Quanti soldi si spendono per le cure palliative? E cosa succede nelle Regioni?

Le domande fondamentali per capire com’è la situazione della medicina palliativa in Italia mentre i Consigli regionali stanno legiferando sul suicidio assistito, o si accingono a farlo
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September 8, 2026
Quanti soldi si spendono per le cure palliative? E cosa succede nelle Regioni?
/ ANSA
Il fronte del fai-da-te regionale sul fine vita, dopo la legge regionale del Veneto, si amplia, altre iniziative si annunciano in Sicilia e Puglia sullo stesso schema che vede, potenzialmente, i voti di Lega e Forza Italia aggiungersi a quelli del centrosinistra. Mentre in Lombardia il Pd si appresta a portare in Aula proprio la legge veneta. Intanto cresce il dibattito anche sul potenziamento delle cure palliative, tema che – in astratto – vedrebbe tutti concordi, e che invece scatena l’ennesima polemica circa le responsabilità dei ritardi.
In Sicilia è Forza Italia a prendere l’iniziativa con un disegno di legge che, nelle intenzioni dei proponenti, si muove nel solco della sentenza della Corte Costituzionale del 2019, la quale però si limita a sancire una depenalizzazione ricorrendo le quattro ben note condizioni (patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, piena capacità di prendere decisioni). Ma questa norma sembra voler garantire un vero e proprio diritto alla morte, istituendo presso ogni Azienda sanitaria provinciale una Commissione multidisciplinare permanente, composta da sette professionalità - cure palliative, neurologia, psichiatria, anestesia e rianimazione, medicina legale, psicologia clinica e infermieristica – integrata dallo specialista della patologia. Poche ore e dalla Puglia giunge notizia dell’iniziativa dei consiglieri Napoleone Cera (Lega) e Marcello Lanotte (Forza Italia). Il testo dice già tutto: “Disciplina organizzativa del Servizio sanitario regionale per la presa in carico delle richieste concernenti la morte medicalmente assistita”.
«Ormai nel centrodestra si sono rotti gli argini sul fine vita», prende atto Domenico Menorello, presidente del network associativo “Ditelo sui tetti”. «Occorre fissare una “linea del Piave”, per ribadire che il ruolo del Servizio sanitario nazionale è solo quello di garantire la cura e l’aiuto alle fragilità, e mai può essere quello di procurare la morte».
Il principio era inserito nella proposta di legge Zanettin-Zullo, che di fatto appare tramontata, essendo FdI ormai orientata – sia pur non in modo esplicito – verso la non approvazione di una qualsivoglia legge, nel timore che essa possa fare da apripista a una deriva eutanasica, mentre in Forza Italia si fa strada, viceversa, una proposta di mediazione che coinvolga i medici sul piano volontario e indirettamente anche le strutture pubbliche.
«Auspico una disciplina nazionale della materia: servono tempi non rigidi, cure palliative e sostegno psicologico disponibili e un ruolo chiaro per il comitato etico. Dobbiamo aiutare a morire bene: giudico però il suicidio assistito un arretramento rispetto alle possibilità della medicina», interviene nuovamente monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia accademia per la Vita, da Trento dove sono in corso le audizioni sul disegno di legge di iniziativa popolare 67 in materia di suicidio medicalmente assistito.
Da capofila della nuova linea “aperturista” nel centrodestra interviene Stefania Craxi per «sottolineare che tanto la proposta Zullo-Zanettin quanto gli emendamenti di Forza Italia attribuiscono un ruolo centrale alle cure palliative». Una sorta di quinto criterio, la preventiva offerta di un percorso di accompagnamento, per poter accedere al suicidio assistito, depenalizzato, sostiene la presidente dei senatori di FI.
Ma come detto, anche su questo è polemica. Di fronte all’accusa delle opposizioni di non aver impresso una svolta in questo senso, Palazzo Chigi ha ricordato la previsione inserita nella legge del Bilancio del 2023 che fa obbligo alle Regioni di approntare un piano di razionalizzazione degli interventi con l’obbligo, entro il 2018, di arrivare a coprire il 90% del fabbisogno. Inoltre, rende nota la nota governativa «sono stati stanziati 10 milioni aggiuntivi annui dal 2024 e ulteriori 10 dal 2025, portando così, dal 2025, il finanziamento annuo complessivo destinato alle cure palliative a 120 milioni. Parallelamente, sono stati rafforzate le verifiche sul corretto utilizzo, da parte delle Regioni».Ma i nodi da rimuovere restano tanti, come sottolinea Marcello Ricciuti, direttore dell’Azienda ospedaliera San Carlo di Potenza ed esponente del Comitato nazionale di bioetica: «Una disponibilità diseguale fra i territori, fra regioni e nelle regioni, come abbiamo segnalato, ma anche una carenza di figure professionali dedicate», denuncia. «Basti pensare che circa i tre quarti nei posti di specializzazione in cure palliative sono vacanti, anche per carente informazione». Infine, i finanziamenti nelle Regioni, per non sufficienti che siano «pur essendo vincolati vengono spesso distratti verso altre destinazioni».

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