mercoledì 1 novembre 2017
Il crociato Bloy contro tiepidi, ipocriti e corrotti

Dalla seconda metà dell’Ottocento in poi, la letteratura francese è tutta attraversata dal tema della rivolta: una rivolta contro l’assurdo della vita, contro Dio e la Chiesa, contro il borghese e la società del denaro, contro l’ingiustizia sociale, contro il mito del progresso, contro la falsa letteratura, contro la guerra e, più in generale, contro un mondo rovesciato nei suoi valori, per il quale molti scrittori francesi esprimono un disagio, un disgusto e un’angoscia profonda. La rabbia, la denuncia e la rivolta sono espressione di questa condizione esistenziale che nel romanzo, nella poesia e nel teatro francese trovano riscontri letterari di prima grandezza. Anche Léon Bloy (1846-1917) è un uomo in rivolta, ma con caratteristiche e finalità sue proprie. A cento anni dalla morte (3 novembre) e a pochi giorni dal Colloquio internazionale che si terrà su di lui alla Sorbona (8-10 novembre), si torna a riflettere sulla sua opera, composta da una serie di scritti eterogenei, numerosi diari e un fitto epistolario, ma anche da due romanzi – Le désespéré (1887) e La femme pauvre (1897) –, dai racconti di Sueur de sang (1893) e delle Histoires désobligeantes (1894) e da quell’originale inventario dello sciocchezzaio contemporaneo che è l’Exégèse des lieux-communs (1902 e 1913): tutte testimonianze del singolare funambolismo visionario e letterario di Bloy. Bloy è e si rappresenta come una specie di sopravvissuto di una civiltà scomparsa; un medioevale trapiantato nel XIX secolo per compiere la missione di riconquistare ai valori autentici l’umanità decaduta. E in questo sforzo, mai venuto meno, nessuno gli è stato pari quanto ad assolutezza di intenti e di modi.

Essere scrittore per lui significava proprio questo: rinnovare l’uomo alla luce del più puro insegnamento evangelico. Nel gridare a squarciagola le verità del Vangelo, Bloy scagliava in pieno viso ogni tipo di insulto ai suoi contemporanei: ai cattolici ipocriti, o tiepidi o indifferenti di fronte al miracolo di La Salette; all’abominevole razza dei borghesi e degli antisemiti; ai letterati ipocriti e corrotti e, più in generale, a tutta la sua epoca di affaristi e canaglie, non a caso definita in Mon journal «il secolo delle carogne». Al tempo stesso, egli cercava di attuare nella propria vita una perfetta imitazione di Cristo, secondo un ideale ascetico e mistico che doveva portarlo a conformarsi alla sua passione e alla sua morte. Le pagine in cui esalta la magnificenza e l’indispensabilità del dolore e quelle riguardanti la spogliazione di se stessi attraverso l’amore alla povertà testimoniano di questi suoi propositi. Parlando sempre in modo assoluto, Bloy ha rischiato più volte di passare per eretico. Pur restando vero che certe sue idee possono farlo apparire tale, il senso autentico della sua opera va ricercato nel costante, appassionato desiderio di vivere integralmente la propria fede fino alle estreme conseguenze, e di viverla come «l’ultimo degli indigenti, un essere che si calpesta sotto i piedi, un assetato d’amore» ( Lettres à sa fiancée). Così voleva per sé e così voleva per gli altri. Non gli bastava entrare nelle coscienze bussando discretamente alla porta o penetrando di soppiatto con un mazzo di chiavi passe-partout, delicatamente attento a non disturbare troppo.

Per carattere e visione delle cose, Bloy conosceva soltanto lo scoppiettante fuoco della dinamite, l’assalto barricadero delle rivoluzioni. Nonostante gli insuccessi – che gli portavano non di rado sconforto e amarezza di fronte all’impegno profuso per farsi ascoltare –, Bloy moltiplicava gli sforzi e la veemenza dei suoi attacchi. Per lui acquistavano un senso anche gli eccessi irrazionali, le iperboli, le sfuriate, perché per lui l’esagerazione non era la gonfia retorica considerata da molti il lato debole della sua personalità, ma l’espressione del suo atteggiamento alieno da compromessi e approssimazioni, che come per mandato divino lo portava ad intervenire con fermezza chirurgica nelle piaghe della società, consapevole che la vera pietà è proprio quella di non avere pietà. In realtà, nelle sue sentenze da corte marziale, non si salva nessuno: il suo giudizio è quasi sempre inappellabile e il processo piuttosto sbrigativo. Non ci sono difese e ricorsi; non ci sono prove a discarico. Bloy procede senza indugi a emettere condanne contro le persone più impensate e appartenenti ad ogni categoria sociale.

Anche quando gli avversari riconoscevano in Bloy un artista di genio, l’esagerazione e l’ingiustizia di cui lo scrittore lasciava chiare e abbondanti tracce creavano con lui un abisso incolmabile. Aveva l’impazienza di vedere i cambiamenti immediati del cuore, che hanno invece tempi lunghi; i ritorni istantanei, le conversioni totali. In questa perpetua rivolta del crociato Bloy assume un rilievo particolare nella sua opera, da un lato la condanna implacabile della società borghese e della ricchezza; dall’altro, la ricerca di una povertà evangelica totale. Il lusso obbrobrioso dei ricchi e l’impressionante miseria dei poveri; l’esaltazione del denaro e l’ingordigia dei beni materiali suscitano in Bloy uno sdegno e un’ira incontenibili. Le sang du pauvre (1909) e le due serie dell’Exégèse des lieux-communs (1902 e 1913) costituiscono, sotto questo aspetto, una specie di dichiarazione di guerra. Lì si sente tutta l’angoscia di un’anima convinta che il denaro è davvero il simbolo del male, delle tenebre, del-l’infelicità, e in questa incrollabile certezza si consuma tutta la sua avventura religiosa, letteraria e umana.

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