mercoledì 18 novembre 2015
​Regnava allora in Egitto Tolomeo I Sotere (323-285 a.C.), generale di Alessandro Magno. Dalla Grecia, e più precisamente da Abdera in Tracia, era partito per visitare l’Egitto uno storico, Ecateo. Aveva risalito il Nilo fino a Tebe, l’antica capitale faraonica dalle cento porte, ognuna – secondo Omero – così ampia da permettere il transito contemporaneo di 200 armati coi loro carri e cavalli.Ma il sogno di Ecateo, che avrebbe raccontato la sua avventura nelle sue Storie d’Egitto, era quello di varcare la soglia del «Ramesseum», celebre mausoleo di Ramesse II, il faraone che aveva trionfalmente occupato con la sua storia quasi tutto il XIII secolo a.C. Ecateo aveva varcato quel portale lungo 60 metri e alto 20, aveva superato peristili, sale, stanze, camere e passaggi, si era persino imbattuto nel sarcofago faraonico segnato da quell’iscrizione sibillina: «Se qualcuno vuole conoscere quanto grande io sia e dove io mi trovi, superi una delle mie opere». Ma alla fine lo storico di Abdera s’era fermato stupito davanti a un portale su cui campeggiava una scritta che egli aveva tradotto in greco così: psychès iatreion, «luogo di cura dell’anima». Che cos’era mai questa «clinica dello spirito»? La risposta Ecateo l’ebbe quando vi penetrò: era la Biblioteca sacra di Ramesse.Naturalmente ora non resta nulla di quella sala e dei suoi contenuti. Non ci resterebbe neppure nulla delle Storie d’Egitto se non ci fosse stato, due secoli e mezzo dopo, Diodoro Siculo che visitò il «Ramesseum» tenendo in mano quella sorta di "guida" scritta da Ecateo, trascrivendola nei punti più significativi. Certo, c’è anche il rischio che quella «clinica» possa non curare ma produrre a sua volta patologie dell’anima. Ci sono, infatti, forme di bibliofilia che possono decadere in bibliomania. Esse non generano mai cultura, al massimo erudizione; non arricchiscono ma intisichiscono lo spirito. La biblioteca, infatti, può anche essere sede di dispersione, ben tipizzata dalla Biblioteca di Babele, racconto della raccolta Finzione (1964) di Jorge Luis Borges. Già il redattore finale del libro di Qohelet ammoniva che «si fanno libri e libri senza fine» (12,12). E il 5 febbraio 1828 il poeta Giacomo Leopardi nel suo Zibaldone annotava che «ormai si può dire in verità, massime in Italia, che son più di numero gli scrittori che i lettori (giacché gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive)».
Ma, per fortuna, la biblioteca può essere soprattutto sede dello spirito, nella sua forma più alta e più nobile. È per questo che bisogna battersi per renderla sempre più viva, funzionale, aperta, capace di trasmettere quel respiro dell’anima che per secoli ha avuto il compito di comunicare. Non per nulla Federico il Grande nel 1780 sul frontone della Biblioteca Reale di Berlino aveva posto la titolatura Nutrimentum spiritus. Certo, c’è un aspetto anche "tecnico" da considerare. Esso si manifesta ora con l’avvento della civiltà informatica che ha dato origine non solo a nuovi modelli catalografici ma a una vera e propria inedita biblioteconomia, con accessi diretti e immediati ai libri custoditi nelle più disparate biblioteche del mondo, senza più intraprendere viaggi.Ma è soprattutto lo spirito che nelle biblioteche celebra le sue liturgie. Tra parentesi, non si deve dimenticare che i monasteri (Bobbio, Montecassino, Grottaferrata, Farfa, Novalesa, Pomposa, S. Caterina al Sinai…) – e c’è voluto Il nome della rosa di Eco per ricordarlo al grosso pubblico – ospitavano biblioteche straordinarie. Un aforisma medievale non esitava ad affermare che claustrum sine armario, quasi castrum sine armamentario, «un monastero privo dell’armadio dei libri è come una piazzaforte senza munizioni e armi». E la regina delle biblioteche non è in una corte imperiale né in una metropoli storica, bensì in Vaticano!
Legata alla Vaticana è la «Biblioteca Joseph Ratzinger», ove aleggia la presenza di Benedetto XVI. Ed è proprio a lui che vorremmo lasciare la parola con una sua curiosa "confessione", testimoniata durante la sua visita alla Biblioteca Apostolica Vaticana il 25 giugno 2007: «Confesso che al compimento del mio 70° anno di età, avrei tanto desiderato che l’amato Giovanni Paolo II mi concedesse di potermi dedicare allo studio e alla ricerca di interessanti documenti e reperti da voi custoditi con cura, veri capolavori che ci aiutano a ripercorrere la storia dell’umanità e del cristianesimo. Nei suoi disegni provvidenziali il Signore ha stabilito altri programmi per la mia persona ed eccomi oggi tra voi non come appassionato studioso di antichi testi, ma come pastore».In verità anche come pastore della Chiesa universale, Benedetto XVI non ha cessato di custodire in sé l’anima del cultore della parola e del libro, anche senza risiedere e trascorrere i suoi giorni in quell’«accogliente casa di scienza, di cultura e di umanità, che apre le porte a studiosi provenienti da ogni parte del mondo, senza distinzione di provenienza, religione e cultura», com’era ai suoi occhi la Biblioteca Vaticana. L’attuale raccolta degli scritti di lui e su di lui attesta appunto il suo straordinario curriculum di studioso, di teologo, di lettore. È sorprendente, infatti, intravedere in filigrana alle sue pagine non solo l’apparato imponente delle sue letture patristiche, esegetiche, teologiche, filosofiche ma anche le incursioni nella letteratura e cultura «laica»: ad esempio, nella sua notissima Introduzione al cristianesimo occhieggiano, accanto ai classici della teologia, autori come Bernanos, Buber, Camus, Hölderlin, Lucrezio, Nietzsche, Sartre e così via.Ma, come si diceva, anche nel suo ministero petrino Benedetto XVI non ha cessato di custodire il suo amore per la parola e per il libro, convinto – come dirà in un altro messaggio rivolto al Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, il cardinal Raffaele Farina, il 9 novembre 2010 - che «l’apertura, veramente cattolica, universale a tutto ciò che di bello, di buono, di nobile, di degno (cfr Fil 4,8) che l’umanità ha prodotto nel corso dei secoli» sia sempre da accogliere, perché «nulla di quanto è veramente umano è estraneo alla Chiesa».
Ascoltiamo il celebre discorso al mondo della cultura al Collège des Bernardins di Parigi il 12 settembre 2008: «La ricerca di Dio richiede per intrinseca esigenza una cultura della parola... Escatologia e grammatica sono interiormente connesse l’una con l’altra. Il desiderio di Dio include l’amore per le lettere, l’amore per la parola». In questa luce «diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esige la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola».Questa comunione con la Parola si ripete ogni volta che la lectio si trasforma in ascolto e in intimità con Dio anche nei momenti più ardui ed estremi, quasi come un viatico. È quello che ricorda Romano Guardini, autore caro a Benedetto XVI e a papa Francesco nel suo Elogio del libro (1951), ove descrive un episodio bellico tragico per un gruppo di soldati bloccati in una sacca, circondati dai nemici e votati alla morte: «Il cappellano militare, sentendo che non aveva più nulla da dire di accettabile in quell’ora, tolse di tasca il proprio Nuovo Testamento, ne strappò le pagine e ne diede una ad ogni soldato». Si compiva, così, una sorta di estrema comunione «sacramentale» con la Parola.
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