Viaggio nella Cina che non ci parla, e non le interessa farlo
Dai pagamenti digitali ai treni magnetici all’egemonia industriale globale: diario dal luogo che ha superato l’Occidente alzando un’impenetrabile muraglia linguistica

La Cina non è vicina. Nonostante le ormai lontane suggestioni cinematografiche di Bellocchio e i voli diretti che ti scaricano nel futuro in meno di 12 ore, questo resta un pianeta alieno, protetto non più e non tanto da lanterne rosse e volti femminili imbellettati di bianco, ma da un’impenetrabile cortina di algoritmi e disinteresse per tutto quello che è diverso dal suo mondo.
Diciotto anni fa ci capitai per inseguire le Olimpiadi pechinesi: allora la Cina copiava, oggi innova. Allora rincorreva, oggi ci ha doppiati in silenzio, senza nemmeno prendersi il disturbo di imparare come si dice “permesso” in un’altra lingua. Ci sono tornato per il Salone dell’Automobile: pensavo che la tecnocrazia avrebbe portato con sé un’ondata anglofona, ma mi sbagliavo: la percentuale di chi spiccica mezza parola di inglese oscilla, ad occhio, ancora tra l’uno e il cinque per cento. Un dato esilarante, se non fosse che oggi è Pechino a guidare i giochi del mondo.
Mentre noi discutiamo di massimi sistemi, la Cina ha già effettuato il sorpasso. Con un Pil da 33 trilioni di dollari (a parità di potere d’acquisto, contro i 29 americani), produce un terzo delle merci globali. Le sue auto elettriche si chiamano BYD, acronimo di Build Your Dreams. Un nome tenero, quasi infantile, che però nasconde un gigante che costruisce sogni e ha già superato Tesla. Possedendo il 70% delle batterie globali e l’80% dei pannelli solari, i cinesi sanno bene che l’hardware del mondo è roba loro. Anche il cielo sopra Pechino, un tempo fasciato di smog, oggi è tornato azzurro grazie a una transizione ecologica brutale ed efficientissima: metà del fabbisogno energetico è coperto da rinnovabili, mentre le centrali a carbone vengono chiuse con una rapidità che da noi richiederebbe tre generazioni di ricorsi al Tar.
Eppure, entrare nella quotidianità cinese significa accettare una scommessa cognitiva: la trasformazione del cittadino in un’appendice dello smartphone. Siamo di fronte a una Repubblica Popolare fondata sulle app. Che gestiscono l’intera esistenza di chiunque, dall’ingresso al museo a quello in metropolitana, dalla bici a noleggio al conto del ristorante. Tutto bellissimo, finché la connessione regge. Senza un buon segnale o con il telefono scarico, non sei solo un turista smarrito: sei un fantasma economico. Sei spacciato. E non provate a fare i nostalgici col vecchio taxi preso “al volo”. Forte di un indirizzo scritto in mandarino, ho tentato la sorte: la contrattazione è partita da quindici volte la cifra stimata dall’app, per chiudersi - dopo un estenuante corpo a corpo - a un comunque ladresco quadruplo. Con l’atroce sospetto, per tutto il tragitto, che l’autista non avesse la minima idea di dove mi stesse portando.
Diciotto anni fa ci capitai per inseguire le Olimpiadi pechinesi: allora la Cina copiava, oggi innova. Allora rincorreva, oggi ci ha doppiati in silenzio, senza nemmeno prendersi il disturbo di imparare come si dice “permesso” in un’altra lingua. Ci sono tornato per il Salone dell’Automobile: pensavo che la tecnocrazia avrebbe portato con sé un’ondata anglofona, ma mi sbagliavo: la percentuale di chi spiccica mezza parola di inglese oscilla, ad occhio, ancora tra l’uno e il cinque per cento. Un dato esilarante, se non fosse che oggi è Pechino a guidare i giochi del mondo.
Mentre noi discutiamo di massimi sistemi, la Cina ha già effettuato il sorpasso. Con un Pil da 33 trilioni di dollari (a parità di potere d’acquisto, contro i 29 americani), produce un terzo delle merci globali. Le sue auto elettriche si chiamano BYD, acronimo di Build Your Dreams. Un nome tenero, quasi infantile, che però nasconde un gigante che costruisce sogni e ha già superato Tesla. Possedendo il 70% delle batterie globali e l’80% dei pannelli solari, i cinesi sanno bene che l’hardware del mondo è roba loro. Anche il cielo sopra Pechino, un tempo fasciato di smog, oggi è tornato azzurro grazie a una transizione ecologica brutale ed efficientissima: metà del fabbisogno energetico è coperto da rinnovabili, mentre le centrali a carbone vengono chiuse con una rapidità che da noi richiederebbe tre generazioni di ricorsi al Tar.
