vita militare di Carlo Ederle, e che verranno riconosciute nella motivazione della medaglia d’oro, accanto alla menzione del suo «leggendario eroismo». Ma la guerra era comunque per lui una grande prova, non un ideale: e perciò il suo pensiero era rivolto alla fede, alla religione, che sempre sostiene nella vita, come scrisse alla madre il giorno stesso della morte.

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