Il caso. Se in Veneto salta il Banco, corsi e ricorsi della storia


Alessandro Marzo Magno mercoledì 5 luglio 2017
Istituti sull’orlo del fallimento? Non è la prima volta: il 1499 fu un “annus horribilis” per la Serenissima impegnata in due guerre. La corsa al prelievo mise ko Garzoni, Lippomano e altre banche
“Cambiavalute con la moglie”, 1514, di Quentin Metsys (Parigi, Museo del Louvre) (Fototeca)

“Cambiavalute con la moglie”, 1514, di Quentin Metsys (Parigi, Museo del Louvre) (Fototeca)

Banche venete sull’orlo del fallimento: se accadesse, non sarebbe la prima volta nella storia. Il 1499 è un annus horribilis per Venezia: impegnata in due guerre contemporaneamente, una per terra in Lombardia e una per mare contro gli ottomani, si ritrova pure a dover contrastare il panico scatenato dai fallimenti bancari. In gennaio una corsa al prelievo fa saltare il banco Garzoni, uno dei più importanti della città. È l’ambasciatore di Milano, il vescovo Cristoforo Lattuada, a spiegare in tempo reale quanto stia accedendo. In lettera mandata a Ludovico il Moro annota: «Questa matina el bancho di Garzoni, quasi primo bancho di questa terra, è fallito». Spiega che tutti sono rimasti molto attoniti e sorpresi di fronte alla sua chiusura, che non c’è mercante esente da perdite poiché tre quarti delle transazioni effettuate a Rialto erano segnate nei registri dei Garzoni. Non gli è quindi difficile azzardare: «Siché se dubita che per causa di questa rottura non ne habiano fallire multi altri». Infatti, pochi mesi dopo, in maggio, si ritrova sotto pressione la banca Lippomano. Prima che salti, i soliti furbetti riescono a salvare se stessi. Racconta il cronista Domenico Malipiero che la Serenissima Signoria decide di sostenere il banco approvando uno stanziamento di dieci mila ducati, utilizzando fondi che lo stato ha ricevuto in prestito da privati. Ma chi si precipita a ritirare i depositi non appena quel denaro si rende disponibile? Ebbene sì, proprio i membri del governo che avevano poco prima votato il provvedimento.

Anche la casta che salva se stessa non è niente di nuovo. Quest’altro fallimento getta nel totale scompiglio la comunità finanziaria perché i Lippomano avevano un’ottima reputazione. Il fallimento Lippomano (che conta 1248 cilenti, 700 dei quali patrizi) se ne tira dietro altri minori: per esempio quello di Maffeo Soranzo, che commercia e raffina argento per loro conto, e due banchi di cambiavalute. Intanto il banco Agostini restituisce buona parte dei suoi depositi, mentre si fa sempre più forte la pressione sul banco Pisani, un altra banca di primaria grandezza. Alvise Pisani, tuttavia, capisce la mala parata e, vista l’esperienza dei Lippomano, si prepara al peggio durante la notte, cercando appoggi fra i parenti. Quando la pressione dei risparmiatori in preda al panico raggiunge il limite, manda suo zio, membro del consiglio dei Dieci, una delle massime magistrature della repubblica, a esporre i fatti al doge.

La Signoria replica immediatamente, spedendo tre altissimi dignitari ad annunciare la creazione di un fondo di garanzia di 100 mila ducati. L’onda si placa, e ora la corsa tra i veneziani e gli stranieri residenti è per iscriversi al fondo, che cresce fino a un ammontare di 320 mila ducati. Chi aveva ritirato i propri depositi comincia a riportarli in banca; un perplesso ambasciatore milanese nota che quello che era stato ritirato al mattino viene depositato al pomeriggio, per un totale di 50 mila ducati. A questo punto le acque si placano, ma ci vorrà un bel po’ prima che si ritorni a una situazione tranquilla. Il peggio sta nell’atmosfera generale: non si fanno più affari, nessuno si fida più di nessuno, e Rialto appare deserto; d’altra parte sembra che i correntisti coinvolti nei fal- limenti assommino a ben quattromila. I Pisani prendono una decisione epocale: liquidano tutti i creditori e chiudono. Chi ha bisogno di servizi bancari deve giocoforza rivolgersi all’ebreo Anselmo che, grazie al diverso status giuridico di cui gode, non viene coinvolto nell’ondata di fallimenti.

Sconsolato il commento del cronista Domenico Malipiero: «Quando i banchi no’ ha’ fede, la terra no’ ha credito» (quando non c’è fiducia nelle banche, lo stato non ha credito), annotazione di sorprendente attualità, se si considera che ha mezzo millennio. Se ne accorge bene pure Niccolò Machiavelli che in un dispaccio ai Dieci di Balìa, a Firenze, scrive: «Fallirono banchi a Vinegia con gran danno della terra». Le conseguenze di questa ondata di fallimenti veneziani si ripercuoteranno nei secoli: i Lippomano non si risolleveranno mai più, e rimarranno una famiglia di second’ordine, mentre i Pisani, che saranno chiamati «del Banco» per via della loro attività, resteranno una delle famiglie più ricche di Venezia, come testimonia la villa Pisani di Stra, lungo il Brenta, forse la più grande e la più bella tra le ville venete, scelta come dimora reale dai Savoia quando erano i sovrani d’Italia (nonché del primo incontro tra Benito Mussolini e Adolf Hitler, nel giugno 1934). Questi fallimenti e chiusure lasciano Venezia con un solo banco privato, il Pisani-Tiepolo, che fallirà nel 1584, a causa di una fake news: qualcuno diffonde ad arte la voce che è affondata una nave mercantile con un carico preziosissimo. Ancora una volta il panico si impadronisce di Rialto e tutti si precipitano a ritirare i depositi, costringendo il banco al fallimento.

La conseguenza di questa ondata secolare di fallimenti sarà la scomparsa dei banchi privati a Venezia e l’istituzione di una banca di stato, il Banco Giro, che sarebbe stato chiuso in epoca napoleonica e inglobato nel milanese Monte Napoleone. A Genova le banche erano state statalizzate già nel 1407 con l’istituzione della Casa di San Giorgio che consolida l’enorme debito pubblico in cui all’epoca era sprofondata la città ligure, sconfitta dai veneziani a Chioggia vent’anni prima. La storia della Casa di San Giorgio e dei suoi diversi banchi – arriverà ad averne otto – si protrae pure quella fino al periodo napoleonico: chiuderà nel 1805, ovvero due anni prima di compiere quattro secoli. La Casa dal tardo Cinquecento organizza la propria attività bancaria ripartendola in vari sportelli, suddivisi in base alle valute trattate, e tra il 1586 e il 1606 comincia anche a emettere biglietti fiduciari nominativi, in qualche modo antesignani delle banconote. Si tratta di note scritte, pagabili in oro o in argento, secondo la natura del deposito che le garantisce, mentre le banconote vere e proprie saranno un’invenzione olandese.

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