lunedì 9 agosto 2010
È sufficiente osservarla per ricavarne la lettura che ne davano i pellegrini medioevali: due valve proteggono il mollusco. E, per l'uomo di fede, richiamano i due precetti della carità: l'amore per Dio e quello per il prossimo.
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Ti muovi per Siena e, fra le contrade che si sfidano nel Palio, c’è quella del Nicchio: come emblema ha una conchiglia che è un retaggio della Via Francigena. Giri per Roma e sui palazzi della Santa Sede compare lo stemma di Benedetto XVI: al centro spicca una conchiglia che accompagna il ministero di Joseph Ratzinger fin dalla sua ordinazione episcopale. E ancora: sei al volante, hai bisogno di fare rifornimento e ti fermi alla pompa di benzina di una delle quattro maggiori multinazionali petrolifere, la Shell: il logo è una conchiglia simile a quelle che commerciava Marcus Samuel, padre del fondatore, ed eredità dello stemma della famiglia Graham, sottoscrittrice di parte del capitale della società. Basta insomma uscire di casa per imbattersi in gusci che entrano fra i blasoni, sulle insegne o persino nei cartelloni pubblicitari. Un’immagine che da quasi mille anni, nel dizionario dell’araldica, indica il cammino. O, se guardiamo alla sua genesi, il pellegrinaggio. Perché quel pecten (come viene definito nel linguaggio scientifico) racconta ancora oggi i chilometri di fede percorsi lungo i sentieri del Nord della Spagna per venerare le reliquie dell’apostolo Giacomo. E proprio a Santiago di Compostela affondano le radici di questo segno spirituale che «evoca lo scrigno solido e inviolabile in cui l’uomo intende custodire tutti i valori più preziosi e più sacri», scrive Maurizio Carlo Alberto Gorra, ricercatore del Centro italiano di Studi compostelani dell’Università di Perugia, nel suo lavoro La conchiglia in araldica pubblicato dalle Edizioni Compostellane. In fondo è sufficiente osservarla per ricavarne la lettura che ne davano i pellegrini medievali: due valve proteggono il mollusco e, per l’uomo di fede, richiamano i due precetti della carità ai quali deve conformarsi chi le indossa: l’amore per Dio e quello per il prossimo. Dalla città dell’apostolo il pecten ha preso il largo, adottato da famiglie, sodalizi, vescovi, palazzi, amministrazioni comunali o società che, seppur con rimandi più o meno espliciti, l’hanno sempre associato all’apostolo Giacomo. La sua origine viene raccontata dal Codice callistino, il testo composto tra il 1139 e il 1173 che resta la pietra angolare per comprendere il cammino compostelano. «Nello stesso modo in cui i pellegrini che tornavano da Gerusalemme portavano con sé le palme – si legge –, così i pellegrini che tornavano a casa dopo essere stati a Santiago portano con sé le conchiglie, e non senza ragione. La palma rappresenta il trionfo, la conchiglia le buone opere». A regalare il guscio era il mare, lungo la spiaggia di Finisterre considerata la punta estrema del «vecchio» mondo e la tappa conclusiva del percorso sulle orme del santo. Lì si raccoglievano quelle conchiglie che dominano sulla facciata dell’ospedale militare degli Spagnoli a Palermo, conosciuto col titolo dell’ordine cavalleresco di San Giacomo della Spada, o che si sono moltiplicate per 365 nella Casa de las conchas a Salamanca, edifico in stile gotico del Quattrocento, dove i gusci sono un singolare esempio di araldica jacopea applicata all’architettura.E la Spagna ha un legame profondo con l’emblema di Santiago. Quando i reali volevano ingraziarsi gli indios del Nuovo mondo per i servigi resi alla madrepatria, concedevano stemmi che potevano contenere la conchiglia. Oppure accadeva che le veneras venissero inserite nelle insegne dei condottieri, come quella di don