La corsa di Sammy
attraverso lo stupore

La progeria, sindroma che porta all’invecchiamento precoce, non ha mai fermato Basso, che ha saputo essere un grande testimone di umanità e di fede
February 12, 2026
La corsa di Sammy
attraverso lo stupore
Sammy Basso alla partenza della UYN Venicemarathon, nel 2022 / Fotogramma
Con Andrea Fontana si direbbe che si siano conosciuti per puro caso, ma, come dice piuttosto Andrea, «penso che sia stato voluto da qualcuno…». Un collega macellaio organizzava una raccolta fondi per qualche opera di interesse sociale. Dovevano poi decidere a chi donare quanto raccolto e l’altro disse ad Andrea: «Vorrei darli a Sammy, un ragazzo simpatico», spiegandogli cosa facesse l’associazione di nostro figlio. Correva l’anno 2013.
Andrea non conosceva Sammy. Una sera, finita la raccolta, l’amico chiese chi avesse voglia di portare i soldi a casa Basso insieme a lui e Andrea non esitò ad alzare la mano. Quando arrivarono, Sammy era seduto sulla sedia che chiamavamo “il suo trono” e che era realizzata su misura, con una seduta più piccola e un’altezza da terra maggiore, ma nell’estetica uguale alle altre. Andrea e l’amico Matteo si sedettero sul divano con Sammy a fianco. La cosa più bella che Andrea notò, lo racconta sempre, «è che Sammy ha letto immediatamente il mio imbarazzo e l’ha rotto con una barzelletta».
Passato un po’ di tempo, Andrea e un suo amico – Giuseppe Padovan, poi anche lui amico di Sammy – comprarono una carrozzina speciale per un amico appassionato di montagna, affetto da Sla. Purtroppo, la malattia si aggravò, fu costretto a rimanere a letto e non fu più possibile spostarlo. La carrozzina rimase inerte in un angolo di casa, finché un giorno Andrea e Beppe si resero conto che era un peccato lasciarla ferma. «Ci carichiamo Sammy!», si dissero con un’illuminazione improvvisa.
Nel frattempo, Andrea aveva visto Il viaggio di Sammy su Sky, quello che descrive il percorso che abbiamo fatto in America nel 2014 sulla Route 66 Ci incontrammo e ci raccontarono cos’era questa carrozzina speciale. Andrea aveva e ha la passione delle maratone e l’idea era di coinvolgere Sammy e di portarlo con sé. Nonostante tutti i problemi del caso e le ore da trascorrere seduto, Sammy non ebbe dubbi. L’amicizia tra Sammy e Andrea cominciò così, perché per preparare la maratona di Venezia dovettero vedersi praticamente ogni giorno.
Oltre a organizzarla dal punto di vista pratico, bisognava verificare se ce l’avrebbero fatta: uscire, salire sulla Joelette, riuscire a starci il più possibile. A quel punto toccava anche capire come sponsorizzare l’iniziativa, perché si trattava anzitutto di un gioco, sì, un divertimento per tutti e anche per Sammy, ma doveva anche essere una raccolta fondi che poi sarebbe andata a beneficio dell’Associazione e della ricerca. Si trovarono per parlarne e le cose furono decise e condivise con una facilità incredibile. Stamparono delle magliette e le spedirono: l’hanno indossata Valentino Rossi, che ci ha fatto addirittura una gara, Roberto Baggio e tanti altri. Un’azienda le ha comprate per tutti i suoi dipendenti e hanno scattato una foto collettiva. La cosa interessante è che tutti pagavano le magliette, la cosa pazzesca è che averne una era diventato un simbolo.
La Sammy Runs Venice si è svolta il 23 ottobre 2016. Diceva sempre che gli mancava lo sfogo che gli dava la corsa. «Se sei nervoso o devi digerire qualcosa che non ti va proprio giù», ci confidava, «senti l’impulso di uscire, correre e buttar fuori tutto. Io, invece, non posso né correre né camminare per un lungo percorso». Ma grazie alle gambe dei suoi amici ci è riuscito. Da quella prima maratona si è portato a casa l’entusiasmo che ha visto negli occhi degli amici: una festa enorme, bellissima. A Venezia furono accolti come trionfatori, quasi suscitando più ammirazione di quella riservata a chi aveva vinto. In più, furono molto felici perché raccolsero oltre quindicimila euro. Andrea ci ha sempre detto: «Quando tu corri devi usare le tue gambe e la tua testa, ma a Venezia noi eravamo lì per Sammy, lui era lì per noi e tutto è passato in secondo piano. Sammy ha capito e condiviso il nostro sforzo e il nostro affetto». Tutti si erano preparati nel modo giusto, faticando parecchio. Non fu facile per nessuno, ma siamo stati ripagati.
La corsa sì, ma anche la musica, i concerti e il divertimento. Con Andrea, Sammy ha partecipato al Jova Beach Party a Comacchio-Lido degli Estensi, il 20 agosto 2019. C’erano sessantamila persone, ma quanta gente ci ha fermato! Non riuscivamo a muoverci. Sammy aveva questa capacità: anche se ti incrociava per un secondo, sapeva metterti a tuo agio. È accaduto anche alla figlia di Andrea. La prima volta che il padre l’ha portato a conoscerla aveva un anno, ma subito si è abituata a considerarlo uno di famiglia. Con chi lo incontrava per la prima volta sdrammatizzava, si prendeva in giro, giocava: si presentava come «un extraterrestre». Era un modo per togliere dall’imbarazzo la gente che lo voleva salutare.
L’incontro con Jovanotti è avvenuto grazie ad Andrea. Si seguivano vicendevolmente sui social. A Sammy piaceva l’idea di andare ad ascoltarlo: anche se amava ascoltare tutti i generi di musica, ammirava le sue canzoni. Inoltre, Jovanotti gli piaceva molto come persona. La prima volta che l’abbiamo incontrato avvenne a Milano, al Forum di Assago, nel febbraio 2018. Al Jova Beach Party a Comacchio Sammy è salito per la prima volta in vita sua su un palco di quelle dimensioni. Jovanotti ci aveva invitato e siamo andati in tre. Quando arrivammo fuori dal camerino, Andrea disse a Sammy: «Guarda che ti chiede di salire sul palco». E lui salì, senza fare una piega. Davanti a lui c’erano sessantamila persone.
Gli piaceva dialogare con Jovanotti, lo associava alle cose belle della vita. A sua volta Lorenzo era interessato a come la pensava Sammy, a cosa studiava, a come viveva. Abbiamo assistito a diversi concerti, Sammy amava la leggerezza di quei momenti. «Era un modo diverso», dice Andrea, «per stare bene insieme». C’era un sacco di gente che riconosceva nostro figlio. Spessissimo gli veniva chiesto come facesse a sorridere e vivere così serenamente con la consapevolezza della malattia che aveva, ma per lui la sua vita era quella e la malattia era solo una piccola parte del tutto.
Abbiamo sempre detto che Sammy non era solo nostro. Quando Sammy era ancora piccolo si è avvicinata una persona – non ricordo né dove né perché – e mi ha detto: «Mamma, ricordati che Sammy non è solo tuo». Col passare del tempo l’ho capito. È la missione che Sammy ha dato a noi genitori e ai suoi amici. Sammy non ha fatto niente a caso e tutto con un perché. Oggi mi rendo conto, ci rendiamo conto, che le cose che ci faceva fare o che facciamo per lui ci fanno stare bene. Questo lui vuole, ed è giusto che sia così.

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