Auschwitz e l'umanità negata di Josef Mengele
di Raul Gabriel
La banalità del male, intuizione di Hannah Arendt, non riesce più a definire la deriva che porta alcuni esseri umani a trasformarsi nei carnefici di altri

Mengele. Brand dinastico della Karl Mengele & Söhne la cui estrazione fa capo a quell’ecosistema bucolico di impronta teutonica che ha covato l’uovo velenoso della sopraffazione eugenetico tribale sotto le ceneri di una Europa soffocata dal suo stesso scudo di ipocrisia burocratese con cui si illude ancora oggi di gestire i conflitti in guanti bianchi. Sono convinto che il capostipite Karl Mengele, a dispetto del supporto alle campagne elettorali hitleriane, non poteva immaginare che il suo lignaggio genuinamente agricolo imprenditoriale si sarebbe affermato come incarnazione di una idea del male definitiva, ambita preda di esorcismi stile Salem in cui il villaggio malato elegge un capro espiatorio di colpe cui ognuno ha contribuito.
Le enormi e abominevoli responsabilità di Josef Mengele sono evidenti, un genere di criminale che mette a dura prova ogni ipotesi predittiva riguardante il destino degli individui che si fondi sul contesto educativo in cui si cresce, nel caso specifico cattolico conservatore. E, contrariamente a quanto si può pensare, solo moderatamente nazionalista, al fine di ottenere dal mondo politico i vantaggi cui ogni auto cooptazione volontaria aspira senza dichiararlo, prassi comune nel mondo imprenditoriale tout court, checché se ne dica, dalla IG Farben di Monowitz alla startup individuale di provincia.
Un documentario recente disponibile sulle piattaforme in streaming, e intitolato semplicemente Mengele, ripropone la storia dell’angelo bianco in chiave cronologico interpretativa. Il ritmo soporifero, interrotto qua e là da considerazioni interessanti confuse nella pletora di luoghi comuni e volti narranti a rappresentare il buono informato dal discernimento salomonico, tende inconsapevolmente a ricondurre la sua biografia a una entomologia per tutti, accessibile e gestibile a futura memoria.
Come gran parte della interminabile teoria di ciò che si è detto sul nazismo e le sue mostruosità, anche questo capitolo mi restituisce il disagio di una insufficienza cronica che non dipende dal volume e dalla qualità delle testimonianze. Forse è fisiologico, forse invece dipende da una coazione a far quadrare ciò che non può quadrare per definizione. Forse è la distanza artificiosa che si prende da quello che ci riguarda da vicino e vogliamo tenere lontano, forse la catalogazione facile e falsa con cui tentiamo di organizzare (nel senso concentrazionario di arrangiare per sopravvivere) il reale.
Difficile dirlo. Certo è che non riesco a fare a meno di esercitare uno scetticismo spontaneo verso racconti quasi sempre inquinati da intendimenti ideologici che utilizzano la narrazione per dimostrare assunti predeterminati.
Mengele era un uomo normale che ha fatto cose anormali. Non è convincente: gli uomini normali, pur nella ignavia comune di scelte mediamente opportuniste e interessate, non si servono di altri esseri umani per una macelleria abnorme spacciata come esperimento scientifico, non danno sfogo quotidiano al sadismo distante del “medico” più famoso di Auschwitz che provava disgusto a toccare le sue cavie, declassandone la dignità di carne vivente a materia ripugnante da maneggiare per interposta persona. Mengele è normale e, insieme, non è normale. La banalità del male, intuizione di Hannah Arendt che con sorti alterne ha segnato buona parte del pensiero del dopoguerra, refrain consumato dalla impropria e pedissequa reiterazione come la realtà liquida di Baumann, non riesce più a definire la deriva che porta alcuni esseri umani a trasformarsi nei carnefici di altri. In particolare Mengele, Eichmann, Himmler con i suoi polli, Rudolf Hess con il suo fare grottesco, Goering aristocratico crapulone, erano ciò che erano. Normalità e banalità sono le linee di confine immaginarie per tassonomie etiche ingannevoli.
Al principio ero convinto, o credevo di essere convinto, che Mengele fosse la narrazione perfetta dell’uomo normale che si trasforma nel mostro, causa ambiente, propensione genetica, ambizione o frustrazione. Quel pensiero si è poi evoluto nel romanticismo finalistico molto frequentato: l’uomo non era semplicemente uomo, ma un predestinato al turbine dell’epica malefica che ha travolto lui e le sue vittime; la narrazione metafisica come giustificazione all’esistenza di individui ed eventi aberranti. Quindi sono tornato alla prima idea, con qualche variazione: l’uomo è uomo, privo di ogni aura su cui si giochino destini altri che non siano quelli della pura e semplice quotidianità, mai banale, potenziale mostruoso affaccio di ringhiera sulla eventualità della devastazione. Non vi è metafisica che non sia ordinaria immanenza e non vi è ordinarietà che non sia la sua stessa metafisica. Banalità del male è la forma letteraria di una anafilassi acuta all’orrore che lascia sgomenti perché respira nelle fattezze di un uomo come tutti gli altri. Che nel tempo assume i tratti della trappola moralistica con cui ci si illude di prendere le distanze da una prossimità che riguarda tutti.
Mengele è asceso alla declinazione narrativa di angelo del male a causa del suo aspetto inappuntabile di orco gentile, vestito di bianco, che distribuiva caramelle alle vittime. Operazione simbolica che relega al ruolo di comprimario il sistema in cui ha potuto operare, i suoi collaboratori, l’intero impianto antropologico che ne ha avallato il delirio. Una idea di simbolo che inquina i giudizi e impedisce la percezione della storia come accadimento presente e cruciale fino all’istante successivo in cui diventa il passato che perde ogni connotazione oggettiva di realtà. Il simbolo come artificio dello storico, del politico, del religioso, dell’antropologo, dell’intera umanità sgomenta e ignava.
Il simbolo non è altro dal suo veicolo, con cui coincide sempre e comunque. Non è l’upgrade, è il rasoterra ubiquitario che accompagna ogni fenomeno come lo stigma che ne certifica l’esistenza. Mengele è simbolo del male tanto quanto l’ultimo civile che barattava sigarette per diamanti dai morti viventi ai margini del campo, il contadino, il sindaco, il fornaio. Mengele non è più simbolo di me che scrivo e te che leggi, del presidente degli Stati Uniti, di un altare, piuttosto che del Kumbh Mela.
La linea di continuità in cui siamo concepiti non ha insegne privilegiate o categorie dismesse che autorizzino a pensarsi giusti. Non avalla categorie astratte che la nostra contemporaneità dimostra con il sangue non reggere gli spasmi distruttivi della storia di cui siamo intrisi, in cui siamo compromessi.
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