Italia senza notti magiche: ecco da dove ripartire

La terza esclusione dai Mondiali ha generato un ampio dibattito. Anche in libreria,
dove approdano tre saggi storici sui rapporti con il potere. E sulle strategie da attuare per il futuro
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June 23, 2026
Italia senza notti magiche: ecco da dove ripartire
L'attaccante dell'Italia Salvatore (Toto') Schillaci realizza su rigore il gol della vittoria allo stadio San Nicola di Bari durante la finale per terzo posto ai Mondiali di Italia '90 contro l'Inghilterra, 7 luglio 1990./ ANSA
La mancata partecipazione dell’Italia al mondiale in corso ha provocato uno tsunami di inchiostro che dai giornali e dal web è tracimato in libreria. Per farsi un’idea più approfondita dello stato del calcio dello Stivale, i 59 milioni di commissari tecnici nazionali possono, dunque, trovare alcuni volumi che mettono la questione, con tutti i suoi addentellati - politici, economici, sociali - nella prospettiva della lunga durata. Non rinunciando a puntare lo sguardo su possibili soluzioni future. Senza sfere di cristallo, perché a rotolare basta quella di cuoio.
Sulla storia della Federazione italiana giuoco calcio (Figc), che ieri ha scelto il suo nuovo presidente, è da poco uscito un saggio a quattro mani di Massimo Cervelli e Alberto Molinari, membri della Società italiana di Storia dello sport e, il primo, vicepresidente del Museo Fiorentina. Il governo del pallone (il Mulino, pagine 360, euro 28,00) parte dalla nascita della federazione nel 1898 sul modello inglese, passa per l’impetuosa crescita del movimento calcistico nel primo Dopoguerra, per la «radicale irregimentazione» da parte del regime fascista, che intende sfruttare la popolarità di questo sport ed entra, poi, nelle dinamiche della faticosa ricostruzione e della definitiva consacrazione del calcio a sport nazionale. Esamina, infine, le modalità con cui federazione e movimento si sono sintonizzati con la globalizzazione economica, giuridica e comunicativa. I due storici nelle conclusioni tracciano un bilancio sia delle politiche sia delle decisioni dell’ultimo ventennio riguardanti la struttura delle società di calcio e lo status dei giocatori, ma anche i risultati sportivi. Questi sono aggiornati all’avvento sulla panchina degli azzurri di Gennaro Gattuso, ma non registrano il terzo out consecutivo dai Mondiali e l’incerto futuro che attende l’undici quattro volte campione. Il bilancio non è però tutto in rosso. Oltre alla vittoria agli Europei del 2021, vengono ricordati i buoni risultati ottenuti nel decennio dalla nazionale femminile e dalle under 19 di ambo i sessi. Così come la crescita del football paralimpico, che fa parte dal 2019 della federazione e che vede la partecipazione di oltre 4mila tesserati alla competizione nazionale “Il calcio è di tutti”. Restano comunque molte criticità, innanzitutto economiche. «Il football professionistico continua a muovere un enorme giro d’affari – sottolineano gli autori –, ma è preso in una spirale negativa accentuata dalla dipendenza dai diritti televisivi, pari ad oltre il 60% dei ricavi (un dato superiore a quello degli altri paesi europei) e dall’incidenza elevatissima delle spese per i calciatori nei costi sostenuti dalle società professionistiche, fortemente indebitate soprattutto a causa dell’aumento esponenziale degli stipendi e del prezzo di trasferimento dei cartellini». Di qui la misura del salary cap entrata in vigore in via sperimentale per la serie C. C’è poi la proposta di tax credit per investire su strutture e settori giovanili. Sono questo gli altri due punti critici Pochi sono gli stadi di proprietà e con un forte divario Nord-Sud. Mentre per le nuove leve gli autori denunciano un errore che consiste nell’imitazione del professionismo anche nelle scuole calcio e nel tentativo di far maturare troppo presto, e principalmente a livello fisico, i talenti del futuro. Di fatto sciupandoli.
