Il Novecento delle piccole cose di Raffaele Simone
La memoria di un mondo scomparso abita il memoir del linguista

Anticipiamo un brano da La vita anteriore (Laterza, pagine 288, euro 20,00 (in libreria da oggi) di Raffaele Simone, linguista e nostro collaboratore. È una sorta di autobiografia della generazione nata a cavallo degli anni Quaranta, l’unica che abbia “saltato un evo intero”, vivendo radicali mutamenti nei modi di vivere e di pensare. Tra memoria personale e sguardo storico - anche grazie a molte foto - rivive un mondo ignoto alle nuove generazioni.
Patruna Nzina, austeri silenzi senza un’età
La campagna, di sera, era illuminata solo dalla luna, quando c’era. Nondimeno non c’era sera che la zona non pullulasse del movimento di gente che andava a trovare i vicini e le vicine, per avere le notizie del giorno e chiacchierare qualche minuto. In buona parte questi visitatori erano contadini che avevano lavorato da noi, i quali, andando in paese o tornandone, si fermavano alla Casina a raccontare qualcosa. Anche noi andavamo in giro al buio, aiutandoci con le piccole torce elettriche da tasca, diretto per lo più verso il cimitero, che ci attraeva e ci spaventava, con la sua scritta “Vanitas vanitatum”, che mio padre ci aveva tradotto e spiegato, e con le lucciole che lo affollavano, che naturalmente noi interpretavamo come fuochi fatui.
Spesso andavamo, anche solo noi ragazzi, a casa della patruna Nzina, che viveva a un centinaio di metri da noi e aveva un bel cognome di origine greca, Marinaci, di cui non sapeva spiegarci l’origine. La casa era un cubo perfetto incalcinato di bianco, con una piccola aia dove un paio di grossi blocchi di pietra facevano da panca. Ci sembrava che la casa fosse formata da una stanza sola, con una cucina in un angolo, non si vedeva alcun tipo di gabinetto, segno probabile del fatto che si trovava all’esterno, come spesso accadeva. La patruna Nzina viveva da sola, la trovavamo quasi sempre inerte e in silenzio, tutt’al più con un solitario tra le mani, in atteggiamento di solenne inespressività, come quella delle “Frustrate” di Claire Bretécher, o dicendo un rosario. Il fatto è che le ragazze venivano educate a essere solo misuratamente espressive, come modo per evitare di imporre sé stesse con troppa nettezza. Al più, la patruna Nzina accennava un sorriso a bocca chiusa, e parlava pochissimo. Sebbene cercassimo di scherzare con lei, in realtà la semplicità del suo aspetto e della sua vita la rendevano austera e autorevole.
Poteva avere, quando la frequentavamo noi, una cinquantina di anni, ma non era facile definire con precisione la sua età. Come per certe comunità native americane o orientali, i suoi anni erano indefiniti e misteriosi. Doveva essere proprietaria di qualche piccolo podere lì vicino, il che le procurava l’appellativo di patruna, diverso dal titolo di donna, che spettava invece alle possidenti di origine aristocratica, come mia madre e le sue sorelle. A fare compagnia c’erano solo il suo cane, Flock, che non aveva però il permesso di entrare in casa, e un suo “colone”, lu Nicola, che portava non so perché il soprannome di Cacamorsi. Era un uomo anziano, piegato dal lavoro di zappa, con gran baffoni arricciati e ingialliti al fumo di una pipa di terracotta in cui aveva infilato un pezzetto di canna, preso da uno dei tanti canneti della zona. Lu Nicola le era talmente devoto che d’estate, nelle notti di gran caldo, dormiva tutto vestito su una delle panche di pietra nell’aia.
Alle pareti della casa della patruna Nzina erano appese immagini di santi e martiri (c’era il culto dei Santi Medici, Cosma e Damiano), di parenti scomparsi e una grande figura che attirava molto la nostra attenzione di ragazzi. Era una doppia scala, con un lato in salita e uno in discesa, e aveva il titolo “Le età dell’uomo”. Al primo gradino della salita c’era un neonato, e su ognuno dei gradini successivi un essere umano via via più cresciuto. In cima, un uomo forte e dritto. Dal lato in discesa c’erano umani in declino via via maggiore fino al gradino finale, dove non ricordo se ci fosse un vecchio decrepito o addirittura una sepoltura. Ogni volta che lo guardavamo, ciascuno di noi cercava il gradino su cui collocare la propria età, e naturalmente ci compiacevamo di vedere che, dinanzi a noi, di gradini c’erano ancora molti.
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