mercoledì 10 febbraio 2016
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«Con ragione oltre gli steccati». E il titolo del manifesto sottoscritto da un gruppo di professionisti competenti in ambito antropologico  – pedagogisti, giuristi, psicologi, filosofi, sociologi, medici, avvocati – in cui si chiede alla politica di fermarsi a riflettere, di non dare il via libera a leggi «non adeguatamente esaminate nei loro fondamenti antropologici, né condivise culturalmente da un’ampia rappresentanza del popolo italiano». Una scelta, che spiegano i firmatari, rischia di tradursi in un tradimento della sovranità popolare e del criterio democratico. Quattro le ragioni messe in fila nel documento che hanno convinto i primi firmatari del manifesto – una trentina, elencati nel box qui a fianco – ad uscire allo scoperto. Ragioni che, pur nel rispetto dei «rispettivi convincimenti religiosi, politici e assiologici», si rifanno anche ai contenuti emersi durante la manifestazione del 30 gennaio scorso al Circo Massimo. Innanzi tutto la priorità «del nucleo famigliare madre-padre-figli rispetto a una visione atomistica in cui si viene di fatto ridotti a individui, a "consumatori dotati di diritti" fruibili in base alle leggi del mercato».Altrettanto rilevante l’esigenza di riabilitare l’evidenza, oggi oscurata, «che è innanzi tutto nella rete bio-psico relazionale inter e intrafamigliare che si sviluppa la persona umana».Terzo punto, quello che sottolinea «il valore del corpo e della persona umana, che non possono mai venir ridotti a oggetto di mercificazione». E infine «il rifiuto di una concezione che considera  gameti, organi e il corpo delle donne come "cose", beni giuridici disponibili e  "mezzi" utilizzabili a fini riproduttivi». Punti fermi che rappresentano altrettanti no alla cultura dominante del cosiddetto gender mainstreaming (corrente di impronta gender) ma che non nascono a caso. A parere dei firmatari del manifesto sono ragioni che hanno alla base «forti evidenze biologiche,  psicologiche, pedagogiche, sociologiche e giuridiche, in quanto esistono uomini e donne, non "generi", né sfumature arcobaleno di ontologie variabili – si legge nel documento – suscettibili di decostruzione e arbitraria ricostruzione meramente "culturali" o comunque arbitrarie».I motivi per cui le teorie gender dovrebbero essere lasciate ai margini della vita sociale e culturale sono ben note ma, secondo gli esperti che hanno sottoscritto il testo, la politica sembra averle dimenticate. «Rispetto alla identità della persona, la  visione gender – interpretazione antropologica di stampo socio-politico, pseudoscientifica ed antiecologica – privilegia arbitrariamente  la preponderanza dei fattori culturali (governabili dal più forte), aprendo la strada a una dittatura del pensiero su base egemonica governata dalla tecnoscienza e dai gestori del potere massmediatico».«Questioni che – osserva Giancarlo Rovati, docente di sociologia, tra i firmatari del manifesto – hanno un’oggettiva valenza antropologica e culturale che la politica dovrebbe prendere in considerazione». Altrettanto rilevante la necessità di confrontarsi al di là dei rispettivi convincimenti. «Vogliamo aprire un dialogo sereno anche con chi queste ragioni non le valuta o non le considera importanti. E intendiamo allo stesso tempo – prosegue il sociologo – aprire un spiraglio nel dibattito pubblico affinché le ragioni degli altri siano prese in considerazione». Al centro del dibattito l’esigenza di una riflessione sull’adozione omosessuale che, a parere dei firmatari del manifesto, non è stata ancora affrontato in modo sereno. «Mi sembra corretto che la politica si chieda se è proprio la stessa cosa per un bambino avere un papà uomo e una mamma donna, oppure due papà o due mamme dello stesso sesso». L’accenno alla manifestazione del 30 gennaio non vuol essere poi una mitizzazione della piazza ma il riconoscimento che – è sempre Rovati a metterlo in luce – nella società dell’immagine servono eventi di piazza per suscitare interrogativi, per alimentare l’interesse per ragioni che, in caso contrario, rischierebbero di rimanere senza voce.
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