domenica 3 dicembre 2017
L’intera produzione del «boss» è attraversata e nutrita da simboli e figure religiose: in un libro «Il vangelo secondo Bruce Springsteen»
Bruce Springsteen a San Siro a luglio 2016 (Fotogramma)

Bruce Springsteen a San Siro a luglio 2016 (Fotogramma)

L’intera produzione di Bruce Springsteen è attraversata e nutrita da simboli e figure religiose. Un rapporto, quello tra il rocker e la fede, mai pacificato, sempre conflittuale, controverso, spigoloso, aperto. Luca Miele, giornalista di “Avvenire” lo analizza in “Il vangelo secondo Bruce Springsteen” (Claudiana, pagine 84, euro 9,50), di cui anticipiamo un estratto. Mediata dagli spirituals, la Bibbia costituisce una sorta di pre-testo a cui il cantante si appoggia per costruire la sua (formidabile) narrazione americana.


«C’è un regno di amore che aspetta di essere innalzato», sussurra l’artista. Dove ci sta portando Springsteen? Siamo dinanzi a quella che Kate McCarthy chiama la «rock’n’roll theology» di cui è (o sarebbe) intessuta l’opera del rocker americano? È il compito che questo libro si affida: andare a caccia dei simboli, delle figure, dei riferimenti religiosi che attraversano la musica del Boss. Insomma il Vangelo (e la Bibbia) secondo Springsteen: la sua personale, intima, controversa, a volte enigmatica, molto spesso “terrena”, rilettura della Parola biblica.

Non è nostra intenzione incollare alcuna etichetta a Springsteen, né annoverarlo – o escluderlo – dalle fila dei credenti. Ma interrogarne l’ispirazione, sondarne l’universo poetico, consapevoli che un corpus musicale, per sua natura, non è compatto e unitario ma è aperto, frammentario, segue correnti alternate, è attraversato da personaggi che vivono, lottano, agiscono e reagiscono in maniera diversa, spesso opposta, contraddittoria. Che cercare, a tutti i costi, una coerenza in questo magma poetico significa rischiare di “tradire” l’intenzione del rocker americano.

Quando Springsteen urla di credere in una terra promessa ( The Promised Land), quando «invoca un salvatore per queste strade» ( Thunder Road), quando descrive l’immersione nelle acque come un battesimo ( Spare Parts), quando fa pregare i suoi personaggi ( Two Faces), quando prega in prima persona ( My City of Ruins), quando riscrive la storia di Gesù ( Jesus Was an Only Son), quando convoca gli spiriti dei morti ai piedi della collina del Calvario ( We Are Alive), quando cita Gesù che caccia i cambiavalute dal tempio ( Rocky Ground), quando intona il gospel di Heaven’s Wall, quando insomma utilizza simboli o immagini religiose, si appropria anche del loro “spessore” trascendente? Siamo davanti a un vero e proprio grattacapo, sul quale si sono esercitati i migliori esegeti di Springsteen. Antonio Spadaro ha notato come la sua produzione sia «ricca di figure, termini e simboli di valore religioso». Chi sale sul treno di Land of Hope and Dreams? Che cosa è questa «terra della speranza e dei sogni», cantata da Springsteen, nella quale «la fede sarà ricompensata»? Che cosa riunisce nello stesso destino, lungo le stesse rotaie, «santi e peccatori», «puttane e giocatori d’azzardo»?

«La verità – ha scritto Cone – è l’azione divina che entra nelle nostre vite e crea l’azione umana della liberazione». Sono parole che riecheggiano uno scritto di Martin Luther King – «Agape non è amore debole, passivo. È amore in azione. Agape è amore che cerca di preservare e creare comunità» – e che costituiscono la trama segreta dell’intera produzione del rocker. Non è un caso allora che la voce di Springsteen si distenda nella preghiera, si faccia inno e invocazione.

È il cuore della “teologia” del rocker americano, svelata con precisione chirurgica dallo stesso Springsteen, all’indomani della stesura di The Rising, l’album post-11 settembre: «Nella nostra musica, i due elementi che si sostengono a vicenda sono il blues e il gospel. Se si ascolta la nostra musica, le strofe sono il blues; prendi The Promised Land o Land of Hope and Dreams a vai alle strofe, ed ecco il blues. Quando arrivi al ritornello, quello è il gospel. Unisci le due cose insieme e stai nello stesso tempo sollevando le persone e tenendole legate alla terra». Proprio The Promised Land è probabilmente la più riuscita espressione della teologia (o delle teologie) del rocker americano. Ma in che cosa consiste la terra promessa cantata? Quale approdo essa assicura o lascia intravedere? Nell’ultima strofa del brano, Springsteen canta: «C’è una nuvola nera che si alza dal deserto / ho fatto le valigie e mi dirigo diritto nella tempesta / sarò un ciclone che spazza via / ogni cosa che non ha la fede per restare salda al suo posto». Saldezza, fede, ora e qui.

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