mercoledì 30 ottobre 2019
Nel Paese dilaniato da quasi 30 anni di guerra civile il calcio raramente si è fermato diventando strumento di speranza per tanti giovani. La ripartenza della Nazionale è un ritorno alla normalità
La Nazionale maggiore della Somalia

La Nazionale maggiore della Somalia

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Nel 1991 la caduta del regime di Mohamed Siad Barre in Somalia ha inaugurato una stagione di quasi tre decadi di guerra civile, attentati terroristici e scontri armati, in parte ancora in corso. In uno scenario tanto atroce e spesso apocalittico, molti ragazzi e qualche ragazza - il calcio femminile è in espansione dal 2015 hanno cercato un barlume di speranza distogliendo gli occhi dalle bombe; li hanno posati su un pallone che rotola e calciandolo hanno tentato sempre, anche durante il conflitto, di guardare oltre la montagna di tragedie e paure eretta nel Paese dai signori della guerra.

Il calcio in Somalia raramente si è fermato, nonostante più di mezzo milione di morti e oltre due milioni di rifugiati. Lo ha fatto, ufficialmente, nei primi due anni di conflitto dal 1991 al 1993, nella stagione 1996-1997 e nel 2008. In realtà «non abbiamo mai smesso di giocare, nei momenti di pausa si organizzavano partite tra quartieri per rompere le barriere e tenere unita la popolazione», ricorda Ismail Mohamed Omar, ex nazionale somalo trasferitosi nella provincia di Como nel 1995.

Dunque, il tentativo di febbraio di riportare il calcio internazionale a Mogadiscio organizzando un’amichevole contro la rappresentativa U20 dell’Eritrea, sarebbe stato vissuto, allo stesso tempo, con grande gioia e come un naturale rientro alla normalità.

L’organizzazione dell’amichevole è poi sfumata, ma la Somalia nei mesi successivi ha comunque compiuto notevoli passi avanti, dando nuovamente la possibilità ai propri club di partecipare alle competizioni Caf dopo ventinove lunghi anni. Ad agosto il Dekedaha, campione di Somalia nelle ultime tre stagioni, ha affrontato lo Zamalek nella Champions League africana, mentre il Mogadishu City si è misurato con il Malindi nei preliminari di Confederation Cup, l’equivalente dell’Europa League.

«Il calcio non ci ha mai abbandonato, è sempre stato lì con noi negli anni più bui», afferma Ismail Mohamed Omar, una ventina di presenze nella Somalia tra il 2004 e il 2013 e recentemente richiamato dalla Federcalcio locale per svolgere il ruolo di scout. Oggi l’ex Tifas di Fino Mornasco, piccolo comune del comasco, setaccia il mondo alla ricerca di calciatori di origini somale desiderosi di rappresentare un Paese che vuole riprendersi il proprio presente e iniziare a progettare il futuro. «Possiamo dire di essere usciti da un lungo tunnel. Tornare a respirare aria di calcio internazionale per noi è come rinascere», continua Ismail.

In quel tunnel sono rimasti un’intera generazione di calciatori nata negli anni ’90 e i loro sogni di poter partecipare a un grande torneo. Dall’inizio del conflitto ad oggi, le uniche gare ufficiali disputate dalla Somalia, e riconosciute dalla Fifa, sono state undici partite di qualificazione mondiale: delle sei partite (teoricamente) casalinghe una non ha avuto luogo, mentre nelle altre occasioni la Somalia ha optato per giocare la propria gara casalinga nuovamente in casa del rivale di turno, in Etiopia o a Gibuti, Paese momentaneamente designato per ospitare le partite delle Ocean Stars e in cui vive una nutrita comunità di somali. L’ultima gara effettivamente disputata su suolo somalo risale al lontano 1982.

Anche se il presidente federale Abdiqani Said Arab sta lavorando per poter presto organizzare in Somalia la Cecafa Cup (torneo riservato alle nazioni dell’Africa orientale), Mogadiscio ad oggi non è ancora sinonimo di sicurezza e la miccia del terrorismo è sempre pronta a esplodere: l’ultimo attentato risale al 4 febbraio scorso in un centro commerciale della capitale.

La Somalia attende, ma non ha intenzione di perdere ulteriore terreno. Nel 2018 sono arrivati i primi risultati incoraggianti, con la selezione U17 che in Burundi ha raggiunto la finale della Cecafa Cup, poi persa 2-0 contro la Tanzania. Forte di questo exploit a livello giovanile, la Federcalcio ha sapientemente deciso di allargare gli orizzonti e adottare una visione a lungo termine. «Abbiamo iniziato a lavorare anche con la nazionale U15, che nel mese di agosto ha partecipato alla Cecafa Cup di categoria in Eritrea. L’obiettivo è valorizzare questi ragazzi, con cui vogliamo fare una bella figura alle qualificazioni per i Mondiali 2026», rivela ancora Ismail.

Ultimamente, la nazionale maggiore non è stata da meno: il 6 settembre la Somalia ha vinto la sua prima partita di qualificazione mondiale battendo 1-0 lo Zimbabwe. Al ritorno ad Harare, il 3-1 degli zimbabwiani ha vanificato gli sforzi dell’andata, ma non ha spento l’entusiasmo di un gruppo che a dicembre parteciperà alla Cecafa Cup in Uganda per accumulare maggiore esperienza.

L’età media della rosa di Bashir Hayford nelle gare contro lo Zimbabwe si attestava infatti sui ventidue anni. Il Ct ghanese può contare su un bel mix di giovani locali e calciatori più esperti provenienti da tutto il pianeta. Tra di loro anche Abel Mohamed Gigli, uno dei primi “expat” ad aver accettato di rappresentare la Somalia nonostante le numerose difficoltà. Il nativo di Busto Arsizio ha esordito in Serie A con il Parma nel 2010 e, dopo un lungo peregrinare tra la Slovenia e le serie minori nostrane, ha abbracciato la Somalia, terra di origine della madre e in parte del padre (figlio di un italiano e di una somala), e potrà fungere da stimolo per altri calciatori di origine somala finora dubbiosi per questioni di sicurezza.

«Ho sempre saputo che si sarebbe giocato a Gibuti, quindi non mi sono posto il problema. Poi mi è sempre piaciuto immaginarmi parte della nazionale somala e il fatto che la Federazione abbia deciso di intraprendere un percorso serio e di formare un gruppo competitivo mi ha convinto della bontà del progetto», confida Gigli, ventinovenne difensore della Folgore Caratese, formazione di Serie D.

Un suo coetaneo, attualmente svincolato, che potrebbe dare una mano si chiama Ayub Daud, ex promessa della Juventus. Daud, che non veste la maglia della nazionale dal 2011, è arrivato a Cuneo all’età di cinque anni. Protagonista del Torneo di Viareggio 2009, si è poi perso in un giro di prestiti infinito. «Per lui le porte sono sempre aperte», dichiara Ismail, anche se il focus rimane puntato sui giovani, più propensi a trasferirsi all’estero per cercare fortuna che lottare per lo sviluppo del calcio somalo. Per far sì che non si uniscano al milione e mezzo di persone della diaspora somala nel mondo o ai circa 737 mila rifugiati sparsi nei Paesi limitrofi e nel resto dell’Africa orientale, bisogna garantire centralità ai giovani. «Dobbiamo investire su di loro e convincerli che sono loro il futuro della Somalia», conclude Ismail, fiducioso che «tra qualche anno saremo un posto migliore».


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