Eppure, entrare nella quotidianità cinese significa accettare una scommessa cognitiva: la trasformazione del cittadino in un’appendice dello smartphone. Siamo di fronte a una Repubblica Popolare fondata sulle app. Che gestiscono l’intera esistenza di chiunque, dall’ingresso al museo a quello in metropolitana, dalla bici a noleggio al conto del ristorante. Tutto bellissimo, finché la connessione regge. Senza un buon segnale o con il telefono scarico, non sei solo un turista smarrito: sei un fantasma economico. Sei spacciato. E non provate a fare i nostalgici col vecchio taxi preso “al volo”. Forte di un indirizzo scritto in mandarino, ho tentato la sorte: la contrattazione è partita da quindici volte la cifra stimata dall’app, per chiudersi - dopo un estenuante corpo a corpo - a un comunque ladresco quadruplo. Con l’atroce sospetto, per tutto il tragitto, che l’autista non avesse la minima idea di dove mi stesse portando.
Il presente qui è fatto di treni a lievitazione magnetica che sfrecciano a 600 km l’ora, città che sembrano uscite da Blade Runner e pagamenti digitali così avanzati che persino un mendicante (ipotetico, perché non sono previsti dal regolamento) ti guarderebbe con commiserazione se provassi a tirare fuori un pezzo di carta filigranata chiamato “banconota”.
La Cina è, a tutti gli effetti, la padrona del mondo. Ha le chiavi della catena di montaggio globale, detiene il debito di mezzo pianeta e ha colonizzato il lato oscuro della luna. Eppure, se provate a chiedere “Sorry, where is the toilet?”, la risposta standard sarà un sorriso zen che nasconde un abisso di incomprensione assoluta.
In un mondo globalizzato, ci hanno venduto la favola che l’inglese fosse la lingua franca. Errore. In Cina, l’inglese è poco più di un vezzo esotico stampato male sulle magliette di cotone. Entrare in un negozio senza un traduttore simultaneo nello smartphone non è un’esperienza di viaggio: è una performance di arte contemporanea intitolata “L’Incomunicabilità Assoluta”.
La loro è una storia costellata di lost in traslation: silenzi culturali, più ancora che linguistici. Talvolta non capiscono, ma spesso non gli interessa proprio comunicare. Il dialogo tipico si svolge così: voi dite: “no spicy, please. Just chicken”. Loro: sorridono. Voi a questo punto mimate un pollo non piccante (impresa notevole, ma non impossibile). Risultato: vi arriva un brodo giallo dove nuotano zampe di gallina glassate immerse in un reattore nucleare di peperoncino.
Pechino sembra non avere alcuna urgenza di farsi intendere. Se qualcuno vi risponde “Yes”, non illudetevi. Non è una conferma. È solo il modo più gentile per dirvi che siete solo dei rumori di fondo molto pittoreschi. Così la barriera linguistica crea una bolla di isolamento mistico. Sei circondato da milioni di persone che gestiscono l’economia mondiale sfiorando i tasti del telefono, mentre tu sei lì, bloccato davanti a un distributore automatico, cercando di spiegare a gesti che vuoi una bottiglia d’acqua e non un contratto di fornitura di microchip.
Senza l’IA che traduce in tempo reale, il viaggiatore occidentale regredisce allo stadio infantile. Ci si ritrova a indicare oggetti con foga animalesca, a emettere suoni gutturali per imitare i loro, e a sperare che il cenno della testa dell’interlocutore significhi “ho capito”, e non: “chiamate la sicurezza, c’è un alieno che agita le braccia”. Anche per muoversi per strada occorre ragionare come Indiana Jones: grazie a navigatori digitali locali (indispensabili, perché le nostre mappe spesso ignorano interi quartieri), puoi spostarti, e vivere un’intera vacanza senza rivolgere la parola a un essere umano. È il trionfo del turismo autistico: tu, il QR code e il silenzio.
La verità è che ai cinesi l’inglese non serve. Perché imparare la lingua di Paesi che al massimo vogliono chiederti un prestito? C’è un’ironia sottile nel vedere delegazioni di manager europei in completo blu che cercano di negoziare contratti milionari affidandosi a un aggeggio di plastica che traduce “Vogliamo ottimizzare i costi”.
