Traduttrici a confronto: «L'IA non ci spaventa: l'efficienza non è tutto»

Le tre finaliste del Premio Lattes discutono di rischi e responsabilità della tecnologia per il loro lavoro: la vera sfida è spaer restituire una voce
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June 27, 2026
Traduttrici a confronto: «L'IA non ci spaventa: l'efficienza non è tutto»
Zhendong Wang / unsplash
Cosa resta del lavoro del traduttore nell’epoca dell’intelligenza artificiale? Quale spazio rimane all’interpretazione, alla sensibilità linguistica, alla conoscenza culturale, quando le macchine sono sempre più capaci di produrre testi, suggerire soluzioni e tradurre interi libri? Di fronte a queste domande, le risposte di tre traduttrici che lavorano su lingue e autori molto diversi tra loro finiscono per comporre un confronto ricco sul tema. Margherita Podestà Heir, traduttrice tra gli altri di Jon Fosse e Karl Ove Knausgard, guarda all’intelligenza artificiale con pragmatismo, senza nostalgie e con un atteggiamento a tratti provocatorio; Francesca Turri, che ha tradotto in italiano Niviaq Korneliussen e si occupa di letterature dano-groenlandesi, analizza possibilità e limiti con attenzione critica; Silvia Cosimini, voce italiana di Jón Kalman Stefánsson e tra le maggiori traduttrici dall’islandese, interroga invece soprattutto le implicazioni letterarie, etiche e culturali della questione. In occasione del Premio Mario Lattes per la traduzione, dedicato quest’anno alle lingue scandinave, abbiamo messo a confronto le tre finaliste, provando a capire che cosa possa fare una macchina e che cosa, invece, continui a richiedere l’esperienza di un traduttore.
Cosimini, candidata con Varie cose sulle sequoie e sul tempo (Iperborea) non esclude che la tecnologia possa produrre risultati convincenti: «Non me la sento di affermare che una macchina non possa fare traduzioni di buon livello. Negli ultimi anni gli strumenti si sono affinati. Qualche anno fa una traduzione automatica risultava ridicola, oggi il livello è migliore». Turri, selezionata per Una notte a Nuuk (Iperborea) osserva a sua volta che «l’IA può essere uno strumento di supporto sia in fase di traduzione sia di revisione o correzione di bozze. E proprio per via della natura della macchina – continua –, che risponde a comandi sempre più precisi anche per quanto riguarda registro e interpretazione, lo scarto fra traduttore e IA è sempre minore». Podestà Heir, in finale con Vaim (La nave di Teseo) rifiuta ogni approccio ideologico: «Per me – spiega – bisogna prima capire di quale IA stiamo parlando. Se il discorso è bianco o nero, allora dico provocatoriamente: torniamo a tradurre con i dizionari cartacei». Un nodo della questione è quello etico: «Ho tradotto una quindicina di libri di Stefánsson – dice Cosimini – e di tutti ho ceduto anche i diritti digitali. Questo significa che quei testi sono disponibili nell’etere e chi programma l’intelligenza artificiale può facilmente fagocitarli per produrre la traduzione del romanzo successivo, facendo a meno di me. Appoggio Chomsky quando sostiene che l’IA è un furto di proprietà intellettuale».
Ma uno dei punti decisivi riguarda ciò che accade dentro al testo: «La prima cosa su cui un traduttore deve concentrarsi – spiega Cosimini – è sentire la voce di un autore, comprenderla, interiorizzarla e renderla così com’è in originale. Ascoltarlo e renderlo vivo in un’altra lingua è per me fondamentale». «Il traduttore – aggiunge Turri – gode di una relativa libertà creativa che l’IA, il cui lavoro è necessariamente vincolato ai prompt, non potrà mai avere. Ed è questa libertà che permette di compiere scelte che mirano a un certo risultato dal punto di vista estetico o delle suggestioni che si desidera suscitare». Per Podestà Heir il “caso” Jon Fosse è emblematico: «Lui scrive in un linguaggio che molto semplice, ed è lì che veramente vedi uno scrittore. Può usare una semplicità estrema per creare qualcosa di potentissimo. Allora la traduzione deve trasmettere questa cosa: il suo è un linguaggio ordinario e proprio per questo difficile da rendere nella sua profondità, perché ci sono tutta una serie di substrati culturali che l’IA non riesce a far emergere. Ed è lì il valore aggiunto di un traduttore».
Nel caso di Una notte a Nuuk, per esempio, Turri si è confrontata con una pluralità di lingue, registri e codici. «Il primo passo per una traduzione ben riuscita è la conoscenza critica del testo di partenza. Bisogna chiedersi: in che misura l’autore vuole che il lettore si perda? Alcune caratteristiche vanno attenuate, altre invece vanno mantenute il più possibile proprio perché costituiscono uno dei maggiori punti di forza del romanzo». Per Cosimini c’è però un problema: «Il traduttore umano traduce l’intenzione di un autore, quello che sta scritto tra un rigo e l’altro, quello che c’è dietro, che è velato e che deve emergere senza farsi vedere. Una macchina sarà capace di tradurre quello che un autore non dice?». Podestà Heir, a questo proposito, pur riconoscendo l’utilità degli strumenti, insiste sulla competenza: «Sono mezzi potentissimi se hai competenze pregresse e se sai utilizzarli. Se non conosci il tuo mestiere, quello che ti propone l’IA non puoi giudicarlo».
E racconta un esempio concreto: «Mi è capitato un romanzo ambientato nella Sassonia del 1760. Prima avrei dovuto passare ore a cercare il titolo amministrativo corretto di un funzionario di Lipsia di quel periodo. Trenta secondi dopo l’IA mi aveva dato la risposta». Ma la velocità non coincide necessariamente con la qualità. «Produttività e cesellamento non possono procedere di pari passo», osserva Turri. «È soltanto questo tipo di attenzione a conferire valore al testo tradotto». Podestà Heir prosegue immaginando un futuro inevitabile: «Vedo lo sviluppo dell’IA come un processo irreversibile, che piaccia o no. Ma una forma di trasparenza dovrebbe essere quella di dichiarare quando un testo è stato prodotto o tradotto con l’IA». Perché tutto ciò riguarda anche e soprattutto i lettori: «In una società che legge sempre meno – dice Cosimini – presto non saremo più in grado di sentire differenze qualitative tra un testo prodotto da una macchina e un testo tradotto da un traduttore vero». E qui le tre voci si incontrano: «Quando traduciamo un testo letterario – conclude Cosimini – non decodifichiamo soltanto frasi, ma diamo accesso a un mondo; e per entrare in un mondo credo serva una guida».

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