Pascual de Andagoya, fra i primi abitanti di Panama. In Italia il nicchio "di famiglia" è ancora una volta eredità di pellegrinaggi compostelani. Si possono citare i Benso, il cui più noto discendente fu Camillo: il conte di Cavour poteva vantare tre conchiglie d’oro di matrice jacopea. Un po’ come vescovi o cardinali. E anche i papi. Innocenzo VI, al secolo Étienne Aubert, che governò la Chiesa da Avignone nel Trecento, ne collocò tre al vertice del suo stemma per evidenziare – nota Gorra – i principali luoghi santi della cristianità: Santiago, Roma e Gerusalemme. A distanza di sette secoli Benedetto XVI ha fatto propria la conchiglia per descrivere «il nostro essere pellegrini». Un segno che Ratzinger lega anche al suo maestro di teologia, Agostino, e alla "leggenda" secondo cui il santo «che si lambiccava il cervello intorno al mistero della Trinità, avrebbe visto sulla spiaggia un bambino che giocava con una conchiglia con cui attingeva l’acqua del mare e cercava di travasarla in una piccola buca. Gli sarebbe stato detto: tanto poco questa buca può contenere l’acqua del mare, quanto poco la tua ragione può afferrare il mistero di Dio». Lo stemma pontificio è stato disegnato dal cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, araldista del Papa, che ha curato la prefazione al libro di Gorra. Fra gli attuali pastori italiani che hanno abbracciato il pecten ci sono il vescovo eletto di Alba, Giacomo Lanzetti, in cui le conchiglie richiamano fra l’altro il nome di battesimo ed evocano il cammino come immagine della vita cristiana; il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, che ha voluto inserire nel suo stemma un rimando al pellegrinaggio; e il vescovo di Fidenza, Carlo Mazza, che con il guscio ha scelto di ricordare sia la sua permanenza nella Cei alla guida dell’Ufficio per la pastorale del tempo libero, turismo e sport, sia la storia della sua diocesi lungo la Via Francigena, antica strada dei romei diretti alle tombe di Pietro e Paolo. È la stessa idea che anima il simbolo del Nicchio a Siena. Se è vero – come sosteneva Goethe – che la coscienza d’Europa è nata pellegrinando, la spiritualità del camino ha contagiato anche i vessilli dei Comuni della Penisola: da Creazzo nel Vicentino a Rossano di Cosenza passando per Isolabella nel Torinese, dove le tre conchiglie entrano nell’arma civica dopo la scoperta di un sigillo riferito al monastero di San Giacomo in Cella Volana.All’estero i riverberi dell’«arsella» jacopea nell’araldica pubblica sono presenti soprattutto in Spagna e in America Latina, ma anche in Germania, Svizzera e persino a Londra dove tre quartieri hanno uno stemma dotato di conchiglia (Bromley, Hammersmith e Holborn). Sempre in Gran Bretagna il ventaglio marino compariva nello stemma della principessa Diana Spencer o nel blasone del premier della Seconda guerra mondiale, Winston Churchill. E, infine, eccoci ai marchi. Il pecten è familiare per gli studenti dell’Università di Liegi nel cui blasone la graticola rimanda a san Lorenzo e la conchiglia a Giacomo; per i clienti dell’istituto Banco di Napoli – oggi fondazione – che ne ha una a destra come testimonianza dell’antico Banco di San Giacomo e Vittoria; e per gli automobilisti della Shell che in quel guscio ha voluto richiamare lo stemma dei Graham dove il pecten fu collocato dopo che «gli antenati avevano compiuto un pellegrinaggio a Santiago di Compostela», riferisce il sito della compagnia. E, siccome la valva era per il viandante dello spirito un contrassegno di protezione per distinguersi dal vagabondo, la multinazionale ha annoverato fra i suoi slogan «Stai sicuro, compra Shell». Anch’esso di ispirazione compostelana.
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