I padroni del mondo ci osservano dalle loro metropoli scintillanti con la pazienza di chi sa che, prima o poi, saremo noi a dover imparare i toni del mandarino. Nel frattempo, ci godiamo questo stato surreale: un mondo dove puoi comprare un’auto elettrica con un battito di ciglia, ma dove ordinare un caffè macchiato richiede la stessa preparazione atletica di una finale olimpica di mimo.
Questa scarsa propensione a “occidentalizzarsi”, a creare un soft power appetibile, è il loro grande limite, ma anche la loro forza più spaventosa. La Cina non cerca il nostro applauso, le basta la nostra dipendenza. I suoi sudditi non parlano la nostra lingua perché, in fondo, sanno che saremo noi a dover decifrare la loro. Giochiamo in un campionato a parte, dove loro vincono tutte le partite. E noi siamo ancora lì a chiederci come si dice “il conto, per favore” a un cameriere che sta già guardando altrove. Molto più lontano.
In un mondo globalizzato, ci hanno venduto la favola che l’inglese fosse la lingua franca. Errore. In Cina, l’inglese è poco più di un vezzo esotico stampato male sulle magliette di cotone. Entrare in un negozio senza un traduttore simultaneo nello smartphone non è un’esperienza di viaggio: è una performance di arte contemporanea intitolata “L’Incomunicabilità Assoluta”.
La loro è una storia costellata di lost in traslation: silenzi culturali, più ancora che linguistici. Talvolta non capiscono, ma spesso non gli interessa proprio comunicare. Il dialogo tipico si svolge così: voi dite: “no spicy, please. Just chicken”. Loro: sorridono. Voi a questo punto mimate un pollo non piccante (impresa notevole, ma non impossibile). Risultato: vi arriva un brodo giallo dove nuotano zampe di gallina glassate immerse in un reattore nucleare di peperoncino.
Pechino sembra non avere alcuna urgenza di farsi intendere. Se qualcuno vi risponde “Yes”, non illudetevi. Non è una conferma. È solo il modo più gentile per dirvi che siete solo dei rumori di fondo molto pittoreschi. Così la barriera linguistica crea una bolla di isolamento mistico. Sei circondato da milioni di persone che gestiscono l’economia mondiale sfiorando i tasti del telefono, mentre tu sei lì, bloccato davanti a un distributore automatico, cercando di spiegare a gesti che vuoi una bottiglia d’acqua e non un contratto di fornitura di microchip.
Senza l’IA che traduce in tempo reale, il viaggiatore occidentale regredisce allo stadio infantile. Ci si ritrova a indicare oggetti con foga animalesca, a emettere suoni gutturali per imitare i loro, e a sperare che il cenno della testa dell’interlocutore significhi “ho capito”, e non: “chiamate la sicurezza, c’è un alieno che agita le braccia”. Anche per muoversi per strada occorre ragionare come Indiana Jones: grazie a navigatori digitali locali (indispensabili, perché le nostre mappe spesso ignorano interi quartieri), puoi spostarti, e vivere un’intera vacanza senza rivolgere la parola a un essere umano. È il trionfo del turismo autistico: tu, il QR code e il silenzio.
La verità è che ai cinesi l’inglese non serve. Perché imparare la lingua di Paesi che al massimo vogliono chiederti un prestito? C’è un’ironia sottile nel vedere delegazioni di manager europei in completo blu che cercano di negoziare contratti milionari affidandosi a un aggeggio di plastica che traduce “Vogliamo ottimizzare i costi”.
I padroni del mondo ci osservano dalle loro metropoli scintillanti con la pazienza di chi sa che, prima o poi, saremo noi a dover imparare i toni del mandarino. Nel frattempo, ci godiamo questo stato surreale: un mondo dove puoi comprare un’auto elettrica con un battito di ciglia, ma dove ordinare un caffè macchiato richiede la stessa preparazione atletica di una finale olimpica di mimo.
Questa scarsa propensione a “occidentalizzarsi”, a creare un soft power appetibile, è il loro grande limite, ma anche la loro forza più spaventosa. La Cina non cerca il nostro applauso, le basta la nostra dipendenza. I suoi sudditi non parlano la nostra lingua perché, in fondo, sanno che saremo noi a dover decifrare la loro. Giochiamo in un campionato a parte, dove loro vincono tutte le partite. E noi siamo ancora lì a chiederci come si dice “il conto, per favore” a un cameriere che sta già guardando altrove. Molto più lontano.
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