La relazione che può salvare il giornalismo (e non solo)
Dopo la news avoidance, la fuga dall'informazione, è nato un nuovo trend: la "appstinence", l'ansia da troppe app. Un libro di Corbo, Varagona e Villa aiuta a unire i puntini

Da anni nel mondo del giornalismo e dell'editoria si monitora con una certa quota di preoccupazione (e rassegnazione) la news avoidance, la tendenza del pubblico non solo a evitare di informarsi, ma addirittura a scappare da tutto ciò che vi conduce: giornali, telegiornali, giornali radio, siti con contenuti d'attualità e approfondimento. È un trend che vede coinvolto un italiano su tre, e a livello globale riguarda il 40% del pubblico. Una grande fuga frutto della ridondanza in cui viviamo, ridondanza di informazioni (la cosiddetta infodemia) e di sollecitazioni digitali in genere, per lo più veicolate dagli smartphone. Di qui nasce un nuovo trend, che stando all'ultimo rapporto pubblicato dal Reuters institute dell'Università di Oxord, deflagrerà nel 2026: è l'appstinenza, movimento particolarmente in voga tra i giovani che punta a disintossicarsi in cinque passi dalle principali dipendenze sviluppate online.
Sono due facce della stessa medaglia, segnali di quel rischio burnout di massa in cui è difficile separare cause ed effetti, responsabilità dei singoli e dell'ecosistema in cui si trovano. Di certo qualcosa dovrà cambiare, e nei fatti sta già cambiando. Anche nell'informazione: solo riscoprendo la dimensione umana e approssimandosi al suo pubblico il giornalismo potrà sopravvivere e rilanciarsi, lasciando tutto il resto all'intelligenza artificiale, più veloce e meno costosa. La direzione è chiara e non ci sono alternative, su questo il consenso è unanime. Più difficile trovare strade concrete e percorribili, che consentano di declinare tutto questo in prodotti e processi nuovi, capaci davvero di mettere la persona al centro. A proporre una contaminazione originale e stimolante sono Assunta Corbo, Vincenzo Varagona e Mariagrazia Villa, che in un libro - «Il giornalismo come relazione» - appena stampato per Pacini editore propongono di unire «due mondi apparentemente lontani»: il giornalismo costruttivo e il counselling. È come costruire un ponte tra due avanposti, l'uno nell'informazione e l'altro nelle scienze sociali. In comune i due avamposti hanno la centralità della persona, non in chiave statica ma dinamica: una centralità che si fa ascolto, narrazione, cura. È di qui che nasce la relazione, che così intesa può diventare punto di riferimento per ripensare e riorientare il modo di fare informazione, non a caso il libro raccoglie l'esperienza di un percorso di formazione rivolto ai giornalisti, mai come oggi in crisi di identità e di speranza.
Considerato che si tratta di una crisi identitaria, lo sforzo richiesto è quello di mettersi strutturalmente in discussione. E chiama in causa la responsabiltà del pubblico (dove ci porta tutto questo disinteresse?) ma soprattutto la capacità di rinnovarsi di chi pensa e produce l'informazione: i giornalisti. Gli strumenti del counselling possono aiutare a non perdersi e soprattutto a non perdersi d'animo. In fondo ne vale la pena: preso atto della crisi, studiato come superarla, è l'occasione per uscire dalla trappola atavica dell'autoreferenzialità.
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