Considerazioni simili si trovano in Quel che resta del calcio (il Mulino, pagine 272, euro 19,00), scritto da Lorenzo Casini, giurista e presidente dal 2022 al 2024 della Lega Serie A. «Il primo intervento per rilanciare la Nazionale riguarda le scuole calcio – scrive -. Il gioco nasce nei cortili e nei campetti, non nei centri federali. Se i bambini non imparano a giocare liberamente nelle fasi più precoci dello sviluppo nessuna accademia potrà recuperare ciò che è stato trasmesso». Insomma la persona, prima che l’atleta, va accompagnata alla maturazione, in un dialogo serrato tra scuola primaria e strutture, perché il talento va intercettato nelle periferie, prima che nei vivai delle società. I centri federali sono ancora troppo pochi. Coverciano è un’eccellenza, ma da solo non basta. C’è infine il discorso allenatori. Anche qui bisogna investire nella formazione. Per colmare un gap che vede il numero dei nostri mister abilitati Uefa A o Pro molto ridotto rispetto ai colleghi francesi (alcune centinaia contro alcune migliaia). Al termine della sua serrata analisi, condotta su tutti i fronti del nostro calcio, definito «gigante dai piedi d’argilla» – da quelli infrastrutturali, a quelli economici, fino a quelli istituzionali e internazionali – Casini giunge a conclusioni nette. «Il calcio italiano non sta solo perdendo partite, sta perdendo tempo, credibilità e generazioni di tifosi». La mancata qualificazione non è perciò un episodio, ma «la manifestazione di una macchina che ha progressivamente cessato di funzionare». A tutti i livelli. Casini fa notare come nella relazione con cui il presidente federale si è recentemente dimesso ci sia un riflesso difensivo e il tentativo di spostare le responsabilità su Leghe club e politica. Mentre, come diceva nel 1978 Gianni Brera – le cui parole aprono e chiudono il saggio – bisogna avere il coraggio di affrontare i propri limiti. E superarli (qui la citazione è di De Greogri) organizzandosi con «coraggio, altruismo e fantasia».
Sui rapporti tra calcio e potere si incentra, infine, l’analisi di Luca Pisapia, giornalista e saggista, già corrispondente della “Gazzetta” da Londra, oggi redattore di Valori.it e collaboratore di testate come “il Manifesto” e “Internazionale”. La sua tesi è che «il calcio non è mai stato innocente» e dunque non solo ha sempre avuto a che fare con il potere, ma Il calcio è potere (Einaudi, pagine 328, euro 19,50). L’approccio, che il sottotitolo esplicita, è quello di una Storia critica dei mondiali da Mussolini a Trump , che guarda al calcio come fenomeno di massa e di classe. Un percorso cronologico, ma anche tematico, che dalla doppia vittoria dell’Italia di Pozzo sotto il fascismo passa al protagonismo della classe operaia, ai mondiali del 1974, quando è in declino il modello fordista e si afferma il “realismo capitalista” del calcio totale olandese, fino alle latitudini sudamericane, dove gli stadi sono diventati campi di concentramento e il fútbol è stato al servizio delle dittature, mascherando anche questioni razziali. Infine si arriva ai tempi moderni, regno di spettacolarizzazione, corruzione e mancato rispetto dei diritti umani. «La storia del calcio e in particolare dei campionati mondiali di calcio maschile come sua massima espressione politica, sociale ed economica – scrive l’autore nel primo capitolo, significativamente intitolato “La beffa del pallone” – ci permette di leggere l’evoluzione dei modi di produzione nell’ultimo secolo e mezzo; e il suo smascheramento ci premette di comprendere come la macchina mitologica del calcio abbia influito materialmente su questi cambiamenti, spesso anche in modo tragico e violento, fino a trasformarsi oggi in uno dei più potenti strumenti di domino globale».

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