Malagò nuovo presidente Figc: perché è l'anno zero del calcio italiano

L'ex n. 1 del Coni eletto con il 68.58% dei voti. Ora promette una nuova era in cui al centro del progetto di rilancio ci saranno i giovani. Roberto Mancini e Paolo Maldini in pole per il ruolo di ct e dt
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June 22, 2026
Malagò nuovo presidente Figc: perché è l'anno zero del calcio italiano
Il nuovo presidente della Figc Giovanni Malagò, 67 anni / Ansa
Giovanni non è più senza terra, gli hanno dato un pezzo di quella Repubblica fondata sul pallone. Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Federcalcio e l’elettorato del Palazzo della Figc è molto più compatto nella scelta di quello della politica. Il nuovo presidente ha incassato il 68,58% delle preferenze (343,084 voti), contro il 29,17% del suo sfidante, Giancarlo Abete. Con il fisico da Indiana Jones e il carisma di un Clint Eastwood romano, classe 1959, Malagò affronta questa nuova avventura con il solito spirito olimpico, ma anche con estrema umiltà, consapevole dei rischi che corre. «Da solo non posso fare niente», è il primo proclama da neopresidente che sa benissimo che nel calcio si vince e si perde sempre in 11. A questo traguardo ci arriva forte del ricco forziere da ex presidente Coni. Dentro ci sono le 40 medaglie di Tokyo 2020, altrettante quelle di Parigi 2024 e se permettete, anche se era il patron della Fondazione Milano Cortina, opera sua era anche la corazzata azzurra degli sport invernali ai Giochi di Milano Cortina in cui l’Italia è stata capace di portare a casa altre 30 medaglie, per un totale di 142 podi complessivi. «Not too bad!», verrebbe da dire alla Nole Djokovic. Nessuno meglio di Malagò in 112 anni di storia del Coni. Ora però è chiamato all’impresa più difficile della sua carriera di “sportman”, inaugurare l’anno zero del calcio italiano.
Gli hanno lasciato in eredità una Nazionale che non si affaccia a un Mondiale da Brasile 2014 e un calcio italiano che da miglior torneo del pianeta è diventato la succursale delle quattro sorelle di Inghilterra, Spagna, Germania e Francia. Ce la farà il nostro eroe a ritrovare il bandolo della matassa misteriosamente scomparso dopo il trionfo degli Europei del 2021? Dato che siamo fermi alla finale di Wembley e all’abbraccio fraterno e commovente tra Mancini e il compianto gemello del gol Vialli, Malagò ricomincerà da lì, dal “Mancio”. Il nuovo ct infatti sarà il dandy di rientro dal Qatar, l’elegante ciuffo stirato Roberto Mancini. Un amico del suo Circolo Aniene, un vincente che ha lasciato a metà il suo lavoro a Coverciano dopo il dissing nazionalpopolare con dimissioni presentate all’ex presidente Gabriele Gravina. Il primo a prendere parola prima delle votazioni e a sua discolpa ha sottolineato che l’Italia assente ai Mondiali del 2026 non è certo colpa sua «perché seppure avessimo avuto un nostro Yamal, non avrebbe potuto giocare con la nostra Nazionale prima dei 18 anni, troppo tardi nel calcio di oggi».
Ecco la prima patata bollente tra le mani grandi del neopresidente Figc: convincere il governo e il suo amico-nemico il ministro dello sport Andrea Abodi a fare pressing sul governo per rivedere le leggi che consentano a un giovane figlio di stranieri con cittadinanza italiana di venire convocato prima di aver compiuto la maggiore età. Quindi massima attenzione e valorizzazione dei settori giovanili. «La Serie B ha evidenziato loro indispensabilità. E poi come fai a non abbracciare la riforma Zola?». Largo e non «lardo ai giovani», come ironizzava Gianni Mura. Malagò dopo l’esperienza con da n.1 dello sport italiano sul mondo giovanile ne sa più dello psichiatra Crepet e quando alla rianimazione dei vivai è già sul pezzo. Per compiere la rivoluzione dalla base che è molto più urgente della costruzione dal basso in campo, necessita però di tutto l’appoggio dei singoli club professionistici ai quali chiederà come fece a suo tempo con le federazioni del Coni di mettere «tutto a sistema». Il calcio, in quanto espressione più universale dello sport, è inclusione e quindi parità di genere, per questo come vicepresidente Malagò dovrebbe nominare l’ex bandiera della Juventus Women e della Nazionale femminile Sara Gama che fa parte di un consiglio federale tutto riconfermato. Venendo meno la figura angelica di Luca Vialli per affiancare Mancini serve un altro totem del calcio azzurro e la direzione tecnica dovrebbe essere affidata a Paolo Maldini. Meno algoritmi e più dialogo e rapporto umano, è il credo di Malagò che negli anni di presidenza al Coni è sempre stato vicino a tutte le singole componenti olimpiche italiane, a cominciare dagli atleti. E questo gli deriva da un passato agonistico maturato anche nel calcio. A chi ha provato a rinfacciargli le carte in regola per assumere la poltrona di n. 1 del pallone italiano ha dovuto mostrare la foto della Roma di Calcio a 5 con cui negli anni ‘80 vinse tre scudetti e fu convocato in Nazionale ai Mondiali del 1986 in Brasile. Quarant’anni dopo Giovannino, come lo chiamava l’Avvocato, Gianni Agnelli, vuole tornare a vincere e questa volta non è il calcetto ma il calcio azzurro. Per riportare la Nazionale e i suoi derivati al centro del villaggio sa che è tempo di scordarsi il passato, specie quello recente. «Le nostre radici non sono solo nostalgia, bisogna farle diventare stimolo per il futuro. Vi farò sentire orgogliosi di andare verso una nuova epoca del calcio italiano», annuncia il Presidente nell’unico lampo di sicumera che per i detrattori è il classico atteggiamento da “Megalò”.
Forse è tempo che qualcuno creda in quello che fa, perché il calcio italiano in questo momento storico soffre proprio l’assenza di elementi carismatici e di gente di personalità, in campo e fuori. Per voltare pagina servirà stare molto attenti ai movimenti del mercato globale e quindi il piano finanziario di Malagò prevede «ricavi supplementari anche con marketing, commerciale. Una mission che necessita della sua filosofia di fare gruppo che ha contraddistinto sotto la sua presidenza al Coni le imprese della Squadra Italia. Conoscendo bene le fazioni politiche che albergano da sempre nel ginepraio calcistico invita quindi a «mettere da parte i personalismi». "Da solo non posso fare niente" ritorna anche nella conta dei successi personali arrivati nelle tre differenti realtà in cui ha operato e dove all’inizio tutto era assai complesso. «Sono figlio della Figc, ho cercato solo uno scopo, fare grande l’Italia. Così al Circolo Aniene vincente, così al Coni e a Milano-Cortina dove c’era da rischiare l’osso del collo e abbiamo inventato un modello che è di riferimento. Penso che quando sono venuti da me degli amici, a partire dalla Serie A, hanno pensato a che quello che sono riuscito a fare in contesti apparentemente lontani, ma vicini, si possa ripetere in Federcalcio. Pur non avendo mai avuto l’ansia, avverto ogni minuto che passa uno spaventoso peso della responsabilità, che però vivo da quando sono nato». E allora che la sfida cominci e il presidente Malagò sa bene che «è una sfida complicatissima» e come sempre l’affronterà a testa alta perché, come avverte il mondo del calcio presente e passato: «A tenere la schiena dritta si ottiene molto di più».

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